Ascanio-Celestini

di Oriana Poeta

Il caffè lo beve rigorosamente senza zucchero, anche nella landa teutonica dove, si sa, il caffè non è dei migliori.

Ma siamo da Vino e Cucina, un piccolo e accogliente ristorante italiano, nel cuore di Kreuzberg. Ascanio Celestini, appena arrivato per la rassegna “Alice allo specchio” (organizzata da Mondolibro e il collettivo artistico 4920 km) trasmette, anche senza zucchero, quella dolcezza e, aggiungo, umanità che piacerebbe trovare quando si incontra una persona.

Quella stessa dolcezza e umanità che riesce a vedere nelle persone “dimenticate”. Quelle persone che gli regalano una storia, la loro storia e che non si aspettano nulla, tranne, forse, una speranza, la speranza che qualcosa possa cambiare. Mentre parla non smette mai di fare esempi, paragoni e di ricordare storie che, forse, tutti dovremmo tenere bene a mente. Ricorda Aldrovandi, le condizioni in cui vivono “matti” e detenuti.

“Si, mi affido alle persone, alle loro singole storie e, soprattutto, alla loro umanità. Riesco a trovare più umanità nella storia raccontata da un detenuto, che da un banchiere. Non me ne vogliano i banchieri, ma m’interessa quel tipo di umanità che posso scovare in una persona, che non riveste una certa posizione privilegiata“.

Leggendo Io cammino in fila indiana (Einaudi, 2013) ci si accorge che ai “protagonisti” viene prestata loro una voce, un soffocato grido di ribellione. Vengono raccontate storie che sfiorano l’inverosimile, ma che sono reali. Il tutto raccontato in un linguaggio semplice, diretto, ricco di allusioni, metafore, ma che raggiunge, immediatamente, il lettore o lo spettatore.

Come riesce a comunicare esprimendosi sempre con mezzi differenti?

Non penso allo spettatore, o al lettore. Penso soprattutto alla storia. Giocando con il linguaggio tento di raccontarla. Il linguaggio è articolato in maniera diversa, a seconda del mezzo che viene utilizzato. Cerco di raccontare una storia allo stesso modo in cui spiegherei come raggiungere un posto. Non ne faccio una questione urbanistica, toponomastica. Ripercorro idealmente la strada che farei per raggiungere un determinato posto. E’ così che normalmente comunichiamo.

Il linguaggio usato oggi dai nostri politici appare semplice, non più incomprensibile come quello utilizzato in passato. Hanno cambiato registro?

Oggi il linguaggio dei politici è molto pericoloso. Noi chiedevamo ai nostri politici un linguaggio più immediato, soprattutto, meno complicato. Loro, invece, sono passati, gradualmente, da un linguaggio complicato ad uno semplice, apparentemente immediato. In realtà pieno di termini, che definirei, da stadio, al fine di trasformare il cittadino in un tifoso. Ultimamente i politici, ma anche alcuni giornalisti usano le parole come se incitassero una tifoseria. E’ un linguaggio che, a volte, può rivelarsi violento.

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La scelta del linguaggio e delle parole è molto importante quando si comunica e, alle volte, si rischia di scegliere parole che, forse, non sono adatte, con le quali si può essere fraintesi, o offendere. Mi riferisco al recente caso che ha visto coinvolto Franco Battiato.

La parola che ha utilizzato esiste nella nostra cultura e viene utilizzata con un preciso significato. Il problema è che Battiato non ha utilizzato questa volgarità attribuendola alla sua persona, ma l’ha utilizzata contro altre persone. Se avesse usato quella stessa parola in una sua canzone, se l’avesse cantata l’avrei accettata. Non si tratta di una questione di galateo, nè di political correct. Le parole sono come dei legami, che immediatamente ci riportano le prime immagini che colleghiamo nella nostra mente. Nei campi di sterminio gli internati venivano chiamati “pezzi”, non persone. Bisogna cambiare le parole. Alla mutazione linguistica seguirà, probabilmente, un vero cambiamento.

Parole e immagini: un connubio che si può ritrovare in una campagna pubblicitaria. A quella degli strofinacci che qualche giorno fa è stata censurata. 

La questione diventa più complicata. Il pubblicitario rivendica la sua espressione artistica, ma anche qui c’è stato un cambiamento. La pubblicità sino a qualche anno fa era propaganda. Ora non lo è più, è diventata seduzione.

Ad essere colpite sono anche e, soprattutto, le donne, che ultimamente sembrano rivestire un ruolo particolare. I movimenti (Se non ora quando, Femen), le campagne elettorali con le quote rosa, la saggia che per Napolitano non c’è, il Papa che ne sottolinea l’importanza.  

In questo gioco politico degli ultimi anni si fa a gara ad avere di più: più saggi, più tecnici, più quote rosa. Ma non è la quantità che conta, bensì la qualità delle persone. Ciò su cui si dovrebbe puntare è la formazione, la formazione di un politico. Dovrebbe crearsi un dibattito interno.

Cosa pensa del Movimento Cinque Stelle? 

I grillini avrebbero potuto dare il loro contributo, un senso se fossero rimasti in una realtà più piccola. Alle elezioni comunali, per intenderci. E’ come se avessero fatto un salto troppo in alto senza prevedere le conseguenze. Ciò non significa che non avrebbero arricchito il Paese. Siamo convinti di vivere in Europa, in un mondo globalizzato, ma siamo molto più legati al nostro quartiere, alla nostra borgata. Io per primo a Roma ho vissuto nella stessa borgata e solo fra qualche mese mi trasferirò in una casa che si trova a poche centinaia di metri. Non guardiamo le piazze, le strade di Berlino. La piazza di Siena o la stessa piazza Navona appaiono piccole, limitate, ma ognuno di noi è legato proprio a quella. Ciò non esclude la voglia di vedere cosa succede nell’altra piazza, di scoprire il diverso, l’esotico. E’ come se avessimo tante piccole patrie. In Italia non è mai esistito uno Stato, non c’è una patria, ma un insieme di piccole patrie.

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