Bowie racconta la sua Berlino: l’intervista dimenticata

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[© Photobra| / Adam Bielawski on Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0]
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David Bowie è “tornato” a Berlino. Non fisicamente, non ancora. Ma la sua musica è tornata ad ispirarsi alla capitale tedesca, come traspare chiaramente dal suo primo singolo dopo dieci anni di silenzio, “Where are we now?” (ascoltala qui).

In attesa del nuovo disco, “The next day” (in uscita a marzo), siamo andati a ripescare una delle ultime interviste rilasciate dal Duca Bianco, al Tagesspiegel nel 2002. Rispondendo alle domande di Lars von Törne, Bowie ripercorre la sua vita a Berlino: parla dei luoghi preferiti, della quotidianità, del suo rapporto con Iggy Pop. Abbiamo tradotto per voi le parti più interessanti.

Tutti i diritti © Der Tagesspiegel/Lars von Törne

Se la prossima settimana fosse a Berlino, chi vorrebbe incontrare di nuovo?

Edgar, mi piacerebbe vedere Edgar.

Edgar?

Edgar Froese dei Tangerine Dream. Un ragazzo davvero in gamba. Edgar e sua moglie mi hanno aiutato quando vivevo a Berlino. E mi hanno sostenuto mentre cercavo di allontanarmi dalla cocaina. Erano entrambi molto gentili con me.

Si ricorda dove viveva?

Hauptstraße 155, a Schöneberg.

Dopo venticinque anni ricorda ancora il numero civico?

Non dimentico mai. Sono stati anni molto importanti, per me vivere a Berlino è stato davvero liberatorio, in tanti sensi.

Era già una star mondiale. Come trascorse i suoi giorni a Berlino?

La maggior parte del tempo lo trascorrevo assieme a Iggy…

…intende Iggy Pop?

Esattamente. In fondo, stavamo entrambi cercando di allontanarci dalla condizione in cui ci ritrovavamo in precedenza, negli Stati Uniti. […] Uscivamo un sacco, soprattutto di notte. Andavamo spesso all'”Exil”… (ndt. oggi sostituito dal Horvath, all’indirizzo Paul-Lincke-Ufer 44a).

…il ristorante a Kreuzberg?

Sì, e in altri posti. La maggior parte erano ristoranti, dove andavamo a mangiare, e talvolta bar. […] La più grande discoteca a quel tempo era lo “Dschungel”, il club in Nürnberger Strasse. Là ci andavamo spesso. Mi ricordo di una ragazza che ho conosciuto lì. Sulla sua spalla c’era un topo, legato con una catena intorno a lei, che si arrampicava sul suo vestito. Fu alquanto strano. Le persone in generale erano molto strane. Mi ricordo di due ragazzi che incontravamo ogni volta. Avevano le teste calve ed erano vestiti da chirurghi, con guanti di gomma e stetoscopio intorno al collo. Anche questo era piuttosto bizzarro.

Incontrare queste persone l’ha ispirata?

Non so se mi ha ispirato. Ma di sicuro è stato un piacevole diversivo. Qualche tempo dopo, per il mio compleanno, la mia ragazza Coco e Iggy mi regalarono una vecchia macchina. Credo fosse una Mercedes del 1965, con tetto apribile. La vettura era piuttosto arrugginita, ma i soldi a quel tempo erano pochi.

Lei scherza. Guadagnava bene, no?

Si, negli anni precedenti, ma ho anche speso parecchio – a Berlino, siamo stati vicini alla bancarotta. In ogni caso, in macchina facevamo tour avanti e indietro per tutta la città. In particolare, andavamo volentieri al Wannsee. C’era un ristorante dove mangiavamo fegato di pollo e roba del genere.

Come è stato vivere nello stesso appartamento di un punk selvaggio come Iggy Pop?

Beh, in un primo momento aveva una camera per sé, da me, insieme alla sua ragazza. Ma non è durata a lungo.

Perché?

Era “troppo” per me. Avevamo orari molto contrastanti. Inoltre, Iggy mangiava tutto quello che riusciva a trovare nel frigorifero, una cosa che mi ha sempre fatto molto arrabbiare. Io ero sempre quello che faceva la spesa e lui quello che mangiava tutto. A volte mi compravo manicaretti deliziosi al KaDeWe, nel reparto alimentari, e poche ore dopo tutto era già sparito. Questo mi faceva andare fuori di matto. Allora se ne andò, ma prese un appartamento nello stesso palazzo, proprio di fronte al mio.

Così ebbe di nuovo le sue delizie tutte per sé.

Sì, il che era meraviglioso.

Perché venne a Berlino?

Dopo molti anni di stress e pressione, negli Stati Uniti, fu molto rilassante venire in una città dove su di me c’era relativamente poca attenzione. Ho potuto finalmente rilassarmi e tornare a fare qualcosa di semplice, come sedermi in un café sulla strada senza che le persone se ne accorgessero. Questo anonimato fu un bene, in quel momento: nonostante fossi già molto conosciuto, potevo condurre una vita normale. Da allora non ho più cambiato il mio modo di essere: nonostante la mia notorietà, faccio sempre in modo di vivere una vita normale. Inoltre, il tempo a disposizione mi ha giovato molto. [A Berlino] ho capito, per esempio, quanto fosse importante per me scrivere.

Che cosa ha scritto a Berlino?

“Heroes”, per esempio. E anche tutte le altre canzoni dell’album.

A parte l’anonimato, cosa era così speciale a Berlino a quel tempo, alla fine degli anni Settanta?

[…] C’era questa atmosfera particolare, che ho scoperto in seguito essere simile a quella di New York. La mentalità della gente è molto simile: a nessuno importa quello che fai. Ognuno pensa alle proprie cose. E non pensano sia qualcosa di speciale incontrare una persona famosa in strada. Questo è fantastico. È per questo che vivo a New York da dodici anni.

C’erano anche artisti a Berlino che hanno ispirato il suo lavoro?

La mia musica è stata fortemente influenzata da quel particolare Zeitgeist tedesco. C’era un forte fascino per la musica elettronica, uno spirito innovativo.

Come Kraftwerk o Tangerine Dream?

Sì. Ma anche altre band, come i Neu!. Ero innamorato del lavoro di persone come Conny Plank. […] E Brian Eno, Tony Visconti…

…con cui ha scritto le sue canzoni.

Noi tre insieme, a Berlino, abbiamo avuto l’impressione di muoverci in una direzione completamente nuova.

Ha ancora contatti con le persone di quel periodo?

Purtroppo no, ho perso il contatto con quasi tutti. Fu molto molto tempo fa.

In quali luoghi le piacerebbe di nuovo tornare?

Dato che io sono un fan dell’arte, vorrei tornare al Brücke-Museum…

…la collezione del gruppo espressionista “Die Brücke”, vicino al Grunewald.

Sì, esattamente. […] Sarebbe qualcosa di simile ad un pellegrinaggio.

Le immagini di Otto Mueller e degli altri hanno, ovviamente, ispirato anche la sua pittura.

Sì, molto. Ma c’erano molti altri artisti tedeschi importanti per me.

Un’influenza che si porta dietro ancora oggi?

Ne ero talmente ossessionato che da allora non mi ha mai lasciato; è diventato parte del mio vocabolario di artista. Ci sono ancora momenti in cui penso: “Oh, credo che Brecht adesso farebbe così”.

In “Heroes”, il Muro svolge un ruolo. Nei suoi tre album si sono riflesse le sue esperienze quotidiane a Berlino?

Non sono sicuro di quanto Berlino fosse presente in “Heroes” o “Low”. Stranamente, oggi ho l’impressione che “Lodger”, il terzo album, registrato poco dopo, rifletta molto meglio il mio periodo berlinese.

In che modo?

Prende spunto dai miei stati d’animo, da come vivevo. Contiene gli aneddoti di tutti i giorni. La canzone “Yassasin”, per esempio, racconta le mie impressioni sulla comunità turca che abitava nel mio quartiere. La maggior parte del mio lavoro si basa più su valori interiori e personali. Cerco di ascoltare la mia interiorità e poi di dargli una forma. Ma una cosa è chiara: non avrei saputo fare musica se non fossi stato completamente “prigioniero” dell’incantesimo di Berlino, con le sue strutture e le sue specifiche tensioni.

Tutti i diritti © Der Tagesspiegel/Lars von Törne

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