Quando Nick Cave calpestò per la prima volta il suolo di una Berlino che ben presto si sarebbe radicata nel suo sound e nelle sue viscere, non era di certo la star a livello mondiale che conosciamo oggi. Erano ancora lontani i tempi in cui avrebbe camminato come un messia redento sulla folla in delirio, eppure fu proprio il periodo che il cantante australiano trascorse nella capitale tedesca a segnare così profondamente non solo la sua produzione musicale successiva, ma anche lo svolgersi della sua vita.

Erano i primi anni ’80, Cave era reduce dall’esperienza londinese con i Birthday Party, dopo aver scosso l’Inghilterra con perfomance sul palco che persino nella città dell’esuberanza si fecero a lungo ricordare. Aveva appena 26 anni, l’aria stralunata e di certo cercava, in terra teutonica, una sorta di redenzione artistica e personale che lo riscattasse dal suo precedente vissuto. Berlino aveva già ispirato alcuni dei suoi miti, quali Lou Reed, David Bowie e Iggy Pop. Per dimostrarsi all’altezza degli artisti citati, il Re Inchiostro doveva compiere un qualche rito iniziatico, fondamentale, all’ombra lunga di quel muro che sarebbe crollato pochi anni dopo il suo arrivo.

Nick Cave and the Bad seeds live at Paladozza. Photo by Alessandro Bonvini

E fu così che fondò i Bad Seeds. Con lui, il bassista Barry Adamson, il chitarrista Hugo Race, l’ex membro dei Birthday Party Mick Harvey e, soprattutto, Blixa Bargeld degli Einstürzende Neubauten. Nessuno meglio di Blixa poteva introdurre Nick Cave ai segreti iniziatici di una città tumultuosa come la Berlino di quegli anni. Le dissonanze industriali, il fervore sotterraneo, la compresenza di una new wave in perpetua fase di rinnovamento e la cultura dei club che iniziava a reclamare il suo spazio: tutto questo confluì nell’estetica del primo Lp della band, “From her to eternity”.

Cave ci mette di certo del suo: il suo immaginario era nutrito non solo dalle precedenti esperienze musicali, ma anche da un’ampia e raffinatissima sensibilità letteraria. Nelle sue liriche, inconfondibili già da questa prima esperienza, si intrecciano riferimenti a quegli scrittori russi che il padre gli aveva insegnato ad amare. Nick ricorda, in un passaggio de 20.000 days on Earth, il suo amore per Nabokov su tutti ma, in quel calderone mistico che i suoi versi rappresentano, possiamo rintracciare anche altri illustri scrittori russi come Tolstoj e Dostoevski, i vangeli apocrifi, le annunciazioni di Rainer Maria Rilke, le letture dei sonetti di Shakespeare a tarda notte. Il tutto condensato in un disco in cui il delta del Mississipi e il suo blues sfociano sulle trame ossidanti dei rumori industriali: l’effetto è straniante, è come se i The Animals, a cui Cave guarda con rispetto e celebri per il loro pezzo “The House of the Rising Sun”, cantassero le atmosfere dei casinò di New Orleans sui ritmi delle fabbriche metallurgiche.

Nick Cave by Amelia Troubridge

Sarà proprio la title track di questo album a diventare carica dirompente in una celebre scena de Il cielo sopra Berlino di Win Wenders, girata nell’imperiosa sala da ballo dell’Hotel Esplanade dove Damiel incontra finalmente Marion. La scelta del brano è particolarmente suggestiva, poiché i temi dell’amore e del desiderio rappresentano fino a quel momento un ambito totalmente sconosciuto per l’ex angelo. La voce di Cave e l’energia della band sembrano assumere un ulteriore significato sul piano storico, rappresentando la forza dirompente dell’irrazionale che fa crollare schemi che fino a quel momento sembravano immutabili.

Viene dunque da domandarsi se davvero Nick Cave possa essere considerato in quegli anni straniero in terra straniera, come suggerisce il titolo del documentario prodotto dall’emittente olandese VPHO che esplora le vicende berlinesi del cantante. O se, piuttosto, la capitale teutonica possa considerarsi come la prima vera casa che il cantante trova in Europa.
Come Cave raccontò in un’intervista concessa al New York Times, i Bad Seeds trovarono nella Berlino di quegli anni un’atmosfera genuina, tra produttori, musicisti e artisti visivi, con un livello di inclusione mai sperimentato durante l’esperienza londinese.

Di certo non si può negare che Berlino ha avuto un impatto fondamentale, con il suo fervore, su tutto ciò che di Nick Cave sarebbe stato successivamente. Forse la verità è proprio questa, sospesa come vogliono i proverbi tra i due estremi: nulla può far sentire a casa un’anima inquieta come quella del Re Inchiostro se non la sensazione di essere straniero in una terra straniera, e proprio per questo affine.

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