© E.B. / Il Mitte

É rimasto a Berlino solo tre mesi, abbastanza per innamorarsi della città e portarsela dentro per sempre, facendola diventare la sua Kunsthaus, la sua “casa” in senso artistico. Nicola Ricciardi, milanese classe 1985, è stato negli ultimi 90 giorni il resident curator del Node Center For Curatorial Studies, importante centro cittadino dedicato all’arte contemporanea e ai curatori emergenti. Nella sua breve permanenza, Nicola ha curato la mostra “N.3” agli spazi Glogauair di Kreuzberg (insieme a Roberta Pagani), l’esibizione “Faraway, So Close” al Ficthe-Bunker, poi inclusa nel programma ufficiale della settima Berlin Biennale, e ha prodotto una serie di video-interviste sul tema dell’arte pubblica dal titolo “Conversation with Alice”, presentato ufficialmente all’Altes Finanzamt di Neukölln.

Il suo background si chiama Mazen, società che lui stesso ha fondato e dirige a Milano, insieme a Francesca Pascale, Alessandro Stefani e Lorenzo Mariani. Mazen è un network di professionisti dell’arte impegnati a produrre, curare e supportare progetti di arte contemporanea in giro per il mondo. La società è nata nel 2010 e ad oggi il suo staff è distribuito tra Milano, Berlino, Singapore e presto New York. E proprio dalla metropoli americana, infatti, ripartirà la strada di Nicola, ad un oceano di distanza rispetto a dove si era interrotta. Cogliamo l’occasione per fare quattro chiacchiere sulla sua esperienza berlinese e sullo “stato dell’arte” nella città tedesca.

Che bilancio tracceresti di questa tua esperienza berlinese?
Assolutamente positivo. Qui ho trovato un’energia che non ho mai trovato in nessun’altra città europea. C’è un grande entusiasmo, ovunque vai respiri una voglia di fare, di creare, di condividere. Parlo principalmente del settore dell’arte: in quest’ambito mi si sono presentate davanti opportunità che non avrei mai sperato di incontrare in cosi poco tempo. Merito del fatto che c’è un’innegabile predisposizione all’ascolto e se hai una buona idea e la volontà di portarla avanti trovi spesso qualcuno disposto ad aiutarti a realizzarla. Diciamo che l’intraprendenza è apprezzata e molto spesso premiata.

Berlino è davvero un paradiso, per artisti e curatori, oppure esistono delle zone d’ombra?
Ovviamente la città ha anche i suoi difetti. La principale recriminazione che ho sentito circolare nell’ambiente riguarda la ristrettezza del mercato – pochi grandi collezionisti, poche gallerie di peso internazionale – e la conseguente limitata circolazione di risorse finanziarie private. La grande differenza, in particolare con l’Italia, è che questo non ferma la volontà del fare: il poco denaro in circolazione viene spesso subito reinvestito e vi è una tendenza a cercare di fare il massimo con il minimo (ma non a scapito della qualità). A quest’attitudine va poi aggiunta l’assistenza dello Stato: qui l’arte è ancora considerata un investimento sul futuro, una mentalità che purtroppo in Italia non riesce davvero a passare.

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Si dice spesso che nel mondo dell’arte invidie e gelosie prevalgano sulla voglia di collaborare, di fare networking. Rispetto all’Italia come hai trovato i rapporti interpersonali nell’ambiente qui?
Anche in questo caso, la differenza con l’Italia salta agli occhi. Innegabilmente, Berlino gode anche di un vantaggio storico: dall’89 in poi, la città ha visto la propria popolazione accrescersi di nuovi cittadini provenienti da ogni angolo del pianeta, attirati dall’opportunità di creare qualcosa di nuovo in una città che doveva essere reinventata pressoché da zero. Il mio sguardo è limitato all’ambito in cui lavoro, ma è innegabile l’effetto positivo di questa “immigrazione artistica”. In tre mesi ho visitato gli studio di oltre 100 artisti dei quali quasi il 90% proveniva originariamente da fuori della Germania. Questa situazione ha generato un continuo scambio di idee e prospettive ma soprattutto ha dato vita a un meccanismo di “networking solidale”: siccome tutti qui si sono sentiti stranieri almeno una volta, darsi una mano l’un l’altro viene quasi naturale.

Già a Milano sfruttavi la possibilità del co-working, attraverso il progetto di Mazen. Berlino è da sempre una delle patrie europee del co-working, grazie anche alla grande disponibilità di spazi ed agli affitti bassi. Tu che situazione hai trovato durante la tua esperienza?
Sono un gran sostenitore del co-working. Mazen è nata e ha mosso i suoi primi passi proprio all’interno di una di queste realtà: il Cowo Ventura di Milano, egregiamente gestito da due splendide persone – Massimo Carraro e Laura Coppola. Grazie a loro ho imparato che la condivisione di spazi, idee e conoscenze rende il lavoro un’esperienza migliore. Un insegnamento che ho portato con me e che ha dato i suoi frutti anche a Berlino, dove mi sono trovato a lavorare in uno spaziosissimo loft nel cuore di Kreuzberg condividendo spazi comuni e scrivanie con altri dieci curatori provenienti da tutto il mondo – dal Messico all’Australia, dalla Russia alle Filippine. E posso dire che è proprio da questa condivisione che sono nati molti dei progetti realizzati qui a Berlino.

Ora proseguirai la tua carriera a New York, senz’altro un bel passo in avanti. Credi che ti mancherà qualcosa di Berlino? 
Di questa città di sicuro mi mancherà la spensieratezza. Tutte le persone che conosco che hanno lasciato Berlino per New York dicono di sentire spesso la nostalgia dei ritmi rilassati e pacifici della vita lungo la Sprea. Sicuramente a New York respirerò un’aria estremamente più competitiva – ma per mia fortuna mi sono sempre trovato a mio agio nei climi di competizione. Inoltre, sono fermamente convinto che gli Stati Uniti, seppur con i loro molti difetti e nonostante la crisi tutt’ora in corso, rappresentino ancora la “terra delle opportunità”. Una definizione che – a pensarci bene – trovo molto pertinente e calzante anche per Berlino.

1 commento

  1. hey nicola che numero hai di piede?
    cosi´posso prenderti un paio di stivali di gomma per lavorare al mercato del pesce di tempelhof, co-working, diponibilitá di spazi, e prezzi competitivi.

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