Unconventional Berlin Diary: riflessioni su Sophie Scholl, Adolf Hitler e i gioiellieri cambiavalute di Wilmersdorfer Strasse

26 June 2015

Share Button

Mentre ero in fila in banca ho visto un ragazzo con la maglia della Sophie Scholl Schule e mi sono messa a pensare al complicato rapporto tra Resistenza e filosofia della non violenza. Una riflessione un po’ strana per un lunedì mattina fatto di piccole occupazioni frenetiche, ma la mia mente procede per associazioni rapide e digressioni nate dall’osservazione di elementi casuali e inoltre l’argomento mi interessa da sempre, va detto. In particolare ritengo che la non violenza sia uno strumento utile solo quando il nemico ha un minimo di scrupoli e Sophie Scholl è la prova definitiva del fatto che Gandhi non avrebbe funzionato nella Germania hitleriana.

I metodi del Mahatma andavano bene contro l’Inghilterra, sensibile al peso dell’opinione pubblica internazionale, ma con il lugubre baffetto che nel ’33 divenne cancelliere della Germania sarebbero stati utili quanto l’omeopatia contro il cancro. Gli indiani si sdraiavano a terra per evitare le cariche della cavalleria britannica e i soldati si fermavano per paura di fare una strage. Cosa sarebbe successo agli oppositori pacifici che avessero sfidato le SS nello stesso modo? Sarebbero finiti come lo “zuzzo” siciliano, probabilmente. O appunto come Sophie Scholl, attivista cristiana che insieme ai suoi compagni della Rosa Bianca decise di combattere il nazismo in modo non violento, distribuendo volantini e criticando pubblicamente la politica di Adolf Hitler.

Venne ghigliottinata a ventidue anni e chiaramente ritengo giusto che venga commemorata e rispettata, ma continuo a non capire le ragioni di chi consideri la non violenza un dogma sempre valido in qualunque circostanza e di fronte a ogni nemico. Contro Hitler la lotta non poteva e non doveva avere il volto pacifico della disobbedienza civile, è un fatto pratico e strategico, prima ancora che morale. Sempre che l’intenzione fosse quella di provare a sconfiggere il nazismo, perché se invece l’imperativo etico si agganciava ad altre finalità, come ad esempio seguire gli insegnamenti di Cristo, allora il discorso cambia e in questo caso riconosco ai giovani martiri della Rosa Bianca una certa coerenza, per quanto distante anni luce da me e dal mio modo di ragionare.

Mi sarebbe piaciuto parlarne con il ragazzo con la maglia della Sophie Scholl Schule, ma mi avrebbe sicuramente preso per pazza. Nel frattempo è arrivato il mio turno, ho scoperto che non potevo cambiare le sterline che mi erano rimaste nel portafoglio dopo un recente viaggio in Scozia e sono stata mandata a Wilmersdorfer da un gioielliere-compro oro che aveva anche uno sportello cambiavalute a quattro euro di commissione, praticamente una rappresentazione sfolgorante degli aspetti peggiori del capitalismo cannibale.

Ma questo non c’entra con Sophie Scholl… o forse sì, considerando che il potere economico ha sempre influenzato il potere politico e quindi il corso della storia. Potrei parlare per ore, partendo da questa nuova associazione, ma mi fermo.

E in ogni caso R.I.P., Sophie Scholl.

♠ Colonna sonora: “Forever young”– Bob Dylan♠

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

Share Button