I lavori in corso all’interno del nuovo scalo berlinese (© Berlin Airports)

di Stefano Casertano (sito ufficiale)
pubblicato originariamente su Radio Berlino | Linkiesta.it

Si dice spesso che i tedeschi non amino ammettere i propri errori. Se ne commettono uno, non è per colpa loro: le circostanze e l’interpretazione delle regole li hanno costretti ad agire così. Un tedesco in palestra che fa cadere dei pesi osserverà con fare interrogativo un bilanciere, così come uno che inciampa per strada guarderà adirato la strana conformazione del marciapiede. Si tratta forse di un cliché, come quello della “Schadenfreude”, orrenda sensazione traducibile come “piacere provocato dalla disgrazia altrui”, tanto gretta da non meritare una parola apposita in alcuna altra lingua

Questi due cliché stanno incontrando però piena connotazione nelle vicende che riguardano l’apertura del nuovo aeroporto di Berlino, il “Willy Brandt”, estensione dell’esistente “Schönefeld”, meta unica delle compagnie aeree low-cost che raggiungono da tutt’Europa la capitale tedesca. È l’ultimo colosso delle grandi trasformazioni urbane che hanno riguardato Berlino dalla riunificazione: mostro da 45 milioni di passeggeri l’anno (Fiumicino ne conta 38) con investimento originario 2,8 miliardi di euro, avrebbe dovuto aprire il 3 giugno del 2012, portando alla chiusura dello scalo di Tegel – una sorta di “Linate” in chiave prussiana.

I berlinesi erano pronti. Avevano organizzato anche una simulazione con migliaia di comparse, con tanto di messa in scena di un disastro aereo, sostituito all’occasione da due autobus carichi di feriti alla salsa di pomodoro. Poi è venuto fuori che c’erano problemi alle barriere antifuoco, e forse anche con il frastuono sulla linea di atterraggio e decollo. Nonostante comparsate e tutto, pochi giorni prima dell’inaugurazione si è pensato di rinviare tutto al 17 marzo 2013. “Chiaramente si sapeva già da tempo”, era il commento che girava per il cantiere. Oggi è arrivato un altro annuncio: si passa a una nuova data, quella del “20 o del 27 ottobre del 2013”, secondo una dichiarazione diretta di Matthias Platzeck, residente del Land del Brandeburgo.

Anche i costi sono esplosi: si pensa a 3,5 miliardi di euro in più, in parte già elargiti da una nuova iniezione di capitale [l’autore di questo blog ha rintracciato su internet e da alcune telefonate almeno cinque ricostruzioni diversi dei costi, e questa sembrava la più attendibile – insomma non stiamo a correggere…, ndr]. È in forte imbarazzo il sindaco piacione di Berlino, Klaus Wowereit. Il progetto è partecipato per il 37% dal Land della città stato (oltre al 37% dal Land del Brandeburgo e per il resto dal governo federale), e Wowereit si era assicurato la posizione di capo del collegio sindacale. Al primo rinvio è parso indifferente. Al secondo ha dichiarato che il consorzio confermava l’appoggio al CEO Rainer Schwarz, sostenendo che “cambiare persona ci farebbe perdere tempo”, tanto per sottolineare il fatto che non di errori si è trattato, ma di problemi esogeni che spingono l’azienda a operare in condizioni difficili.

Insomma, ha mantenuto Schwarz come parafulmine fantozziano. Straordinaria la prova di nonchalance del Wowereit all’annuncio del secondo rinvio: “Non ci sono mai state date politiche di apertura. Tutti i partecipanti al consorzio […] hanno accettato il rinvio”, e “le mie risposte, Signore e Signori, le mie risposte non vi soddisferanno… devo accettare che su di esse si speculerà”, vivaddio.

Al terzo rinvio è giunta la levata di scudi. Wowereit è stato criticato dal verde Jürgen Trittin via twitter, che ha parlato di “colpa mostruosa” – forse anche perché la coalizione di governo di Berlino è di colore SPD/CDU. Anche Anton Hofreiter, presidente della commissione trasporti della città, ha chiesto le dimissioni del sindaco dal collegio. Analoghi inviti sono stati recapitati al vice-presidente del collegio Platzeck.

Il “Willy Brandt” potrebbe significare la fine politica di Wowereit. A capo di una città che non riesce a sanare il conto economico, con 63 miliardi di debiti (circa 18.000 euro a cranio berlinese), dipendente per un buon 30% dalle generose rimesse bavaresi e del Baden-Wurttemberg, “Wowi” sembra essersi lanciato in un’operazione mediatica dall’instabile base costituita da un immane e complessissimo progetto immobiliare. Adesso le voci impazzano: sul Tagesspiegel si citava un esperto innominato che prevedrebbe un altro rinvio al 2014. A quanto pare, il progetto poi potrebbe essere irrecuperabile: il terreno sta cedendo in alcuni punti (ahi, i bei terreni della tundra medievale!), e il progetto sarebbe sbagliato in sé – e irrecuperabile.

C’è anche una primizia: a metà agosto si è scoperto che tale Florian L., islamista convertito e nel mirino delle autorità per presunti contatti con gruppi jihadisti, si occupava del controllo degli accessi al cantiere. Ha completato il tutto una recente dichiarazione del capo di Ryanair, Michael O’Leary, che di certo non le manda a dire. Dopo aver comunicato che non vorrebbe avere Air Berlin “neanche regalata” – è una storia a sé, per l’aerolinea da 66 milioni di euro di perdita nel secondo trimestre del 2012 – ha fatto sapere che per lui “l’aeroporto Willy Brandt è un enorme esempio di cattiva gestione della mano pubblica”.

Peccato per Wowereit il quale, contraddicendo un cliché, potrebbe essere presto costretto ad ammettere in toto i propri errori, pur di salvare il partito. Per quanto riguarda la Schadenfreude, beh, per una volta è un sentimento che anche molti non-tedeschi iniziano ad assaporare. Del resto, chi ha così tanti miliardi di euro da buttare di questi tempi?

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