Unconventional Berlin Diary: Karl Marx vs l’italiano vero

8 July 2016

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Ero con Roberta, una simpatica conoscente, quando abbiamo cominciato a parlare delle masse. Mi rendo conto che può suonare come una dissertazione sulla classe operaia fatta dalla scuola di Francoforte in adunanza plenaria, e quindi agghiacciante, ma è meno peggio di quello che sembra. Passeggiavamo per Warschauer Straße e mentre chiacchieravamo d’altro a un tratto ci siamo trovate a discutere dei principali errori della sinistra italiana nei confronti di quello che i malati di retorica chiamerebbero “il popolo”. Lei sosteneva che la sinistra storica avesse da tempo rinunciato a dialogare, rendendosi invece inaccessibile, io sostenevo che le masse fossero sostanzialmente di destra, almeno in Italia. Il discorso sarebbe rimasto pressoché teorico se sulla strada del ritorno, mentre aspettavamo un trancio di pizza davanti a una pizzeria pseudo-italiana, non avessimo incontrato tre italiani veri.
Provenienti da un paesino della Puglia, di circa trenta, quaranta e sessant’anni, post-proletari e fieri, stavano festeggiando con una bottiglia di prosecco la loro trasferta berlinese. Erano venuti a lavorare in una fiera e si preparavano a tornare il giorno dopo con il camion, 1800 chilometri e rotti con appena qualche pausa per non scoppiare. Eppure erano felicissimi come bambini a Natale, felici di essere a Berlino, di “vedere il mondo”, di brindare con gli amici in una situazione nuova. Mi hanno intenerita, l’entusiasmo mi intenerisce sempre. Ci hanno detto di essere rimasti colpiti dalla grandezza della città, dal fatto che tutti facessero il biglietto sull’autobus e che il pizzaiolo avesse confuso i gamberetti con gli scampi. Ci hanno detto di aver sentito che in Germania, nell’edilizia, si possono guadagnare fino a 5000 euro al mese e si sono dichiarati disposti a trasferirsi per fuggire da una situazione definita come insostenibile. Ci hanno parlato di un’Italia apocalittica, del fatto che nel loro paesino le macchine si schiantino continuamente contro le colonnine del bancomat e che la gente abbia cominciato a rubare per necessità.

A quel punto, come da manuale, il discorso si è spostato sulla politica. Dimentichi del fatto di aver parlato di espatriare solo pochi minuti prima, almeno due su tre dei nostri connazionali hanno cominciato a protestare contro gli immigrati, “lo nero periglio” che approda sulle coste dell’Italia mentre Salvini grida all’invasione. Il quarantenne, in particolare, ripeteva il sempre valido adagio dei presunti “35 euro al giorno” percepiti dai profughi e continuava a dire che lo Stato dovrebbe aiutare prima gli italiani. Noi cercavamo di esprimere la nostra opinione, Roberta in modo più diretto, io più maieutico. “In fondo anche noi siamo immigrate”, gli abbiamo detto, “siamo italiane e viviamo in Germania”. Lui ha accusato il colpo, poi ha rilanciato: “ma voi siete venute qui a lavorare!”, “sí, ma potrebbero accusarci di rubare il lavoro ai tedeschi”. Il tipo è rimasto in silenzio, visibilmente colpito. Probabilmente non aveva mai pensato a questo rovesciamento della prospettiva, neanche quando ci aveva confessato di volersi trasferire in Germania auspicando un miglioramento delle sue condizioni di vita, quando altri auspicano semplicemente di sopravvivere. Il trentenne ci supportava, invitando l’amico a non prendersela con i poveri, ma piuttosto con i politici, perché “tanto sono tutti ladri”. Gli altri due si sono dichiarati non avversi a Berlusconi, il sessantenne rammaricandosi che lo avessero “tolto di mezzo troppo presto”, il quarantenne anti-immigrazione dichiarando una recente passione per i Cinquestelle perché “nuovi”. “Aspetta che passi un po’ di tempo, vedrai se non sono come i vecchi”, lo rintuzzava il trentenne, “i politici sono tutti uguali”, continuava a ripetere come un mantra.

Il momento migliore, però, è stato quando ci hanno chiesto di cosa ci occupassimo e mi è capitato di parlare del fatto che lavori in un giornale che copre notizie di vario ambito, dalla politica locale alla chiusura dell’Artemis, il più grande bordello della città e della Germania. “Hanno chiuso l’Artemìs?” hanno esclamato come un sol uomo “ma ci avevano detto che aveva riaperto!”.
Applausi, sipario.
In conclusione, possiamo dire che le masse non sono diverse dai singoli e la sinistra da salotto che giustamente non piace a Roberta non ha capito che non vanno educate paternalisticamente, nè demonizzate, nè viste con curiositá entomologica, ma semplicemente prese come la somma di una serie di individui in fuga dal fantasma di Karl Marx e dall’ombra lunga di Toto Cotugno, influenzati dalla crisi, dalla vita, da Berlusconi, dalla stanchezza, dalla pigrizia, dalla paura, dall’entusiasmo e, soprattutto, dalla gnocca.

♠”Working Class Hero”–Marilyn Manson♠

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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