Quando si parla di campi concentramento e delle atrocità della Germania nazista, raramente viene fatto il nome di Ravensbrück. Questo campo di concentramento è stato a lungo ignorato dalla storia e anche dal tributo di memoria che viene accordato ad altri luoghi, che sono stati testimoni degli orrori di quell’epoca. Uno degli elementi che hanno contribuito al lungo silenzio su Ravensbrück è stato indubbiamente il fatto che, dopo la guerra, questa parte del Brandeburgo si trovasse dal lato est della cortina di ferro. Nelle poche occasioni in cui veniva nominato, erano menzionate solo le vittime comuniste (che non erano che una parte delle prigioniere del campo), e in ogni caso era estremamente difficile per gli studiosi internazionali ottenere informazioni in merito. Per questo motivo, negli anni in cui si sono svolti gli approfondimenti che ci hanno portato le tremende informazioni che oggi possediamo su campi come quelli di Auschwitz, Bergen Belsen o Theresienstadt, Ravensbrück è rimasto nell’ombra.

D’altra parte è il campo stesso a essere nascosto: situato sulle rive di un lago a nord di Berlino, protetto da una zona boscosa, quando lo si raggiunge Ravensbrück ha tutta l’aria di un parco come ce ne sono tanti nel Brandeburgo. La bellezza naturale della zona, se possibile, rende ancora più inconcepibile l’idea dei fatti che lì si sono consumati.

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Piazzale del campo di Ravensbrück.
Foto: Angela Fiore

A volere la costruzione del campo di concentramento di Ravensbrück fu Heinrich Himmler, nel 1938, quando era Reichsführer. Il campo fu collocato su un terreno di sua proprietà. Fin da subito, questo campo fu pensato per accogliere una popolazione esclusivamente femminile, inizialmente composta da donne disabili, rom e da quelle che venivano definite “antisociali”, ovvero prostitute, criminali, indigenti e donne che non si conformavano al ruolo che il Reich aveva riservato al loro genere o che avevano violato le leggi di Norimberga sulla purezza della razza, che vietavano i rapporti sessuali con gli “Untermenschen”. Arrivarono poi le prigioniere politiche, coinvolte attivamente nella resistenza, e le Testimoni di Geova. Relativamente poche erano le donne ebree, poiché il campo era stato concepito in modo specifico per i “soggetti asociali”.

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Memoriale per le donne di Ravensbrück, “le madri e le sorelle di tutti noi”, che ci hanno fatto “da scudo con i loro corpi” contro l’oppressione del fascismo, per farci nascere in un mondo libero.
Foto: Angela Fiore

Sappiamo che, nei suoi anni di attività, furono oltre centotrentamila le donne provenienti da tutta Europa internate, torturate e oltre novantamila quelle uccise a Ravensbrück. Alcune delle loro storie, a fatica, sono arrivate fino ai giorni nostri. Come quella di Lidia Beccaria-Rolfi, autrice del libro “Le Donne di Ravensbrück”, maestra elementare e staffetta partigiana, arrestata dai fascisti nel 1944 e consegnata alla Gestapo. Dal suo prezioso e devastante racconto abbiamo appreso molto sul funzionamento di questo campo. C’era poi Grete Buber-Neumann, originariamente internata in un gulag siberiano dopo l’esecuzione, da parte del governo sovietico, del marito, che era un leader del partito comunista tedesco. Grete fu “regalata” da Stalin a Hitler, insieme ad altri prigionieri, come gesto di distensione.

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Uno dei capannoni nei quali le prigioniere lavoravano, fra le altre cose, alla produzione di pesanti calzature da neve per i soldati.
Foto: Angela Fiore

Perfino fra le prigioniere – come apprendiamo dai racconti di Grete Buber-Neumann e di altre sopravvissute – c’era una gerarchia. Buber-Neumann, per esempio, era considerata una leader dalle prigioniere polacche, ma odiata dalle comuniste tedesche, perché portatrice di una testimonianza scomoda, in quanto ex-internata in un gulag sovietico. Lidia Beccaria-Rolfi, invece, nota come le prigioniere italiane fossero detestate da tutte le altre, in quanto provenienti da un paese fascista e quindi automaticamente associate al nemico – nonostante fossero state internate proprio dal regime fascista, in quanto militanti della resistenza. L’ultima posizione in questa tremenda scala gerarchica della miseria spettava alle Testimoni di Geova, che avevano, fra gli altri, il compito di riversare nel lago le ceneri delle prigioniere bruciate nei forni crematori. In quello stesso lago, ricorda Beccaria-Rolfi nelle sue memorie, nella polvere nera che si addensava al centro dello specchio d’acqua, facevano il bagno, durante la bella stagione, i figli e le mogli delle SS.

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Le acque gelate del lago di Ravensbrück, con vista sul vicino borgo.
Foto: Angela Fiore

A Ravensbrück fu internata e morì anche la giornalista Milena Jesenská, che era stata la moglie di Ernst Pollak e aveva avuto una breve relazione con Franz Kafka.

Se in una fase iniziale Himmler sembra aver avuto qualche remora a scatenare a Ravensbrück lo stesso livello di furia e crudeltà dei campi di concentramento maschili, sappiamo con certezza che tali remore ebbero vita breve. Le stesse punizioni fisiche, le stesse torture e gli stessi sterminî di massa furono messi in atto a Ravensbrück a partire dal 1940. Molte delle prigioniere furono usate come cavie per esperimenti scientifici, condotti da Mengele. A selezionarle, in più occasioni, fu Irma Grese, che fu anche amante di Mengele.

Fra le prigioniere, alcune furono selezionate per entrare a far parte di un bordello non ufficiale, destinato allo svago delle SS. A reclutarle fu una prigioniera, una nobildonna tedesca, che su ordine della gestione del campo distribuì un annuncio, diretto soprattutto alle ex prostitute. Le donne venivano reclutate con la promessa di essere liberate entro sei mesi e con il pretesto che comunque “ci erano abituate”. Naturalmente nessuna di loro venne mai liberata e tutte morirono nel campo. Prima di entrare a far parte del bordello, le prigioniere venivano valutate in base all’avvenenza e sottoposte a test per rilevare eventuali infezioni sessualmente trasmissibili, come la sifilide. Quelle che risultavano positive venivano automaticamente destinate agli esperimenti scientifici, mentre alle altre veniva permesso di tenere i capelli lunghi, di lavarsi e di indossare abiti normali (invece degli stracci usati per le altre prigioniere). Venivano poi condotte in un settore a parte e ritornavano nel campo solo quando erano incinte, per essere sottoposte ad aborti forzosi e poi rimandate nel bordello. Durante le permanenze nelle baracche, il fatto di avere i capelli lunghi le denunciava come prostitute delle SS e le rendeva quindi oggetto di odio e disprezzo da parte delle altre prigioniere.

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Sculture commemorative poste all’interno di uno degli edifici del campo di concentramento di Ravensbrück. Il colore dei triangoli sulle divise delle prigioniere indicava la categoria di appartenenza. Foto: Angela Fiore

Le prigioniere di Ravensbrück vennero anche date in concessione, come forza lavoro, alla vicina fabbrica della Siemens, che produceva munizioni ed equipaggiamenti militari. Qui le donne lavoravano fino allo sfinimento e alla consunzione, per essere uccise non appena le loro condizioni fisiche le rendevano inadatte al lavoro in fabbrica. Dai racconti di Lidia Beccaria-Rolfi, tuttavia, ci arrivano meravigliose storie di resistenza silenziosa, di donne che riuscivano a sabotare le munizioni prodotte nelle ultime fasi della lavorazione, senza che il personale di guardia se ne accorgesse. O ancora, di donne che si scambiavano edizioni tascabili di libri, che incredibilmente erano riuscite a contrabbandare all’interno del campo, e che recuperavano pezzi di carta dalle scatole delle munizioni, che raccoglievano in piccoli quaderni nei quali scrivevano note, pensieri e addirittura poesie, conservando frammenti di umanità in una situazione interamente disumana.

Nel 1945, anche a Ravensbrück arrivarono le camere a gas, nonostante le esecuzioni di massa fossero iniziate già l’anno precedente. Il 1945, fortunatamente, fu anche l’ultimo anno di attività del campo, che aveva aperto i battenti nel 1939.

Oggi il campo di concentramento di Ravensbrück è gestito dalla Stiftung Brandenburgische Gedenkstätten ed è visitabile.

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