Metropolis © Fritz Lang

1. Fra 100 anni esisteranno ancora gli storici. Qualunque faccia avranno. Dei nostri giorni citeranno due tipi di eventi (e forse li collegheranno tra loro: stravolgimenti economico/geopolitici e un nuovo modo di comunicare. Se per le natura dei primi non c’è ancora nessuna certezza, il secondo evento è già parte della storia dell’umanità. Internet, le reti interconnesse e la diffusione/accumulazione digitale dei dati. Questi elementi ricopriranno la stessa importanza che ha avuto nella nostra storiografia quello che fu il passaggio dai manoscritti alla carta stampata. Siamo in mezzo ad un guado. E Berlino è una città ideale per guardare dentro a quello che accade ogni giorno nella neonata era della Rete. Nel bene e nel male. A livello economico, culturale e, a volte, anche artistico.

2. La Berlino digitale non è un paradiso e non lo sarà mai. Non è un’utopia elettronica in cui tutti realizzeranno i propri sogni. Le nuove professioni del web esistono e saranno sempre più importanti, ma in questo momento la competizione per accedervi è alta e caotica. La web economy ha enormi potenzialità, soprattutto nell’integrazione con l’economia classica, ma è una giungla fitta di rischi e incognite. Chiunque parli di Berlino come del paese dei balocchi vende un’inutile favoletta da rotocalco. E oggi non abbiamo bisogno di favole.

3. Finché non le verrà messo il guinzaglio, Berlino è ancora un’open air multiculturale in cui si mischiano idee di ogni tipo, in cui le trovate inconcludenti nutrono quelle che funzionano, in cui i perditempo sono i migliori consiglieri di chi porta avanti un buon progetto. In questo senso a Berlino si coltiva un nuovo modo di produrre, nato dall’incontro tra la città un tempo totalmente alternativa e l’economia digitale. La web economy, è ovvio, si basa però su finanziamenti specifici e non su soldi caduti dal cielo: questo significa che qualcuno ha intelligentemente scommesso sul potenziale innovativo del libero laboratorio sulla Sprea, ma anche che la Berlino digitale è legata al 99% ad una parte del mondo economico e finanziario e ne condivide gli andamenti. Questo potrà essere occasione di grandi successi, come di chiari insuccessi.

4. Berlino è piena di italiani. Anche quella digitale. Perché in Germania le cose vanno meno peggio (ammesso, e non concesso, che Berlino sia una città tedesca). Fatto sta che qui, in questo kaos senza certezze, ci sono delle possibilità. Le possibilità che in Italia sembra siano state scientificamente imprigionate. Di italiani in gamba qui è pieno, io ho la fortuna di conoscerne ogni giorno. É uno strano fenomeno fisico: basta dargli delle possibilità e alcuni italiani le sfruttano sempre alla grande. Forse torneranno in patria, prima o poi. Per ora se ne stanno a Berlino, quasi a confermare quello che mi ha sempre detto mio padre: si diventa davvero italiani solo da emigranti.

5. Le cose da dire sulla CYBERlin possono essere tante. Frammenti, più che altro, di qualsiasi tipo. Perchè la conoscenza nell’era di Internet è meno lineare, ma non per questo dev’essere meno profonda. Si tratta di orientarsi tra flussi di dati, di imparare a distinguerli, collegarli. E, soprattutto, si tratta di imparare ad imparare dalla condivisione in rete. C’è un tizio, un mio amico che ha iniziato ad occuparsi di WWW quando sembrava ancora solo un delirio cyberpunk…questo tizio ripete sempre: “Internet dev’essere diffusione orrizontale di saperi verticali, tutto il resto è una fregatura”. Qua da Berlino si può provare a vedere se ha ragione.

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1 commento

  1. Ho difficoltà a capire quale differenza ci sia tra la CYBERlin e la CYBERitalia (per usare termini “similari”)! Non ho difficoltà a capire che, oggi e forse anche ieri, le opportunità di “occuparsi economicamente retribuiti” nella Web economy della Berlino “digitale” sia molto più facile che in Italia ma chiunque i Italia ha le possibilità economiche per operare in Rete credo non abbia “limitazioni” rispetto a chi risiede a Berlino e quindi, per quelllo che può valere il parere di un Italiano 75enne, non tutti sentono la necessità di recarsi all’estero per sentirsi “italiani” ma chiaramente, la maggior parte, va all’estero per una questione “fondamentale” di necessità economica che consenta loro di “tornare in Patria” con un bagaglio di esperienza (e di possibilità economiche!) che gli consentano di proseguire la propria esperienza professionale nel proprio Paese con meno difficoltà ambientali e di lingua evitando di contribuire ad “affossarlo” privandolo del proprio contributo per mantenere (riportare?) l’Italia al ruolo non proprio “marginale” che questo Paese ha saputo conquistarsi con risorse “naturali” ben inferiori alla maggior parte dei suoi “partners” e/o concorrenti nel mondo.
    Ma forse le mie idee sono condizionate e/o superate e valgono solo per il passato che ho vissuto io e di cui vado “moderatamente” fiero! Complimenti comunque per la tua “brillante” esposizione di una realtà che tu stai vivendo e che io posso solo immaginare ……. Un abbraccio

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