Volkswagen e dittatura brasiliana: è arrivata la resa dei conti?

29 July 2017

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di Rosanna Sabella

Dodici ex dipendenti dello stabilimento Volkswagen di São Bernardo do Campo, alla periferia di San Paolo, Brasile, hanno denunciato la casa automobilistica tedesca per violazioni dei diritti umani durante la dittatura militare durata dal 1964 al 1985. Secondo le accuse dei dodici uomini, la multinazionale monitorò attivamente numerosi attivisti e sindacalisti sgraditi al regime, per poi trasmettere le informazioni alla polizia politica. Questo portò all’arresto, alla tortura in carcere e a volte alla sparizione di moltissime persone.

Tra le varie testimonianze, quella resa da Lucio Bellentani, 72 anni, ex-stampista presso il succitato stabilimento di São Bernardo do Campo e arrestato, in quanto dissidente, negli anni ’70.
“Ero al lavoro quando all’improvviso due uomini armati di fucile irruppero nell’officina” ha raccontato Bellentani “mi bloccarono le braccia dietro la schiena e mi misero le manette ai polsi. Non appena fummo al quartier generale cominciarono a picchiarmi riempiendomi di pugni, calci e schiaffi senza un’apparente ragione, Ma ai miei compagni andò peggio. Vennero torturati con elettroschock e cavi elettrici…”.

Oggi, per Bellentani e per le numerose altre vittime delle violenze e delle torture subite durante la dittatura militare, è arrivato finalmente il momento della riscossa.
La Volkswagen starebbe infatti negoziando un risarcimento, avrebbe ammesso i suoi “errori” e nominato un perito che dovrà confermare la drammatica testimonianza.
Il Professor Christopher Kopper dell’Università di Bielefeld e il suo team di esperti stanno infatti esaminando le prove del collaborazionismo della casa automobilistica a supporto del governo militare del maresciallo Humberto de Alencar Castelo Branco. Parliamo di ventuno anni di dittatura, di persecuzione di leader politici, sindacali e lavoratori e di pesanti violazioni dei diritti umani e civili.

Tra le vittime di questo sistema, anche decine di operai dello stabilimento di São Bernardo, ricordati oggi da un’inquietante sequela di maschere bianche appese al muro in un locale sul retro dell’officina.
Bellentani sospira e piange ancora una volta, ricordando le vittime di tanta inconcepibile violenza. Insieme a un gruppo di dipendenti sopravvissuti è ora in attesa anche lui degli esiti del processo.

Il marchio d’infamia per la Volkswagen sembra non avere ormai più limiti né confini. La nota casa automobilistica tedesca fu infatti messa sotto inchiesta già qualche decina di anni fa per avere condotto ai lavori forzati detenuti di guerra e prigionieri dei lager durante il regime nazista.
Ben 15.000 lavoratori dai vicini campi di concentramento furono infatti costretti dalla Deutsche Arbeitsfront (l’organizzazione sindacale nazista) a fabbricare veicoli per l’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, ovviamente in condizioni precarie e stressanti.
Nel 1998 i sopravvissuti si costituirono parte civile nel processo contro la Volkswagen, che annunciò, anche in quella occasione, ingenti risarcimenti.

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