futuro
@courtesy Netflix

di Roberto Conforti

Se ci si lascia trasportare dalle immagini e dalle atmosfere umide e noir, il film “Mute” di Duncan Jones potrebbe essere considerato un piccolo grande cofanetto di tutto un repertorio, cinematografico e di costume, dagli anni ’70 ad oggi.

Nella Berlino del 2052, Leo, un barista Amish, muto sin dalla giovane età a causa di un grave incidente in barca che gli lesionerà definitivamente le corde vocali, è innamorato di Naadirah, cameriera nel suo stesso locale. Il viaggio attraverso una città futuribile e decadente, nella speranza di ritrovare la sua amata misteriosamente scomparsa, lo porterà a scoprire una miriade di personaggi che vivono e sopravvivono nei sobborghi di questa metropoli, tra prostituzione, pedofilia e violenza.

Il film è dedicato al leggendario padre David Bowie, quindi non poteva mancare l’omaggio agli anni ’70 e ’80, così come non potevano mancare i richiami e le influenze che ricordano gli anni del glam rock e del pop, che si ritrovano in ogni inquadratura.

È fatto noto e comune che Blade Runner sia la traccia estetica su cui si sviluppa tutta la scenografia e la fotografia della pellicola anche se, ahimè, con risultati non sempre al livello dell’originale del 1982: neon, strade bagnate, fumo, veicoli che planano, arredi vintage da far invidia al miglior collezionista e auto d’epoca raccontano più una Berlino post-atomica che una città del futuro.

@courtesy Netflix

Nonostante i costumi siano firmati dalla pluripremiata ottantenne Ruth Myers, candidata due volte al Premio Oscar per “Emma” e “La famiglia Addams”, il guazzabuglio di stili e contaminazioni ci regala una overdose di “personalità” nessuna delle quali davvero riconoscibile e approfondita. Alexander Skarsgård, il protagonista Leo, sfodera vestiti cuciti a mano in perfetto stile Amish ma la sua identità, nonostante i dettagli, stenta a decollare; i due improbabili chirurghi americani, Cactus Bill e Duck Teddington, con i volti di Paul Rudd e Justin Theroux, richiamano alla mente un mix tra il Ron Jeremy del miglior porno anni ’70 e “Il grande Lebowski” mentre Naadirah, interpretata dalla tedesca Seyneb Saleh, strizza l’occhio un po’ a Cindy Lauper e un po’ a “Cercasi Susan Disperatamente”.

Non è certo facile immaginarsi e raccontare come sarà una società tra soli trent’anni, ed il rischio di entrare nel vortice del ridicolo è dietro l’angolo. Anche Ruth Myers, una volta finito di leggere la sceneggiatura, si sarà posta la domanda “come saremo tra 30 anni? Come ci vestiremo?”. La sua risposta, forse non del tutto illogica, è stata ricercata, probabilmente, nella totale, apparente, libertà che ogni individuo crede di vivere in questo momento di connessione tra popoli e culture: hipster, neo-punk, country, bohémien, androgini, radical chic, rockettari, emo, sporty, glam, queer convivono nelle stesse città e negli stessi quartieri a dimostrazione di una totale fusione, o perdita, di unicità. Il locale notturno dove lavora il nostro protagonista è frequentato, infatti, da travestiti, prostitute, uomini in giacca e cravatta regimental, cyber-camerieri, giovani e vecchi, omosessuali e eterosessuali, donne e uomini.
Non si può negare che tutto sia bello da vedere, come un grande videogioco, e non c’è inquadratura che non sia una piccola-grande still life. La commistione di identità non ha tuttavia premiato lo sforzo sociale, ma ha dato vita ad un grottesco e decadente pride party.

ROBERTO CONFORTI

Allievo di Alberto Verso si occupa di scenografia e costume dal 2004 curando progetti che spaziano dal videoclip, alla pubblicità, alla televisione, al teatro e al cinema, sua prima passione. Dal 7 al 9 settembre 2018 sarà a Berlino per condurre una masterclass di costume presso The Visual House – Scuola di Cinema a Berlino 

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