Apres-Mai-di-Olivier-Assayas_h_partb

di Ruggero Adamovit

Dal regista francese Olivier Assayas, già autore della miniserie Tv Carlos (2010), un grande affresco sul tramonto delle velleità e degli ideali della rivoluzione del 68 in Europa. Prodotto da MK2 Productions, il film narra le vicende di un gruppo di giovani, agli albori del Maggio parigino e le successive rivoluzioni intraprese nei percorsi personali dai protagonisti. Un racconto per immagini trainato da una sceneggiatura ferrea ed ellittica, secondo il motto “non dire ma mostrare”.

Accompagnato da una recitazione leggera (Clément Métayer è Gilles, protagonista e alterego filmico del regista, mentre le donne della sua vita sono Laure, l’eterea Carole Combes e Christine, una brava Lola Créton nel ruolo dell’artista-attivista politicamente impegnata) Apres mai (2012), letteralmente “dopo Maggio” è girato con mano aggraziata e con stile pulito.

Venato di una lucida malinconia, quasi apertamente autobiografico (la famiglia del protagonista Gilles assomiglia molto da vicino a quella del regista, figlio di uno sceneggiatore) il film è un capolavoro di scrittura. Non a caso vincitore del premio Osella per la migliore sceneggiatura alla 69 esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Apres mai è una panoramica disillusa sul naufragio dell’onda collettiva che ha animato lo spirito rivoluzionario del 68.

Dapprima esuberante, poi stanca e appesantita, infine frazionata in tante piccole correnti autonome e antitetiche. Dall’utopia di una società idilliaca sul modello della comune, alla realtà delle infinite derive intraprese dai protagonisti: il trionfo dell’individualismo di massa. La pellicola apre a nero e lentamente si affolla di titoli di testa, edifici, individui: siamo all’interno di un liceo francese, ora di lezione.

Il professore lascia al gruppo di studenti una riflessione sulla scorta di un pensiero di Blaise Pascal e ammonisce: “Non badate alla forma, so che è d’altri tempi: mi direte voi cosa evoca in termini di attualità“. Il messaggio è autoreferenziale. Anche l’ennesimo film sul 68 può far riflettere, mai come ora, sulla condizione giovanile attuale. Sempre sulle barricate, in balìa del naufragio, con la rivoluzione inesplosa nell’aria e l’amaro dissiparsi dei contorni sfumati del sogno.

La chiosa scelta da Assayas è di un bianco accecante: l’immagine di Laurie, la ragazza amata e svanita in una deriva di insensata autodistruzione, bruciata dallo schermo che si fa bagliore, che annulla i colori e le individualità e che tutto appiattisce. Sullo sfondo, i germi della rivolta, le esperienze psichedeliche e la droga, il passaggio di un gruppo di giovani amici dalla scuola all’università.

La famiglia e l’inevitabile scontro generazionale, l’esperienza del collettivo e la delusione dell’agone politico, esplicata sullo schermo negli interminabili discorsi “alla Ken Loach” sul cinema documentaristico sui contadini del Laos. Gli amori e i viaggi, l’arte come percorso personale di realizzazione. Malinconicamente irrealizzata. Come nel lungometraggio montanelliano sulla rivoluzione ungherese, anche in Apres moi i sogni muoiono all’alba. Il Maggio è passato, il risveglio è di un candore netto e assordante: la luce newtoniana del giorno spazza via in un sol colpo i bagordi e i falò della lunga notte Sessantottina.