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Il paesaggio della città contemporanea è costituito da un matrix complesso fatto di imprecisioni, cancellature, stratificazioni, paesaggi vaghi. Le infrastrutture e i programmi di occupazione dei territori che mutano, lasciano incompletezza. 

Enric Batlle argomenta nel suo Jardín de la Metrópoli il tentativo di dissolvere il limite tra la città e il proprio territorio a partire dalle possibilità offerte dagli spazi liberi, vaghi, vuoti.

Se si cerca sul dizionario il significato di “interstizio” si fa riferimento ad uno spazio per lo più minimo, che separa due corpi o due parti di un corpo. L’interstizio in sé e per sé, è nulla.

A parte forma e dimensione gli interstizi urbani condividono alcune caratteristiche, sono per lo più recintati, vuoti e abbandonati. La (causa) natura degli interstizi può essere diversa, attribuibile per esempio alla dismissione di un’infrastruttura, o essere residuo di presenze urbane sovradimensionate o ancora il risultato di un cambio d’uso o di una demolizione.

Il paesaggio di Berlino, dal dopoguerra in avanti, è puntellato di interstizi, di spazi liberi, vaghi al punto in cui proprio questi luoghi hanno per anni strutturato la città e proiettato un immagine chiara di essa.

I diagrammi mostrano il pattern del costruito nell’area della “Innenstadt” nel ’40 e nel ’45.
I diagrammi mostrano il pattern del costruito nell’area della “Innenstadt” nel ’40 e nel ’45 / © URBAB 2008

Il regista Wim Wenders, parlando del film Der Himmel über Berlin, afferma che a Berlino sono proprio gli spazi vuoti a consentire agli uomini di farsi un’immagine della città. Non solo perché permettono di abbracciare con lo sguardo intere superfici (a volte anche fino all’orizzonte, cosa di per sé piacevole in una città), bensì perché attraverso queste falle si può vedere il tempo, l’elemento che scandisce la storia.

Il contributo del paesaggista e teorico Christophe Girot nell’articolo Eulogy of  the Void descrive Berlino attraverso gli esperimenti progettuali dello spazio pubblico dopo la caduta del muro. Sembra che l’esperienza berlinese possa, e forse debba, insegnare il modus operandi di fare e interpretare il paesaggio nella città contemporanea, considerando esso come elemento strutturante della città.

Girot ripercorre la storia dell’incertezza berlinese, la racconta come potenziale, come valore per il paesaggio urbano. La città ha metabolizzato le sperimentazioni, delineando un processo fino alla trasformazione da parte degli abitanti.

Un esempio emblematico della trasformazione del paesaggio a Berlino è il Mauerpark, uno dei parchi più frequentati, discussi e conosciuti della città. Sembra oggi dissonante parlare del Mauerpark come di un interstizio date le dimensioni e gli usi che hanno riattivato questa enorme superficie. Eppure, il territorio ora occupato dal Mauerpark era un enorme interstizio.

© URBAB 2007
© URBAB 2007

Il parco di cui si fa esperienza oggi è il risultato di una della storia affascinante di questo luogo, emblematico delle trasformazioni paesaggio urbano nella capitale tedesca degli ultimo trent’anni.

Il primo vero progetto del Mauerpark è stato un tentativo di trasformare il vuoto lasciato dal muro in una sorta di catena di colline artificiali. I movimenti di terra, situati sulla striscia una volta occupata dalla no-men’s land, volevano essere metafora del limite che era durante gli anni del muro. Questo progetto è stato duramente criticato dai cittadini come anche dalle istituzioni e a lungo evitato, soffrendo di erosione e sottoutilizzo negli anni immediatamente successivi. Con queste premesse, il parco ha perso rapidamente i connotati voluti dal progettista, Gustav Lang, diventando una striscia di verde scarsamente alberata. In questa fase di abbandono, non solo riemerge lo spirito del “Muro” con quel polveroso sentimento legato alla no-man’s-land, ma riappare l’essenza di quel luogo, che era stato terreno militare nella prima metà dell’800.

Lentamente il parco torna ad essere quel vuoto che doveva essere riempito con un progetto per lo sviluppo della città. Solo quando torna ad essere il vuoto che era, viene accolto dagli abitanti, metabolizzato e interpretato come un luogo di grande qualità urbana e sociale.

Oggi vi è una qualità autentica che non avrebbe potuto avere nel suo programma originale. Si potrebbe quasi dire che il parco ha recuperato così il suo genius loci. L’aspetto più interessante di questo luogo è innegabilmente la chiara identificazione con i giovani della città: il Mauerpark descrive una straordinaria dimensione sociale.

© Stefania Facco 2013
© Stefania Facco 2013

Questo luogo corrispondeva infatti ad un particolare gruppo, o forse nicchia di persone, identificate con i movimenti alternativi di Kreuzberg dei primi anni ottanta. Il tempo l’ha reso così emblema di una sottocultura, letteralmente brulicante di persone di giorno e di notte. Oggi è territorio di innumerevoli eventi spontanei e di carattere temporaneo.

© Stefania Facco 2013
© Stefania Facco 2013

Il punto non è celebrare il Mauerpark in quando parco, ma bensì discutere l’importanza di un’appropriazione emblematica e l’identificazione con tali spazi, abbandonati o vaghi. Il parco si è trasformato gradualmente, è stato uno dei luoghi più creativi e attraenti per le sottoculture a Berlino. Probabilmente questo non sarebbe potuto accadere senza il completo abbandono del paesaggio e del controllo su esso. È stato un divenire lento, un processo.

Secondo il pensiero del XIX secolo, sarebbe compito della città mantenere e controllare uno spazio pubblico al fine di ottenere una “forma civica della natura”. Il Mauerpark esemplifica l’esatto opposto di questo pensiero, emblema e rappresentazione delle trasformazioni del paesaggio naturale a Berlino.

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