elezioni
Photo by Alexandra E Rust

di Federico Quadrelli

I dati scrutinati sono ormai quasi completati e il risultato è chiaro. Il Movimento 5 Stelle (M5S) è il primo partito alla Camera e al Senato, con il 32% circa dei voti. Segue il Partito Democratico (PD) ma con un risultato molto negativo. Infatti, raggiunge il 18.9% dei consensi alla Camera e il 19.2% al Senato. La distanza con la Lega Nord di Matteo Salvini è giusto un soffio. Va male anche Forza Italia di Silvio Berlusconi che resta ferma al 14%, indietro dalla Lega di oltre 3 punti percentuale.

Cosa si può dire sulla base di questi dati?
Prima di tutto che la partecipazione è stata grande. Oltre il 73% degli aventi diritto ha partecipato a queste elezioni politiche, ed è una cosa positiva. In un momento di scollamento profondo tra politica e cittadini, questo dato è rassicurante.
Secondariamente, che i grandi partiti di qualche anno fa si sono poderosamente sgonfiati.
Il PD e Forza Italia fino a pochi anni fa rappresentavano, insieme, la maggioranza dei seggi in Parlamento, oggi poco più di 1/3. Ci è voluto impegno per portare il più grande partito della socialdemocrazia europea, che nel 2014 ricordiamo ottenne il 40% dei consensi per le europee e che nel 2013 aveva “non-vinto” però col 25.5% dei voti alle politiche, a prendere meno della metà a questo giro. La retorica che è stata usata dalla dirigenza PD è stata, evidentemente, fallimentare. Anzi, direi per certi versi urticante. Difficilmente, infatti, si era assistito a una parabola così repentina dal successo all’insuccesso o, per meglio dire, dalle stelle alle stalle, in un lasso di tempo brevissimo: appena 4 anni.

Il M5S e la Lega Nord insieme, invece, arrivano al il 50% dei voti. Se aggiungiamo al conto anche il risultato di Fratelli d’Italia, si arriva a quasi il 55% dei voti complessivi. Si può quindi parlare di un vero e proprio fronte sovranista antieuropeo, con cedimenti xenofobi abbastanza espliciti. E insomma, a distanza di 100 anni dalla fine della prima guerra mondiale, trovarci di nuovo in un contesto in cui la retorica del “noi” contro “loro” ritorna centrale nel discorso politico, fa riflettere. Ma tant’é
.
In terzo luogo, abbiamo assistito in questi anni all’impoverimento complessivo del discorso politico. Volgarità, violenza fisica e verbale, campagne di odio veicolate tramite i social network, un progressivo avvelenamento del dibattito pubblico basato spesso e volentieri sull’umiliazione dell’avversario politico, ormai interpretato, ieri come oggi, come un nemico da distruggere. Con ogni mezzo. Quello che queste elezioni politiche 2018 fanno emergere è la trasformazione della società italiana e l’emergere di sentimenti vecchi, che ruotano attorno alla dicotomia classica di “In-Out”. Chi è dentro, chi è fuori dalla società. Una traiettoria escludente sulla base di alcune caratteristiche personali: etnia, sesso, orientamento sessuale, religione.
L’altro come nemico. L’altro come pericolo. L’altro da combattere e annientare. E così i fatti di Macerata non hanno minimamente scosso le coscienze di cittadine e cittadini, che nelle urne hanno dato il voto in una certa direzione. Come non sono state scosse dalle centinaia di aggressioni registrate negli ultimi anni da parte di gruppi neofascisti come Casapound o Forza Nuova, a danno di minoranze. La risposta dei “membri ordinari” della società è stata quella di giustificare, o per lo meno, attenuare la gravità dei fatti.

Queste elezioni politiche ci lasciano quindi due elementi su cui discutere: quello politico, relativo a come ora l’Italia potrà dotarsi di un governo o se tra 6 mesi ci ritroveremo di nuovo a votare, e quello sociale, che ci parla di un’Italia che forse molti di noi non conoscevano o che semplicemente, non avevano saputo interpretare nel modo giusto, specie chi, fino a ieri, ha guidato le sorti del Paese.