© E.B. / Il Mitte

di Valerio Bassan

Il ciuffo, il mento pronunciato, le gambe magre, l’altezza – no, non certo irresistibile. Non ci sono dubbi: l’ombra a pochi metri da me, che sbuca dalla porta a sinistra del palco, è proprio quella di Kristian Matsson, il cantautore svedese conosciuto come “The tallest man on earth”. A confermare la mia impressione, una Gretsch rossa appoggiata ad una sedia in legno, nel centro esatto del piccolo palco del Lido di Berlino. É proprio la sua, illuminata dalla luce fioca dell’attesa.

Ai lati, un paio di amplificatori Fender, una decina di pedali, un pianoforte nero: una scenografia senza fronzoli, senza orpelli, un po’ come lui e la sua musica, così barebones, così rude, così profondamente folk. Davanti al palco ci sono circa trecento persone: la serata è sold out da almeno otto settimane, e fuori dal popolare club berlinese di Kreuzberg – sei anni compiuti lo scorso maggio – campeggia la scritta “keine abendkasse”, e cioè “se non avete già il biglietto in tasca, non provateci neanche”.

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Una testimonianza d’affetto che Matsson coglie, subito, appena entrato in scena; scruta dalla prima all’ultima fila, sembra contarci uno ad uno, poi si riscuote, quasi a volersi tirare un pizzicotto, quasi a cercare conferma che sia tutto vero. Finalmente imbraccia la Gretsch rossa, sistema la tracolla e comincia. La canzone prescelta è “To just grow away”, che poi è anche il brano che apre il suo ultimo disco, “There’s no leaving now”, uscito per Dead Oceans meno di un mese fa.

Come prevedibile, la batteria della versione registrata su album, live, svanisce. Meglio così: le canzoni del ragazzo di Dalarna sono troppo intime per essere spartite con altri. Lui, infatti, è tutt’uno con lo strumento, e mentre suona cade in una sorta di trance. “Love is all”, il secondo brano, è davvero una gemma, uno dei suoi migliori, nonché uno dei più attesi. La versione è mozzafiato e ricorda da vicino quella regalata da Tallest Man in un indimenticabile fuori onda registrato al talk show di Jools Holland nel 2011.

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Tocca poi alla dylaniana “1904”, il primo estratto da “There’s no leaving now”. Dall’ultimo, bellissimo album, Matsson pesca a piene mani: dalla title track, struggente piano-ballad che spezza a metà la scaletta, alla commovente “Wind and Walls”. Ma c’è spazio anche per “Criminals”, “On every page”, “Leading me now”. “Revelation Blues”, invece, trova posto nei bis: personalmente, la considero uno degli episodi meno riusciti dell’ultimo album, ma il resto del pubblico approva la scelta, e lo sottolinea cantando a gran voce “but sometimes it’s just roses dying too young“.

Del vecchio repertorio ci sono “I won’t be found”, “Where do my bluebird fly”, “Like the Wheel”, così come non mancano, a grande richiesta, la acclamatissime “The gardener” e “King of spain”. Il concerto – un’ora e mezza in cui Matsson non si risparmia nemmeno per un attimo – si chiude con “It will follow the rain”, su suggerimento di una ragazza del pubblico, che lo svedese esegue a metà (“Non ricordo più le parole”, giura) e “The Dreamer”, tratta dall’ep “Sometimes the blues is just a passing bird”, del 2010. Io alla fine mi porto pure a casa il plettro, come un ragazzino qualunque. Non è professionale, direte voi, ma non me ne frega niente: Tallest Man On Earth è uno dei più grandi cantautori della sua – la nostra – generazione. E stasera, sì, ne ha fornito le prove.