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di Ruggero Adamovit

Brit, Candy, Cotty e Faith sono quattro collegiali americane che, pur di racimolare i dollari necessari per la tanto agognata vacanza di metà semestre, lo Spring Break, decidono di rapinare un fast food. Sono dirette in Florida, tra festini a base di sesso, alcool e droga, ma la loro bravata le conduce davanti a un giudice per il processo. Uscite su cauzione per intercessione di Alien, uno sgangherato rapper con la passione per le armi da fuoco (il tamarrissimo James Franco, qui magistrale e da gustarsi assolutamente in lingua originale) le ragazze entrano in un vortice fatto di vita criminale e di eccessi, dal quale sarà sempre più difficile uscire.

Proiettato il 5 Settembre 2012 alla Sessantanovesima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia come film in concorso per gli Stati Uniti, Spring Breakers è il quinto lungometraggio del regista, produttore e sceneggiatore Harmony Korine. Confermata la vena caustica e corrosiva delle sue opere, la pellicola in questione rappresenta il trionfo della deriva valoriale della cosiddetta Next Generation, Mtv Generation, o Generazione Y. Nichilismo e deresponsabilizzazione le parole d’ordine, per un movimento di novelli Icari portato all’assurdo più estremo nella concitata rappresentazione su grande schermo del regista statunitense. Che in maniera ironica elegge a paladine dello sballo alcune tra le icone più note dei prodotti per ragazzi a marchio Disney, su tutte Selena Gomez e Vanessa Hudgens.

Il film, all’uscita erroneamente confuso con una commedia pecoreccia della serie American Pie, è in realtà una drammatica discesa agli inferi di un gruppo di adolescenti, svuotato da ogni riferimento esistenziale. La macchina da presa è impietosa nel ritrarre e cadenzare con ritmo da videoclip l’orgiastica e infinita sequenza di atti osceni in luogo pubblico. Teatro un’estate senza fine, il Paese dei Balocchi collodiano, la meta sudaticcia e (tra)sognata da molti giovanissimi: l’eterno Spring Break. Carrellate di corpi ansimanti, primissimi piani di addominali e natiche come nei filmati avanguardisti, bikini striminziti come da prelavaggio sbagliato, nudità esibite e reiterate, movenze e prossemica lasciano davvero pochissimo spazio alla fantasia.

E mentre si consumano velocissimi coiti in ogni luogo immaginato, si mimano sagaci rapporti orali con la canna della pistola, si inalano strisce di coca lunghe quanto autostrade dal bassoventre di ragazzine vestite solo intimamente e luculliane canne, farcite di ogni sorta di droga conosciuta, girano senza soluzione di continuità come i vinili sui piatti del disk jockey, va in scena una mimesi dello sguardo malata, volutamente ipertrofica e che, ineluttabilmente, condurrà al dramma, alla voragine, al vuoto senza fine.

Vuoti affettivi, ideali ed esistenziali da riempire senza sosta; una frenetica corsa all’autodistruzione con il lontano profumo di una gioventù che, se un tempo era bruciata, oggi è marcia, cinica e algidamente senz’anima, messa in mostra senza fronzoli e in maniera provocatoria e senza scampo dal regista di Gummo. Non c’è autoassoluzione nella generazione dello sballo perpetuo. Non c’è metodica, mancano un piano e una direzione. Nelle reti delle 4 scatenate collegiali, a restare intrappolate sono solo loro stesse, prese in mezzo dalla forza centripeta dell’estetica dell’eccesso, che tutto fagocita e attira, ma che ben presto si rivela disumana potenza centrifuga, disgregatrice di rapporti, che abilmente annega il dolore e l’esperienza e tiene a distanza la vita.

La generazione dei surfisti esperienziali raccontata da Baricco, dei video patinati, coacervi di cosce nude, alcool ed esperienze mordi e fuggi. Immortalata dai colori sgargianti, dalle tinte evidenziatore dei pochi stracci, quasi superflui, che ricoprono gli sviliti corpi oggetto delle protagoniste, dallo zoom e dal ralenti – protesi cinematografiche di uno sguardo vorace e assetato di sesso e di esperienze oltre il limite. Un grandioso affresco postmoderno spiattellato in faccia ai benpensanti, ma anche a chi pensa male, a torto o a ragione, di una frangia generazionale vacua e con l’acqua alla gola, senza più santi né eroi. Don’t try this at home.

“Spring Breakers” è in programmazione a Berlino e in Germania. Per vedere dove, consultate Kino.de.