Unconventional Berlin Diary: E dal Policlinico, per quest’anno, è tutto

30 December 2015

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Natale al Policlinico. Non è un cinepanettone, è come ho passato un po’ tutte le feste. Mi hanno operata a Roma il 22 dicembre e rimosso dal corpo due “invasori” che avevano raggiunto la rispettabile grandezza di 11 e 13 cm.

Per inciso il secondo colloquio con l’anestesista mi ha terrorizzata. Durante il primo si era mostrato gelido, scostante, decisamente antipatico. Dopo l’arrivo dei risultati delle analisi fatte nel frattempo e con la mia radiografia toracica in bella vista sulla scrivania ha invece esordito con “e allora suoni, Lucia? E cosa suoni? E come me lo definiresti questo alternative rock?”, il tutto con un abbozzo di sorriso forzato che non avrebbe stonato nel video di “Black Hole Sun” dei Soundgarden.

“Oddio, i polmoni” ho pensato d’istinto, discretamente certa di essere sul punto di ricevere una ferale notizia. “Tutto a posto, eh? Ti operiamo domani” mi ha invece spiazzato lui e a quel punto gli avrei sferrato una testata sugli incisivi superiori. È apologia di violenza, lo so, ma non si fa così, non ci si mostra come il fratello acido del dottor House a un primo colloquio e come quello sociopatico di Fabrizio Frizzi al secondo, con i risultati delle analisi in mano.

Mi hanno messa in una stanza singola con televisore, divano, armadio, insomma, poteva andarmi molto peggio. La sera prima dell’intervento ho letto, dormito, parlato con mio cugino e mangiato il più possibile, prevedendo un lungo periodo di astinenza.

La mattina dopo è entrato in stanza un corpulento frate di Firenze che mi ha detto “coraggio!”. Dopo un po’ la donna incaricata di portarmi in sala operatoria è entrata dicendo “è l’ora”. Mia madre ha fornito il suo personalissimo contributo tirando fuori una croce del rosario e cercando di segnarmi sulla fronte e sul petto dicendo “questo lo teneva in mano povera nonna morta!”. A quel punto mi è salita dentro un’angoscia inenarrabile e ho cominciato a scuotere la testa. La porta era aperta e vi lascio immaginare cosa possano aver pensato degenti e visitatori di una donna che si divincolava mentre tentavano di benedirla con una croce.

Chiariamoci. Io amavo moltissimo mia nonna, come amo moltissimo mia madre. Solo che avrei preferito una foto di nonna VIVA, magari sorridente. E un clima che evocasse meno l’estrema unzione, a cinque minuti da un intervento chirurgico. “Promettimi almeno che prima dell’anestesia ti metterai nelle mani di Dio!” ha continuato a incalzarmi mia madre mentre spingevano fuori il letto. Quando le ho chiesto un minimo di fiducia anche verso i medici ha risposto “in sala può esserci chiunque, ma alla fine ti opererà Gesù Cristo”.

E pensare che non è una bigotta, è una di quelle persone che hanno relativamente reciso il rapporto con la chiesa-istituzione e vivono la fede in modo intimistico, animistico e inclusivo. Solo che il panico provato di fronte alla prospettiva di un figlia malata le ha fatto premere lo switch del delirio mistico e quando l’ho vista ringraziare Dio dopo aver chiuso con successo i panni sporchi nell’armadietto mi sono resa conto che, per quanto potessi essere tesa, mia madre era sicuramente più tesa di me.

Quando mi sono svegliata dall’anestesia ho parlato in inglese e vedendomi circondata da un’équipe di sole donne ho detto “girl power!”. Mentre mi riportavano nella mia stanza mi sentivo piacevolmente rilassata grazie all’abilità della “mistress of drugs” di sala. “Hai visto i draghi?” mi ha chiesto il giorno dopo la mia coinquilina, amica e fratello. Non ho visto draghi, ma credo che sorridere con uno squarcio nella pancia dopo che ti hanno tirato fuori dal corpo organi interni e barbari invasori valga l’intera collezione di animali domestici di Danaerys Targaryen.

Il giorno in cui mi hanno dimessa dall’ospedale mio padre voleva farmi fare 500 metri di corridoio a piedi. Non è cattivo, è che non si rende mai conto della reale entità delle cose. L’ho sentito litigare con mia madre, poi mi hanno portato una sedia a rotelle. Ho aspettato che i miei si accordassero, sempre litigando, sui bagagli da caricare in macchina e mi sono seduta al bar dell’ospedale, tra un ragazzo con la mascherina e un signore anziano con una gamba dolorante.

Ho anche trovato il tempo di salutare le persone con cui ho condiviso questi giorni dal sapore acidulo, che è ancora tutto in bocca. Ciao Tiziana, non piangere più. L’isterectomia non è una passeggiata, ma hai una bella bambina e ancora tutta la vita per essere felice. Gemma, ce la farai. Te lo auguro con tutto il cuore e voglio crederci insieme a te. Non può andare sempre male.

Berlino, ci vediamo tra un po’. Ci sono analisi da ritirare e cure da seguire. Ti porterò in regalo un bel sorriso chirurgico, un corpo più consapevole e la meravigliosa frase che mi ha rivolto una delle infermiere del reparto, fissando la mia testa rasata:

“Ahò! I capelli non li tagliamo più così neanche a neurochirurgia!”

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© Games of Thrones / screenshot

♠ Colonna sonora: “Nothing’s gonna hurt you baby”–Cigarettes after sex♠

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=R2LQdh42neg]

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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