© Shayne Kaye / CC BY 2.0
© Shayne Kaye / CC BY 2.0

di Laura Lucchini
(pubblicato originariamente su Linkiesta.it)

«Non sono venuto qui per cantare a favore o contro alcun governo, ma soltanto a suonarvi rock’n’roll, nella speranza che un giorno tutte le barriere possano essere abbattute» in un tedesco appena comprensibile, da un palco insolito situato a Berlino Est sotto la sorveglianza militare, Bruce Springsteen pronunciò queste parole il 19 di luglio del 1988 di fronte a un pubblico di 300mila persone. Appena dopo cantò Chimes of Freedom e la folla impazzì. Fu il maggior concerto della storia della DDR. Nel 25° anniversario di quella data, un libro racconta che fu un momento fondamentale per la liberazione delle coscienze dei cittadini di Berlino Est e che contribuì alla caduta del Muro.

Non furono solo Mikhail Gorbachev con la Perestroika, Lech Walesa con Solidarnosc, i socialisti ungheresi che aprirono la loro frontiera con l’Austria nel 1989, Ronald Regan che gridò «Abbattete quel muro!», Papa Wojtyla e le migliaia di cittadini della Germania Est che manifestarono pacificamente nelle strade di Lipsia, Dresda e Berlino per chiedere più democrazia e libertà. Secondo il giornalista nordamericano Erik Kirschbaum ci fu un altro attore fondamentale nella caduta del muro di Berlino: Bruce Springsteen. È questa la teoria che viene esposta in un libro pubblicato la scorsa settimana e intitolato Rocking the wall.

Il 19 luglio del 1988, 16 mesi prima della caduta del Muro, Bruce Springsteen suonò in un concerto autorizzato a Berlino Est. In quel momento le autorità erano consapevoli che i giovani berlinesi erano stanchi dell’oppressione e desiderosi di libertà. «Già nel 1981 Springsteen aveva chiesto di suonare in Germania Est, in quell’occasione la richiesta fu rifiutata», spiega l’autore in un’intervista con Linkiesta a Berlino, «successivamente fu però in particolare l’FDJ, la Gioventù comunista, che fece pressione per realizzare l’evento ed arrivò a mentire alla Stasi pur di poter realizzare il concerto». La ricostruzione di Kirschbaum si basa su documenti della stasi dell’epoca che l’autore ha ceduto in visione a Linkiesta. L’FDJ fece passare il concerto di Bruce Springsteen a sua insaputa come un evento di solidarietà con il Nicaragua.

«Springsteen salì sul palco, cantò per quattro ore di fronte a una platea infinita di 300.000 persone», ricorda Kirschbaum, «è stato un momento decisivo, a mio parere. Diede ai presenti ancora più voglia di libertà, quella stessa libertà che Springsteen ha sempre osannato nelle sue canzoni. Nel 1988 la Germania Est si apriva leggermente al rock occidentale, una musica che fino a poco tempo prima veniva descritta come “decadente”». Eppure negli ultimi anni precedenti alla caduta del muro Born in the USA si poteva acquistare nella Germania Est e il pubblico conosceva perfettamente il testo del singolo. Per questo ebbe un significato particolare che i giovani dell’Est partecipassero consapevolmente a un evento simile, autorizzato, vigilato dalla Stasi, ma pur sempre un concerto di Bruce Springsteen in terra comunista.

Cornelia Günther, giornalista di The Economist e nata nella Germania orientale era presente in quell’occasione. Non solo, lo visse dal backstage, secondo quanto ricorda in un’intervista con Linkiesta, «non si era mai vista tante gente in quel luogo. Dal 1987 lavorai come traduttrice per l’agenzia della cultura della DDR, il primo incarico fu con Barclay James Harvest, in quell’occasione i presenti furono 45mila, che era già una cifra altissima per la nostra piccola DDR. Poi ci furono Bob Dylan e Joe Cocker con cui si superarono le 100mila persone. Già allora pensammo che di più sarebbe stato impossibile. Poi arrivò Bruce Springsteen e superò tutti. Ebbi l’occasione di salire sul palco, sembrava che tutta la DDR fosse lì di fronte quella notte».

«In particolare fu quella frase “la speranza che tutte le barriere possano essere abbattute” che arrivó direttamente al petto. Nessuno prima aveva mai osato lanciare un messaggio simile da un palcoscenico della DDR». Con la parola “barriere”, Springsteen si riferiva chiaramente al muro di Berlino, ma l’organizzazione gli impedí di usare la parola “muro”: una critica così diretta non sarebbe stata accettata.

Il libro rievoca la storia del concerto dall’organizzazione alle ore precedenti. Anche se le autorità continuarono  successivamente a ribadire che i presenti erano 160mila, cioè esattamente il numero di biglietti venduti, le immagini aeree dimostrano che furono al meno il doppio. Attorno al luogo del concerto a Weissensee si creò «la maggior coda della storia della DDR», e addirittura Bruce Springsteen ebbe difficoltà a raggiungere l’arena. Il testo è corredato da una serie di interviste a storici esperti dell’epoca, «tutti sono d’accordo con la mia teoria che il concerto contribuì a creare un clima e un sentire comune che portò alla caduta del muro», assicura l’autore. «Bruce Springsteen non fece materialmente cadere il Muro: questo fu piuttosto il risultato della Perestroika e delle proteste dei cittadini della DDR», spiega Günter, «però precisamente questo concerto alimentò il desiderio di libertà della gente», innescando un processo irreversibile.