Unconventional Berlin Diary: Il “creaturo” e il drago di Storkower Straße

6 November 2015

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Ho rivisto la mia ex coinquilina di Colonia e il suo bambino, che all’epoca in cui affittai una stanza nel loro appartamento aveva sei mesi. Mi ero appena trasferita in Germania, la mia vita era incerta e molto dura. Per un periodo dipendevo da un alcolizzato sfruttatore, i miei capelli erano un’unica massa elettrica e il mio amore per la musica mi aveva fatto incappare nelle affabulazioni di un assurdo musicista mitomane. Facevo spesso tardi, tornavo a casa distrutta e mettevo i piedi sul termosifone senza riuscire a scaldarmi.

Però c’era il bambino, o come amo chiamarlo io, il “creaturo”.

All’inizio restava steso sulla schiena come un enorme involtino e quando si emozionava apriva e chiudeva freneticamente le mani, non potendo fare molto altro. Quando fu abbastanza grande per gattonare me lo ritrovavo alla porta ogni mattina. Faceva capolino nella mia stanza e mi sorrideva, io lo salutavo con affetto e lui veniva verso di me con un tonfo sordo di palmi e ginocchia. Ogni giorno un sorriso, senza mai perdere un colpo. Dopo un mese avevo accumulato abbastanza calore umano da affrontare il grigio plumbeo delle giornate peggiori con una certa serenità. Poi il creaturo si mise in piedi e quando ancora camminava tenendosi ai mobili gli feci sentire i Lynyrd Skynyrd. Ebbe una reazione gagliardamente positiva su “Don’t ask me no questions”. Sua madre e io abbiamo ancora un video in cui lo si vede seguire immobile il primo riff di chitarra e quindi scatenarsi all’ingresso della batteria, tenendo il tempo con la gamba. Quando lo coccolavo sapeva di cibo per lattanti e sapone e un pomeriggio, mentre lo tenevo in braccio, mi guardò sognante e poi ruttò. Seppi allora con certezza di amarlo.

Adesso ha quasi quattro anni ed è un bel bambino, biondo, riccio e con occhi lunghi e vagamente orientali. Mi chiama in tre tempi (Lu-ci-a!) e chiacchiera vivacemente di cose che lo interessano, ruspe e betoniere in cima alla lista.

Siamo stati in un parco giochi vicino a Storkower Straße e per due pomeriggi interi abbiamo improvvisato un cantiere con la sabbia. Per ore abbiamo scavato e ricoperto buche, trasportato carichi e recintato zone inaccessibili ai non addetti ai lavori.

Ci siamo presi un’unica pausa quando ci siamo arrampicati in cima a un drago di legno usato in parte come scivolo e in parte per quelle ardite scalate in cui i bambini tedeschi si impegnano davanti agli occhi indifferenti dei genitori. La cosa mi stupisce sempre molto, perché ricordo ancora le urla lanciate dalle madri dei miei compagni di giochi quando vedevano i loro figli in equilibrio su muretti di mezzo metro, ai giardinetti comunali. Ad ogni modo, io soffro di vertigini e quando il creaturo ha espresso il desiderio di entrare nella testa del drago ho vacillato. “Mit dir”, mi ha detto. Nessun dubbio: non voleva entrare da solo. Nei lunghissimi minuti passati guardando da buchi e fessure un contenuto abisso di pochi metri mi sono resa conto che l’amore è una forza potentissima, ma anche la gravità non scherza.

Lui si muoveva con relativa sicurezza, spingendosi fino in fondo alla bocca del mostro di legno, mentre io lo seguivo in preda al panico. Al centro della superficie su cui strisciavamo si apriva un buco sotto il quale, a sacchetto, si allargava nel vuoto una piccola rete collegata alla base della testa. Il creaturo ha cercato di aggrapparsi timidamente, io gli ho detto “non aver paura” e a quel punto lui si è sentito in dovere di mostrarsi ardimentoso. È sceso a razzo come Peter Parker, mentre io continuavo a sentire nella testa il rumore che avrebbero fatto le nostre ossa se la struttura avesse ceduto, schiantandosi al suolo.

Eppure da piccola non avevo alcun senso del pericolo. A tre anni finii in ospedale perché mi lanciai da un tavolo, di testa. I danni del trauma cranico subito sono ancora visibili, se un oculista mi controlla il fondo dell’occhio. Un pomeriggio d’estate di qualche tempo dopo misi il piede su un camioncino giocattolo che volevo usare come un pattino e diedi un’altra craniata terrificante sul bordo di una fioriera di marmo. Sul sopracciglio sinistro ho una cicatrice che mi sono fatta andando a sbattere contro lo spigolo di un comò. A Venezia cercai persino di buttarmi nel Canal Grande.

Perché dovrei avere paura del drago di Storkower Straße?

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Storkower Straße / stazione

 

♠ Colonna sonora: “Don’t ask me no questions”– Lynyrd Skynyrd♠

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=DCfWmNJt4D4]

 

 

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitaremostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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