Amanda Palmer photographed by Paula Gonzales (twitter: @PGA99)

di Valerio Bassan

“Theatre is Evil” è un titolo ed una profezia. Il titolo è quello scelto da Amanda Palmer per il suo ultimo album, che ha raccolto oltre un milione di dollari grazie al crowdfunding. La profezia, invece, è quella che causa il grande imprevisto a poche ore dalla sua esibizione berlinese.

Un’incomprensione tra i gestori del Roter Salon, dove la Palmer deve esibirsi, e quelli del Volksbühne, lo storico teatro che ospita il piccolo locale indie, fa sì che “ad un muro di distanza” siano previsti in contemporanea il concerto della cantante americana ed uno spettacolo teatrale. Ma alle richieste del Volksbühne, che vorrebbe costringere la Palmer a rinunciare alla batteria e suonare in acustico per non disturbare gli attori impegnati pochi metri più in là, Amanda risponde picche.

O meglio, comincia, questo sì, alla chetichella: ukulele e voce, pianoforte e basso elettrico. Ma a mano a mano che lo show entra nel vivo – e che l’aria del suggestivo Roter Salon raggiunge la temperatura di ebollizione – lascia che il rock prenda il sopravvento. Ad accompagnarla sul palco c’è la Grand Theft Orchestra: il bassista e compositore Jherek Bischoff, il batterista Michael McQuilken, il chitarrista Chad Raines dei The Simple Pleasure, un quartetto d’archi.

Sotto il mantra “Theatre is Evil”, lanciato a mo’ di presa in giro verso gli inquilini del Volksbühne, al di là del muro, Amanda conduce il suo spettacolo puntando molto di più sull’intrattenimento che sulla musica. Già l’ingresso è di per sé scenografico: “costretta” dalle dimensioni del locale, lei e la band entrano dalla sala facendosi largo in mezzo al pubblico. É truccatissima, indossa il corpetto d’ordinanza e un capello, in mano ha un mazzo di fiori. Quando mi passa di fianco, sorride e me ne regala uno.

Sarà la serata cominciata storta – la scaletta è stata ridisegnata all’ultimo per cercare di fare meno casino possibile – tuttavia, le canzoni sono decisamente sottotono. Sia quelle del nuovo album, sia le varie Massachusetts Avenue, Half Jack e Missed Me (queste ultime tratte dal repertorio Dresden Dolls), risultano abbastanza scariche. Ad un certo punto, anche il pubblico accusa segni di stanchezza – è la stessa Amanda a dover dire “Are we losing you guys? – risvegliandosi solo con il “fuck it” di Map of Tasmania e con la trascinante Want it Back.

Mentre canta, però, Amanda è una leonessa. “Sovrasta” senza difficoltà chiunque altro condivida il palco con lei, scherza tantissimo con i propri fan. Sembra che stia suonando nel salotto di casa, tanto è l’agio che sprigiona durante il live. Forse sta proprio qui, il segreto del successo di Amanda Palmer: la sua spontaneità, la sua capacità di non elevarsi al di sopra del proprio pubblico (che la adora follemente), la sua umanità. Poco diva, molto teatrale – ironia della sorte, but not evil.

A dire la verità, Amanda non ha – fin dai tempi dei Dresden Dolls – mai fatto vanto di particolari doti vocali o compositive, ma ha puntato tanto sulla parte visiva dei suoi show e sull’empatia con il pubblico. E anche la serata del Roter Salon ha confermato in pieno questa sensazione.

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