di Lucia Conti

Nella giornata di domenica, 11 marzo 2018, il Comites di Berlino ha organizzato una giornata della memoria molto particolare e specificamente una commemorazione pubblica delle vittime di Ravensbrück, il più grande lager femminile della Germania nazista e attualmente quartiere della città di Fürstenberg/Havel, a circa 90 km da Berlino.

L’iniziativa prevedeva una visita al campo e una cerimonia finale davanti al Memoriale Nazionale di Ravensbrück e tutto si è svolto in una giornata tiepida e soleggiata che ha reso l’esperienza particolarmente struggente, mentre il ricordo sempre più vivo dell’orrore storico si mescolava in modo anomalo alla dolcezza della natura.

Il campo sorge vicino al lago di Schwedt, che domenica si presentava ghiacciato e che ha una storia inquietante. Durante gli anni in cui era in funzione il lager, infatti, le ceneri dei corpi bruciati nei forni crematori venivano riversate nelle sue acque.
Erano le deportate testimoni di Geova a svolgere questa mansione, trascinando carriole che facevano avanti e indietro dalla riva. I resti di circa 123.000 persone sono stati in questo modo dispersi sul fondo del lago, in cui all’epoca continuavano a nuotare, occasionalmente sporcandosi di cenere senza farci caso, le mogli e i figli delle SS.
Poco distanti dal campo sono infatti ancora visibili le villette destinate ai soldati tedeschi e alle loro famiglie, eleganti costruzioni immerse nella natura e a pochi passi dall’incubo.

La particolarità di Ravensbrück era quella di essere un lager femminile (anche se nel 1941 fu aggiunto anche un piccolo lager maschile, un Männerlager), che dal 1939 alla fine della guerra ospitò circa 110.000 donne, suddivise tra dissidenti politiche, ebree, sinti e rom o asociali.
Quella delle asociali era una categoria che includeva varie categorie di donne: alcoliste, donne dai costumi ritenuti licenziosi, lesbiche, prostitute e in generale chiunque fosse considerato deviante rispetto ai modelli imposti dal regime e dalle Leggi di Norimberga sulla purezza razziale, ad esempio chiunque interagisse con stranieri ritenuti untermenschen, cioè sub-umani.

L’iniziativa ha registrato un alto tasso di partecipazione e molte persone visibilmente toccate dal racconto dei fatti sono state accompagnate nella visita al campo dalla professoressa Johanna Kootz, una delle massime esperte sulla storia di Ravensbrück.
La professoressa Kootz è anche la curatrice del libro “Le donne di Ravensbrück“, di Lidia Rolfi Beccaria e Anna Maria Bruzzone, miracolosamente sopravvissute all’inferno del lager.

Del gruppo di visitatori faceva parte anche Aldo Rolfi, figlio di Lidia, che ha letto un passo del libro della madre e che spesso racconta la storia di Ravensbrück anche ai ragazzi delle scuole.
Lo abbiamo intervistato all’interno della vecchia sartoria del campo, in cui oggi si trovano delle bellissime sculture dalla fisionomia quasi espressionistica che rappresentano gli internati e il loro dolore, estremo, deformante e definitivamente incomprensibile.
Aldo ci ha parlato delle difficoltà di trasmettere ai più giovani un messaggio così complesso. “Quando parlo nelle scuole e racconto le storie dei testimoni, parlando per esempio di spersonalizzazione dell’individuo” ha precisato “i ragazzi a volte faticano a capire. Come si fa a spiegarlo? Io porto come esempio la semplicissima condizione di essere nudi vicino al padre e alla madre e di restare nudi a file centinaia, cosa che negli anni quaranta era un tabu totale. Ecco questo è un esempio di quella che era la spersonalizzazione subita dai deportati”.

Dal 1939 al 1942 Ravensbrück fu principalmente un campo di rieducazione, ma dal 1941 in poi le condizioni peggiorarono e cominciarono a verificarsi i cosiddetti “trasporti neri”, vale a dire l’invio delle detenute troppo vecchie, debilitate e malate in altri campi, specificamente progettati per lo sterminio.
A partire dal 1942-43, man mano che cresceva il bisogno di manodopera dell’industria bellica, Ravensbrück divenne un mercato delle schiave e nel 1943 la Siemens aprì una filiale adiacente al campo, in cui ragazze dai dodici anni in su lavoravano costantemente e quasi senza riposo.

Le donne di Ravensbrück erano anche impiegate come prostitute nei bordelli degli altri campi di concentramento. Venivano spesso indotte a farlo con la falsa promessa di essere liberate in sei mesi per poi tornare, invece, sempre schiave e in più umiliate, debilitate e guardate con disprezzo dalle compagne di prigionia.


Durante la cerimonia di commemorazione, Edith Pichler del Comites ha ricordato “gli orrendi crimini di genere commessi a Ravensbrück”, vale a dire stupri, aborti forzati, sterilizzazioni e molte altre violenze che hanno colpito le internate come donne, oltre che come persone.
Tra le vittime anche 1000 italiane, spesso oggetto di manifesta ostilità da parte delle altre prigioniere in quanto provenienti da un Paese fascista. La loro memoria è evocata dalla scritta “Italien”, inserita sull’altissimo muro di cinta del campo, all’epoca percorso dall’alta tensione. Ci sono tuttavia molte altre scritte che ricordano la provenienza nazionale delle donne arrivate da tutt’Europa e finite a Ravensbrück: Belgio, Danimarca, Grecia, Francia, Regno Unito, Ungheria e molte altre.

Tra le italiane sopravvissute a Ravensbrück c’è anche Liliana Segre, recentemente nominata senatrice a vita e che ha voluto mandare ai partecipanti un affettuoso saluto, come ricordato da Simonetta Donà, presidente del Comites. Simonetta Donà ha anche incoraggiato tutti a compiere il rito finale della giornata, vale a dire un lancio di fiori nel lago, vicino al monumento alle vittime di Ravensbrück realizzato dallo scultore Will Lammert.
Presente anche Fabio Dorigato, capo della cancelleria consolare, che ha sottolineato quanto l’Ambasciatore Benassi sia sensibile al valore della memoria e ha rilanciato l’importanza del ruolo dell’istituzione Europa nella sua tutela.

“Quando è finita la seconda guerra mondiale la maggior parte dei deportati e delle deportate non aveva molta voglia di raccontare, per il semplice motivo che era difficile far capire cosa fosse successo qui” ci ha raccontato Aldo Rolfi. “Era più facile per un reduce di Stalingrado o El Alamein descrivere una battaglia” ha precisato “perché una battaglia è fatta di fucili, cannoni e morti. La deportazione, quello che mamma e anche Primo Levi chiamavano l’universo concentrazionario, è una cosa che non puoi descrivere senza averla vissuta”.
Interpellato a proposito del foulard che portava al collo e che presentava i colori delle divise del campo, ha quindi pronunciato parole che sintetizzano perfettamente il senso della giornata: “Questo foulard rappresenta la mia storia di figlio di deportata e rappresenta una continuità, un simbolo. Tutte le volte che vengo qui sento che debbo indossarlo”.