Unconventional Berlin Diary: Torno a Berlino, cambio casa, critico “Breaking bad”

12 February 2016

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Sto lasciando che una timida zazzera ricopra parte del mio cranio. Dobbiamo firmare il contratto per il nuovo appartamento, la tipa dell’agenzia sembra un tipo diffidente e abbiamo pensato che forse è il caso che non dia troppo nell’occhio con i miei paludamenti da “donna strana”. La mia coinquilina mi ha consolato dicendomi che una volta risolta la questione potrei fare di necessità virtù e rasarmi “hate” dietro la testa. Non è una cattiva idea. Devo solo comprare una calottina o una cuffietta per quando mi capiterà di dover sembrare di nuovo rassicurante. Anche se le uniche cose che mi vengono in mente, quando ci penso, sono Nanni Moretti in “Palombella rossa” e Caroline Ingalls in quell’epopea di assortite disgrazie che era “La casa nella prateria”. E sono entrambe immagini inquietanti.

Continuo a prendere un numero incredibile di pasticche e a bere troppo caffè. Ho la tachicardia e preparo una moka dietro l’altra, mi fa male, eppure non mi fermo. Perché se è vero che ci sono cose che non riesco a cominciare, è vero anche che in altri casi soffro di coazione a ripetere. Con il caffè, per esempio, sono come un pesce rosso con il mangime. Potreste offrirmelo dieci volte e per dieci volte di fila sarei tentata di accettare. E meno male che non mi butto sullo Xanax per compensare. Altrimenti rischierei uno speedball casareccio e una morte davvero molto, ma molto, ma molto cretina. Lascio le boccette tutte in fila sull’armadio, 20 ml per 0.75 mg di Alprazolam l’una, ancora quasi piene di quel liquido amarognolo che ho degustato a lungo come un barolo del’61 prima che la persona che un tempo me lo consigliò mi dicesse, dopo anni, “credo sia cardiotossico”.

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La Casa nella Prateria – Cast

Sto andando avanti con “Breaking Bad” e all’entusiasmo iniziale sta subentrando una certa delusione. Il punto di forza del soggetto, vale a dire la critica spietata al sistema sanitario americano, sta perdendo efficacia. Nei fatti la serie sta diventando, da quasi anarchica che era, una continua celebrazione reazionaria di quei valori che rendono gli USA un grande Paese molto miope.

Partito da “un sistema ingiusto mi costringe a diventare un criminale”, infatti, l’antieroe Walter White approda presto a “quello che ho me lo sono guadagnato”, “hai idea di quanto guadagni in un anno?”, fino all’improponibile “un uomo provvede alla sua famiglia, se è un uomo, anche quando non viene apprezzato”. Nelle dinamiche private, poi, si ha quasi l’impressione che il protagonista abbia sbagliato non perché divenuto oggettivamente un criminale, ma perché ha mentito alla moglie. E questo mi ricorda l’impeachment di Bill Clinton e tutta la saga surreale dello spergiuro sui suoi incontri sessuali con Monica Lewinsky.

Dal canto suo il giovane “business partner” di White, il ragazzo di strada che lo aiuta a entrare nel giro, capisce che la droga è una brutta cosa solo quando l’eroina uccide la sua ragazza e per questo smette di farsi. Non di spacciare. E il suo collega più anziano, nonché mentore, cerca di far sì che non si distrugga fisicamente. Non che smetta di distruggere altri. In poche parole la riflessione etica non supera i confini del bisogno personale e dei legami più stretti. 

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Il mio corpo, mia moglie, la mia famiglia, la mia casa, il mio lavoro, il mio “giusto” guadagno, non si va mai oltre. E in quest’ottica un produttore di metanfetamina può rimproverare aspramente una tossica allucinata che trascura suo figlio senza che gli sembri contraddittorio, perché quello che manca, in realtà, è il senso dei gradi di separazione che esistono tra cause complesse ed effetti semplici. I personaggi si sentono in colpa solo per le sofferenze che hanno causato nell’unità di tempo, luogo e azione e solo se la dinamica del danno è lineare quanto quella di un tamponamento all’uscita di un parcheggio.

Insomma, la mia impressione è che, pur bellissimo per regia, interpretazione e vis tragicomica, “Breaking bad” avrebbe potuto dare molto di più.

Devo comunque ammettere che l’idea di far cantare all’aiutante nerd di Walther White “Crapa Pelada” del Quartetto Cetra è un colpo di genio che vale le quattro stagioni che ho visto finora!

Colonna sonora: “Crapa Pelada”–Quartetto Cetra

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=v9VIutG9GXg]

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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