Sara Ciuffetta è una giovane artista Italiana che, come molti suoi conterranei, si è trasferita a Berlino in cerca di stimoli creativi. E, come tanti di noi, si è scontrata con quel periodo di solitudine e di alienazione che può capitare di vivere, quando ci si trasferisce da soli in un paese straniero. Sara ha trasformato quelle suggestioni in disegni, che sono stati in seguito raccolti in un libro, che sarà presentato a Berlino il 13 Marzo. L’abbiamo incontrata per parlare di arte, di Berlino e di progetti per il futuro.

Stai per presentare il tuo libro. Come è nato?

Esatto, presenterò il mio libro finalmente a Berlino il prossimo 13 Marzo nella libreria italiana Mondolibro e vi aspetto alle 19,30. So che a Berlino ci sono molte cose interessanti da fare ma mi piacerebbe conoscere chi ha avuto esperienze come la mia o chi è interessato all’arte sinceramente. Dico finalmente perché il libro è nato a Berlino nel 2014 quando mi sono trasferita per la prima volta. È nato un po’ per caso. Io ero qui da dieci mesi circa (il titolo del libro), vivevo a Kreuzberg, in una piccola casa e non conoscevo nessuno. Ho deciso di venire a Berlino perché lavoro come artista, porto avanti una ricerca personale dunque cerco altre possibilità. In Italia sono nata e cresciuta in una piccola provincia che non ha quasi mai offerto nulla per il mio lavoro. Questo mi è costato molto per alcune cose ma ovviamente è stato anche interessante e bellissimo perché mi ha spinta a viaggiare. Il libro è nato in una sera, ero nella mia stanza e non mi sentivo molto felice, iniziavo a capire quanto era difficile fare qualcosa in un paese straniero. Ricordo che mi sentivo un po’ sola e che tutto mi sembrava più complicato, era un momento un po’ malinconico ed ho iniziato a disegnare. Credo però che non ne avessi neanche troppa voglia, ho iniziato cosi, perché non sapevo bene cosa fare. Ho buttato giù un po’ di disegni veloci, degli schizzi, non sapevo che sarebbero diventati un libro, per me erano pensieri come un diario intimo che si scrive di getto.

Ce ne parli meglio?

Ogni disegno è accompagnato da un titolo che racconta meglio le mie sensazioni, un esempio: “Mi sta cambiando la lingua”. Il libro è scritto in una forma passiva quasi non corretta, sembra sgrammaticato e strano, ma fa parte del lavoro. Il “mi” che uso in tutti i titoli dei vari disegni sta a significare qualcosa che accade su di me come se io non potessi evitarla, dunque “mi si è smaterializzata la mano” perché sentivo di non riuscire più a prendere quelle cose che credevo più semplici. In più c’è un colore che li caratterizza, perché sono a matita ma anche con un “tocco” di acquerello giallo che è un colore forte. Per me è stato come un evidenziatore, in questo caso, e dà luce alla zona principale del disegno, quasi fosse una chiave di lettura. È anche interessante notare che qui a Berlino ci sono alcune cose come le U-bahn, la BVG e poi le poste tedesche che si caratterizzano con questo colore, sarà un caso, ma questo giallo torna. Ci tengo a dire che anche se questi disegni sono nati in un momento di malinconia sono anche attraversati da una sottile linea di sarcasmo con il quale “gioco” spesso parlando di me stessa. Sono 15 e gli originali verranno esposti in libreria il giorno della presentazione del libro.

Com’è stato l’impatto con Berlino? Cosa ti aspettavi e cos’hai trovato?

L’impatto con Berlino per me è stato cosi come lo racconto nel libro, forte, difficile non lo nego. Mi aspettavo quello che pianissimo sto trovando ora, forse lo aspettavo prima. Credo, però, di aver imparato più di quello che pensavo nel frattempo. Mi piace osservare la mentalità di qui, le differenze, cosa succede nell’arte. Insomma, tra le tante diversità ho imparato anche ad apprezzare o no alcune cose dell’Italia o sicuramente capire come meglio sfruttare cosa c’è di buono in ogni paese, anche se ci vorrebbe un tempo che non abbiamo. Berlino mi piace, mi sento molto legata a questa città ed ho iniziato a trovare degli amici che sono pochi ma veri, mi sento un po’ più a casa ora dopo 4 anni e riesco a vedere le cose da una prospettiva diversa, credo di riuscire ad avere una consapevolezza critica più matura rispetto a Berlino, all’Italia e al mio lavoro. Ora vivo un po’ in giro tra Berlino e un piccolo paese in provincia di Frosinone che si chiama Campoli Appennino, dove ho il mio studio. Dal 2014, dopo aver vissuto quasi due anni a Berlino, ho “deciso di non decidere” dove vivere, mi piace cambiare e mi piace anche tornare nel mio paese per lavorare e concentrarmi.

Lavori anche qui dal 2014. Di cosa ti occupi?

Mi occupo anche di scultura in pietra, lavoro come assistente di Peter Rosenzweig quando sono qui a Berlino, lui presenterà il mio libro martedì 13 Marzo e lo ringrazio per questo come per la sua disponibilità, che all’occorrenza si manifesta sempre. Ci conosciamo da almeno 7 anni e ho imparato molto da lui, soprattutto è una persona con cui mi trovo molto bene. Quel che mi interessa, però, è portare avanti anche i miei progetti: ne ho ancora tanti da realizzare e nel frattempo a Berlino cerco di raggiungere persone, contatti e luoghi che possono interessarmi. Tutto questo è difficile, però è parte integrante del mio lavoro. Certo, in paesi “stranieri” ci sono delle difficoltà maggiori, la lingua, la cultura e tutto ciò che c’è di diverso dalle nostre abitudini. Dunque mi sembra sempre una strada in salita ma a me piace fare le scale probabilmente.

Cosa ti interessa della scena artistica berlinese?

Della scena artistica berlinese mi interessa prima di tutto il “tanto” che c’è. Probabilmente per le persone nate a Berlino è una cosa scontata ma io vivo in una provincia dove non ci sono gallerie d’arte quindi vi lascio immaginare cosa voglia dire per me correre dietro agli eventi berlinesi, che per quanti sono alla fine rischio sempre di perderli. Quello che specificamente mi interessa devo ancora capirlo dopo 4 anni, non riesco ad avere un’idea chiara di quel che accade, ma questo anche mi interessa moltissimo. Ogni volta che sono qui, cerco di capire sempre di più quali sono le gallerie che possono essere interessanti per il mio lavoro e soprattutto cerco di aggiungere pezzi al mio grande puzzle di incognite. Mi sento come se stessi studiando qualcosa standoci dentro e questo è profondamente interessante, credo.

Come descriveresti il tuo stile e la tua ricerca?

Inizierei a descrivere la mia ricerca parlando del fatto che cerco di usare diverse tecniche e materiali, credo mi apra a più possibilità. Pensare ad un materiale può rappresentare un limite molto forte, perché l’idea può nascere condizionata. Detto questo, cerco di pensare alle cose, di captarle, intuirle e comunicarle. Cerco di cogliere delle cose osservando quel che accade, attraverso le esperienze cerco di creare domande, di trasmettere delle cose che possano farci e farmi pensare. Cose che ovviamente mi interessano, sento vicine a me, di cui probabilmente mi sento un minimo in grado di parlare. La mia ricerca dunque la sento abbastanza libera e spesso sorprende anche me, questo mi piace, non mi annoia. In Accademia di Belle Arti ho studiato pittura, poi scultura tra Accademia di Belle Arti e altri corsi vicino Carrara, poi ho lavorato un po’ con la grafica tradizionale e ora, senza tralasciare il resto, mi sto avvicinando alla fotografia e alla performance in progetti che prevedono la collaborazione con altri artisti e fotografi. Per uno degli ultimi lavori hanno collaborato con me Chiara Aronne, Marta Aucone, Luca Spatola, Anna Iaboni, Marta Campioni e per l’ultima performance che prevede un prossimo continuo qui a Berlino, Maria Claudia Farina e Chiara Aronne.

Quali sono i tuoi progetti a breve e a lungo termine?

Il progetto a breve termine è proprio la performance iniziata a Seravezza (LU) un piccolo paese in Toscana vicino alle cave di marmo. Avevo già previsto un “secondo tempo” qui a Berlino. L’idea era nata qui, è un progetto che vuole comunicare alcune paure, vuole renderle reali. Abbiamo costruito un’armatura che è un simbolo di difesa, di protezione, insieme a Maria Claudia Farina, mentre Chiara Aronne faceva un video durante la realizzazione del lavoro. La prima parte della performance in Italia iniziava proprio con la visione di questo video, che invitava a guardare i passaggi della creazione dell’armatura di cemento. Alcuni minuti dopo la indossavo aiutata dalla prima artista che ho citato, per intraprendere una camminata verso una cassa da spedizione che intendeva proprio alludere a Berlino. Durante la camminata, Chiara Aronne intercettava la mia strada e puntandomi la macchina fotografica come fosse una pistola o un arma, mi “sparava” due “colpi” gridando “shot! ”
La prima parte di questa azione è avvenuta nei luoghi dove di solito creo materialmente i miei lavori, la seconda parte avverrà a Berlino pochi giorni prima della presentazione del mio libro, perché è a Berlino che ho sentito il bisogno di dovermi difendere da qualcosa che mi faceva paura e si può pensare a delle paure mentali ma anche a quelle più materiali se guardiamo la storia europea degli ultimi anni. La mia idea è quella di vivere un percorso quotidiano berlinese indossando la mia armatura da “difesa” cosi, per sentirmi più sicura. Ogni progetto è in progress però e non è detto che possa cambiare qualcosa. È un esperimento che si muoverà tra la performance e la fotografia documento che spesso, nei miei progetti, si trasforma in altri lavori autonomi. Di questa parte si occuperanno Felix Herle, Peter Pelzmann e Michael Wendt, che ringrazio per essere interessati tanto da voler collaborare. Ringrazio cosi anche Britta Starke che sta sostenendo il mio lavoro. Occuparsi di arte vuol dire anche cercare persone sensibili che hanno voglia di recepirla, averne trovate alcune mi fa sentire meglio. A Berlino ho incontrato anche Alessandra Pascalis e Gianniantonio Grado, che in questo mese hanno sostenuto attivamente il mio lavoro, si sono resi disponibili per alcune cose che non potevo fare da sola. Li ho conosciuti durante il mio primo corso di tedesco, proprio in quei dieci mesi che racconto nel libro. Ora ricordiamo insieme sorridendo di quei disegni gialli che non pensavamo diventassero un libro. Ringrazio loro per alcune fotografie che accompagnano questi scritti, per avermi dato una mano a sistemare l’armatura per la performance che è arrivata un po’ ammaccata a destinazione dopo il viaggio in valigia e perché ogni volta che sono a Berlino riescono a farmi sentire a casa.
Progetti a lungo termine: sto pensando e preparando qualcosa per Londra e poi tanto altro. Progetto a lunghissimo termine: continuare sempre a fare il mio lavoro, me lo auguro, sperando di trovare presto spazi interessati ai miei progetti. Vi aspetto mi raccomando!