Spielplatz prenzlauer berg
foto di Gabriella Di Cagno

di Gabriella Di Cagno

Tempo fa, un autorevole quotidiano cittadino pubblicò una simpatica interpretazione grafica dei diversi quartieri partendo dal simbolo di Berlino: l’orso. E così, l’animale assumeva in ogni “stemma” diverse forme e identità rappresentative di quel quartiere. Inutile dire che per il quartiere di Prenzlauer Berg campeggiava rampante un orso in atto di spingere una carrozzina. Perché? Si chiederanno gli ignari tra voi. Semplicemente perché nel quartiere berlinese di Prenzlauer Berg, proprio là dove io ho incautamente stabilito dimora, si concentra il record demografico europeo. Nel senso della crescita, intendo. Ma fosse solo questo… il punto è che, non saprei dire perché né da quando, il quartiere è diventato il regno dei bambini anzi, dei pampìni. Prevalentemente tedeschi, non certo turchi (quelli stanno a Kreuzberg) e a seguire europei. Comunque alternativi, bio, biondi e rumorosi. Ma non è colpa loro. Sono i genitori la causa di certe storture.

Qui nessuno veste i propri figli ai grandi magazzini, ma nemmeno in un normale negozio di abbigliamento. Al principio vedevo tutti questi piccoletti vestiti di stracci improbabili e pensavo che fossero assistiti dalla Caritas. Poi ne vidi tre salire su un’auto d’epoca, una Volvo anni ’50 (alla faccia dei consumatori responsabili), di quelle setacciate sul mercato, non senza difficoltà, dal padre trentenne e creativo di turno. Allora feci caso che il quartiere era pieno di negozi di abbigliamento “sartoriale”, aperti da mamme annoiate (i bambini la mattina vengono portati all’asilo o a scuola dal babbo addomesticato e il pomeriggio vengono raggruppati al giardinetto dalla capomamma di turno) che scuciono e ricuciono in modo creativo cenci di terza mano e li rivendono a prezzi molto creativi. E non solo. Le carrozzine.

Mica penserete che i genitori di Prenzl’ Berg usino banali carrozzine? Nemmeno per idea, anche quelle vintage. Un giorno camminavo sul marciapiede e dietro di me ho cominciato a udire un rumore di ferraglia, come una bicicletta arrugginita. Siccome i ciclisti, anche quelli alternativi, vanno sui marciapiedi anziché per strada, pensai che di questo si trattasse e mi scansai leggermente per levarmi di torno la seccatura prima che la seccatura levasse di torno me. Invece niente, quello non mi sorpassava. Allora, d’istinto, mi girai e vidi un babbo capellone e cappellone (qui va moltissimo il cappello maschile, anche e prevalentemente se non ha senso) che spingeva una carrozzina vintage con un bambinetto di pochi mesi a bordo. La carrozzina era talmente sgangherata che le ruote si mandavano affanculo l’una con l’altra, per dirla con eleganza ed efficacia. Lo stridore prodotto aveva già creato seri danni al sistema neurologico della creatura, a giudicare dallo sguardo spippolato con cui mi guardò sorpassandomi.

Se non amate questo genere di creatura, lasciate ogni speranza o voi che entrate! O meglio: non entrate affatto nel quartiere. Statevene a Charlottenburg, a Wilmersdorf, a Steglitz o, meglio ancora, a Dahlem. Nel verde silenzioso delle ville altoborghesi dove ancora si coltiva l’obsoleto concetto di educazione. Soprattutto se l’educazione viene delegata alle governanti. Qui, a Prenzl’ Berg, è un’altra faccenda e il gioco si fa duro. A proposito di gioco, ogni sputacchio di isola verde che il quartiere possiede è stata usucapionata dagli Spielplätze, ovvero parco giochi. Trattasi di veri e propri ghetti, appositamente recintati e segnalati da numerosi cartelli minacciosi nei confronti dei non-bambini.

Tipo: guai a chi si avvicina col cane, guai ai ciclisti… in una parola, guai a tutti gli altri che non abbiano bambini. Se vi avvicinate ad uno di questi recinti senza la dotazione necessaria (da uno a cinque pargoli urlanti) qualche genitore vi guarderà subito con sospetto, confabulerà con gli altri e decideranno di chiamare la polizia. Che arriverà, a sirene spiegate, e vi chiederà subito ragione del vostro aggirarvi sospetto nei pressi del recinto. E quando, inevitabilmente, scoprirà che non avete figli al seguito (ah, sono già grandi? Vi chiederanno mirando ai capelli grigi, no, semplicemente non ne ho mai avuti…) tutti inorridiranno e lanceranno chi un ohhhhhhhhhh e chi un ahhhhhhhhhhh, guardandovi con compassione e, un secondo dopo, con rafforzato sospetto. Insomma, se proprio volete entrare in un’area dedicata al gioco dei pampìni (chissà perché poi chiamano gioco quel lanciarsi da strutture ad altezze improponibili urlando come matti o scaricare in testa a quello di sotto un secchio di sabbia) munitevi di un bambino, meglio sarebbe un paio. Dove li trovate? Fateveli prestare da qualche amica! Comunque non andateci col cane. L’avversione delle mamme di Prenzl’ Berg nei confronti dei cani e relativi padroni è ben nota. Esse vengono naturalmente ricambiate con affetto dai padroni dei cani, che cercano di far pisciare il cane sulle ruote delle carrozzine.

Una buia e tempestosa sera d’inverno, ad esempio, portavo il cane come sempre intorno allo spazio verde all’interno del quale è situato uno dei più grossi Spielplätze del quartiere, detto anche la fabbrica del rumore. Lambivamo appena il perimetro esterno del giardino esterno, per capirsi, quando il cane oltrepassò il “confine” per pisciare su un albero. Era per 30 centimetri dentro l’area verde e per 30 metri lontano dall’ingresso dello Spielplatz. Erano le 22:00 e c’erano -22°. Io sembravo Santa Claus, avevo indosso praticamente tutto il guardaroba invernale, e mi muovevo a fatica. All’improvviso, da dietro l’albero, sbuca una mamma con il bambino, entrambi temprati e indifferenti al freddo, come pure alle necessità fisiologiche di altri esseri viventi. Comincia a urlare di portare via il cane, che lì c’è lo Spielplatz! Io la guardo esterefatta, non ho il coraggio di aprire la bocca per non far entrare il freddo e lei rincara la dose: se non porta via il cane gli tiro una palla di neve! Ahhhhhhhhhhhhh, e ditelo! La mamma era stata contagiata dal virus dello Spielplatz e, dopo chissà quante ore di permanenza in quel posto, voleva giocare pure lei! Io, con grande liberalità, rido e le rispondo che gliela tiri pure, la palla di neve al cane, tanto a me che mi frega?

Ma non sempre c’è da ridere. Come quando i genitori riuniti del mio condominio (cioè la maggioranza assoluta) proposero di installare una buca con la sabbia destinata ai bambini proprio sotto le mie finestre al piano terreno nel cortile. Quando arrivò l’invito per l’assemblea non capii subito il nesso tra una buca con la sabbia e i bambini. Forse seppelliscono i corpi dei bambini? Oh mio dio, chissà che puzzo! Ma perché nel cortile e non in un regolare cimitero? Per non pagare le tasse sulla sepoltura? Insomma, ci misi del tempo, quando all’improvviso, un paio di giorni dopo, facendo visita ad alcuni amici, notai nel loro cortile una sorta di cassetta di legno piena di sabbia e di secchielli, formine etc. Il lampo di genio fulminò la mia mente e vidi come fosse vero i dodici bambini del mio condominio, nudi e urlanti, “giocare” sotto le mie finestre. No, non può essere. Mi scatenai dunque in una girandola di consulenze: avvocati, notai, ingegneri etc. e, ovunque, incassai la stessa, inquietante, risposta: signora, qui siamo a Berlino e il suo diritto di adulta, benché proprietaria, non ha chance di fronte al diritto dei bambini. Ma fanno un chiasso infernale! protestai io, e lo so bene perché nel cortile già “giocavano”, saltando da un cassonetto all’altro, i quattro piccoli barbari del primo piano. Ma il rumore causato dai bambini, per la legge in vigore a Berlino, non è definito rumore. Ma perché diamine non vanno a “giocare” nello Spielplatz pubblico a soli 150 metri da casa? urlai io disperata, nel corso dell’ultima telefonata con l’ultimo consulente per l’ultimo consulto che era l’ultima spiaggia. Ah, fece quello, c’è uno Spielplatz pubblico a soli 150 metri da casa sua? Uno? replicai io, ce ne saranno almeno sette! Ma allora signora senta, forse c’è una remota speranza. La legge consente ai condomini di realizzare una buca per la sabbia nel cortile senza bisogno del consenso di tutti solo quando manca la possibilità per i bambini di un posto alternativo nel raggio di 150 metri. Però badi, che siano 150 metri al massimo, non un centimetro di più! Il sollievo si irradiò per tutto il corpo e intravidi una luce. Ovviamente però, entrai in grandi ambasce sulla questione dei 150 metri, che avevo sparato un po’ a occhio. Come fare per esserne certi? Col buio della sera, un po’ di soppiatto, cominciai a misurare la distanza dal portone del mio stabile all’ingresso dello Spielplatz.

Mi ci volle tutta la settimana, perché avevo un metro lungo 5, e dovevo ogni volta ripartire dal segno tracciato in terra col gessetto e fare complicati calcoli di riporto. L’ultima sera avevo la tachicardia. Centoventi, centoventicinque, centotrenta… fino all’ultimo metro, anzi centimetro, esattamente centoquarantaduevirgoladiciassette! Avevo un margine di quasi otto metri! Avevo vinto! Ma restava da compiere l’azione diplomatica. Signora, aveva detto l’avvocato, non vorrà mica andare in assemblea a dire che non vuole i bambini sotto le sue finestre, vero? E perché no, scusi, che c’è di male? Auguri! fu la sua risposta, cerchi comunque di essere il più diplomatica possibile, e chiuse il telefono. La cosa destò in me soverchia preoccupazione. Dopo (non) averci dormito su, chiamai un amico fidato (nel senso che so per certo che non sopporta i bambini tra i piedi) e gli spiegai per filo e per segno la faccenda. “Senti, io temo di perdere il controllo in assemblea o di non essere in grado di esprimermi. Mi aiuteresti a buttare giù un discorso garbato in tedesco, che tu che sei tedesco sai fin dove puoi spingerti con i tuoi simili?” “Volentieri!” disse lui, felice di poter dare il suo contributo alla causa antibambini (lui, il furbo, vive agli antipodi di Prenzlauer Berg). Mise giù un discorso molto garbato e vago, in cui si faceva riferimento alla necessità, da parte mia, di riposare di tanto in tanto, come fanno quelli che non hanno bambini. Concluse dicendo che, a soli 148 metri di distanza, era situato uno splendido parco giochi, che i bambini di tutto il mondo invidiano a quelli berlinesi, mentre lo squallido cortile condominiale era adatto ad ospitare i cassonetti della raccolta differenziata e le biciclette. All’assemblea, già tutti mi guardavano torvo. Qualcuno aveva fatto una soffiata. Con la fronte imperlata dal sudore gelido, spiegai le mie ragioni ai condomini e all’amministratore. Aprii e chiusi l’arringa con frasi melense del tipo “posto che i bambini sono una cosa deliziosa” e “i vostri bellissimi bambini meritano di giocare in un luogo adatto e ameno”, e incrociai le dita sotto il tavolo. L’amministratore scartabellò un volume e disse che, in effetti, in presenza di uno Spielplatz pubblico entro i 150 metri ci voleva l’unanimità dei condomini per realizzare la buca della sabbia.

Invitò quindi i presenti al voto. 34 favorevoli e uno (una) contrario. La proposta non passò e, da quel giorno, i miei condomini mi rivolsero un cenno muto del capo anziché il consueto sorriso. A chi mi chiede se valeva la pena inimicarmi tutto il condominio rispondo ancora, sì. Ne valeva la pena! Quando lambisco col cane l’area verde che contiene il più grosso Spielplatz d’Europa, non gli consento però di oltrepassare il “confine” e di pisciare su alcunché. Dio benedica chi ha deciso di realizzarla!