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foto di Lorenzo Barsotti

Testo e Fotografie di Lorenzo Barsotti

“Viaggio d’istruzione, anno scolastico 2003/2004. Risultati della votazione per la scelta della meta: Berlino, un voto”
, dichiarò il rappresentate di classe. Quell’unica preferenza, su ventisette, era la mia. Il sogno di visitare la capitale tedesca per me è iniziato così: dopo un’assemblea di classe in quinta liceo. Poi non lo so se è vero che le cose belle accadono a chi sa aspettare, ma ricordo molto bene la mia soddisfazione quando, a distanza di dieci anni da quella netta bocciatura, sono riuscito a visitare per la prima volta la capitale tedesca. Ero così euforico che quando sono tornato in Italia mi sono chiesto: “Può una persona innamorarsi di una metropoli?”. Non riuscivo a spiegarmi come fosse stato possibile.

Meteo piuttosto variabile in quella seconda metà del mese di maggio e, dopo un solo pomeriggio trascorso in città, ero già sicuro: “Berlino, amore a prima vista!”. Un’esclamazione scritta sul mio profilo Facebook la sera stessa del mio arrivo, accompagnata da un’istantanea di un bicchiere di birra, consumato all’ombra della Fernsehturm, la Torre della Televisione, ad Alexanderplatz. Ricordo che nonostante il cielo grigio e un bel po’ di stanchezza sulle spalle, l’entusiasmo che mi pervadeva faceva da padrone. Quello che avevo visto, percorrendo a piedi tutto il viale del centro Unter den Linden, ispirava una certa tranquillità. Iniziavo a rendermi conto che l’atmosfera di Berlino si era sposata felicemente con una parte profonda della mia anima.

Il classico racconto dell’inizio di una storia d’amore, che si può riassumere così: “Un colpo di fulmine?” – “Sì!” – “E dove vi siete incontrati la prima volta?” – “A Potsdamer Platz! Ero a bordo dell’autobus 100, seduto al piano superiore, in prima fila!” – “Ma cosa è successo di così particolare?” – “Non lo so! Ricordo solo che sulla Potsdamer Straße, tra quei grattacieli, sono rimasto a bocca aperta!”.

Era una profonda sensazione di incredulità dovuta a quello che stavo vedendo. Forse perché la luce soffusa di una giornata nuvolosa rendeva tutto più morbido e, sicuramente, meno accecante. Il grattacielo di Renzo Piano alla mia destra e il Sony Center, di Helmut Jahn, alla mia sinistra. Se l’architettura è anche sinonimo di equilibrio, evidentemente mi sentivo coccolato e già in armonia con l’ambiente circostante. “Sono impazzito!”, ho ripetuto più volte a me stesso, sostenuto anche dall’orgoglio. Non volevo né cedere, né riconoscere i miei sentimenti, ma solo etichettare la cosa come ordinaria follia. Eppure, il filosofo austriaco Sigmund Freud ci ha insegnato che “il pazzo è un sognatore sveglio” e, stando alle sue parole, c’era poco di cui preoccuparsi: stavo semplicemente sognando a occhi aperti.

Dal mio punto di vista, Berlino è una città capace di regalare sempre una sorpresa. Non c’è bisogno di fare cose straordinarie per ottenerla. È sufficiente seguire il cuore e la passione. Farsi guidare dai propri sentimenti insomma. In questo modo, l’anima della città saprà come aggiungere un valore al tuo obiettivo. È per questo che scelsi di tornare una seconda volta a Potsdamer Platz. Ricordo bene che, dall’area dove è installato il semaforo anni ’20, mi diressi verso la Bahnhof. Volevo vedere di nuovo il Sony Center, ma la mia attenzione fu prima catturata da un artista di strada. Era un giovane ragazzo, seduto su un elemento a “L” che componeva il Muro di Berlino e stava eseguendo “Mad World”, del gruppo inglese Tears for Fears. Non ho potuto fare a meno di avvicinarmi, di ascoltarlo, di fotografarlo e di emozionarmi sulle note della canzone. In cambio di quella viva sensazione, suscitata dalla sua performance musicale, posai la mia offerta nella custodia della chitarra e lui rispose con un sorriso, accompagnato da un cenno di approvazione.

L’ascolto di quel brano sancì un affascinante momento di magia. Ogni volta che torno in quel luogo, l’effetto è sempre lo stesso e raggiunge il suo picco massimo sotto la copertura a vele del Sony Center. Del resto, se prestiamo attenzione alle parole possiamo cogliere la frase: “The dreams in which I’m dying are the best I’ve ever had” – I sogni in cui muoio sono i migliori che abbia mai fatto. Questo è da leggersi come: i sogni di esperienze intense, sono i migliori per la tensione che rilasciano e, dal mio punto di vista, è andata proprio così.