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di Ruggero Adamovit

The Master. Nell’etimologia anglosassone, l’esperto, lo specialista. Il capo carismatico, il leader, il dominatore. O ancora: l’originale, da cui discende la copia. La pellicola di P.T. Anderson, regista di capolavori pluripremiati come Magnolia e Il Petroliere, fa centro per l’ennesima volta. Con un film lontano dai suoi schemi, con attori distanti dai caratteristi-feticci largamente utilizzati e ricorrenti in numerose sue opere. Ci si aspetta un film corale, un intreccio di storie e di nodi che vengono splendidamente al pettine in un finale catartico stile tetris e ci si trova davanti a un morboso e claustrofobico rapporto biunivoco.

Un tira e molla (forse) irrisolto, apice delle nevrosi umane dei due interpreti principali. Un Philip Seymour Hoffman (Lancaster Dodd) visibilmente appesantito e rubicondo, che ricorda vagamente e in maniera spassosa il Tricheco mangiatore di ostriche dell’Alice nel Paese delle meraviglie  disneyano. Un Joaquin Phoenix (Freddie Quell) trasformato, la mascella storta, la camminata traumatica. Ennesima prova da 10 e lode per il turbolento attore di I’m still here, questa volta sbarbato ma sempre e comunque molto problematico.

È difficile capire chi sia tra i due il protagonista e il non. Lancaster Dodd, carismatico leader de La causa, sedicente movimento parareligioso-filosofico, a metà tra agiografico guru e purissimo cialtrone, arruola tra le fila dei suoi adepti il giovane Freddie Quell/Phoenix, veterano di guerra alle prese con il difficile reinserimento nella società americana e lo sottopone al Trattamento: un procedimento maieutico utile a estrapolare gli shock del passato, per vivere bene il presente. Problemi di alcoolismo, turbe sessuali a livelli di guardia; una donna, amore della vita, presa e persa per sempre; una donna di sabbia con cui sfogare le pulsioni cesellata in riva al mare; un passato irrisolto che lo tormenta e lo fa vivere come una foglia al vento, senza mordente, sballottato e in preda a correnti ascensionali e brusche ricadute.

Il personaggio malleabile per eccellenza, la tabula rasa, la copia. The Master invece ha le ruvide e spartane fattezze di Dodd/Hoffmann, deus ex machina di una setta che in molti, tra gli esperti di cinema, hanno avvicinato nella realtà alla Scientology di Ron Hubbard. La critica insita nel film è latente e al vetriolo, sebbene nascosta e alla fine delegata alla facoltà spettatoriale. Il messaggio di fondo: ogni uomo ha bisogno del suo Dio. Freddie lo trova in Lancaster. Ed è un Dio biblico in piena regola: irascibile e paterno, generoso e calcolatore, benevolo e spietato. Freddie è il discepolo che tutti vorrebbero: mansueto fino alla sottomissione, assolutamente privo di personalità, pronto a gettarsi nel fuoco per il proprio mentore. Ottima anche la prova di Amy Adams (Peggy Dodd, moglie di Lancaster), alla sua quarta nomination hollywoodiana come non-protagonista, superata dalla pur brava Anne Hathaway di Les miserables.

Il film, a fronte di un budget allocato di circa 32 milioni di dollari, ne ha raccolti ad oggi solamente la metà. Portato sugli allori dalla critica e dai festival di tutto il mondo, è però stranamente snobbato dal grande pubblico, forse allettato da nomi più altisonanti e dalla raffica dei kolossal d’animazione, fantasy e supereroi che rappresentano senza dubbio il nuovo e facile trend per sbancare con certezza i botteghini. Girato quasi interamente in California, terra d’origine di Anderson, tra le città di Berkley, LA, San Francisco e Vallejo. Unica eccezione per una rapida puntata hawaiana, l’esotica O’Hau.

Presentato in Germania al 70mm Film Festival nella prima del 7 Ottobre 2012 a Karlsruhe, è uscito nelle sale tedesche il 21 Febbraio di quest’anno. Vanta un palmarès di premi internazionali davvero invidiabile, ma è stato curiosamente snobbato agli Oscar. Certo, Hoffmann e Phoenix non hanno avuto vita facile, scavalcati rispettivamente da Christoph Waltz e Daniel Day Lewis, ma a Paul Thomas, regista di Los Angeles, poteva essere concessa tranquillamente una seconda chance, dopo il successo riconosciuto anche dall’Accademy de Il petroliere. Sarebbe stato troppo, forse. Possibilità che invece si presenta a Freddie Quell / Phoenix nel bellissimo finale.

Abbandonata La causa, la pallida copia  spersonalizzata non sa fare altrimenti che applicare gli insegnamenti del Maestro. Avvincente, emozionale, un inseguimento a tutti i livelli, un rapporto morboso di non-crescita tra due grandi/piccole personalità insolute, Hoffmann/Phoenix, nella realtà due tra i più grandi attori del momento. A impreziosire il tutto le musiche dei Radiohead, firmate Jonny Greenwood, per una pellicola imperdibile e vivamente consigliata. Essenziale.

*** “The Master” è in programmazione in questi giorni in 2 cinema di Berlino. Per l’elenco completo, gli orari di programmazione e i prezzi clicca qui: Kino.de ***