Unconventional Berlin Diary: i barbieri di Berlino e la fobia dello specchio

2 May 2015

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Si è aggiunto un altro capitolo alla storia del mio rapporto con i barbieri di Berlino. La necessità di ridefinire costantemente la mia rasatura mi porta spesso a fermarmi con criteri casuali in punti altrettanto casuali della città, quando decido che la mia testa si sta di nuovo ricoprendo di capelli. Dovrei scrivere una guida sintetica sull’argomento e sarebbe anche interessante, perché la bottega di un vero barbiere è come un porto o un crocevia, qualcosa che ha a che fare con le atmosfere di Corto Maltese, non con le finezze dei saloni hipster in cui si ritoccano baffi a manubrio! Absit iniuria verbis.

Dopo il palestinese di Kaiserin-Augusta-Allee, la settimana scorsa mi sono fatta rasare da un macedone di Wilmersdorfer. Parlava italiano per aver vissuto in Istria per qualche anno e usava “diobono” come intercalare. Dopo una prima fase di convenevoli standard ha cominciato a parlare di Berlusconi, argomento compulsivamente sollevato da tutti gli stranieri che si trovino per più di cinque minuti alla presenza di un italiano.

Prima lo ha definito un maniaco e ha detto che un uomo di ottant’anni che va con una ragazza di sedici è un porco, poi ha aggiunto che se invece uno di cinquanta va con una diciassettenne è leggermente meglio, quindi ci ha ripensato e ha concluso condannando tutti e impappinandosi miseramente. Peccato, era partito bene. Infine, si è lanciato in una terrificante filippica sulla crisi greca e sul fatto che Tsipras prenda soldi dalla Turchia. Mi ha offerto un ottimo the, e questo è un bene, ma mi ha anche fatto pagare il triplo del palestinese, e questo è un male, anche perché per un prezzo molto più basso il palestinese mi aveva fatto anche la barba!

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A proposito di creatività identitaria: ho comprato un “chest binder”. Lo usano i transessuali prima della mastectomia, a me piace metterlo quando indosso le camicie, che hanno il brutto vizio di cadere male se non hai il torace piatto, o almeno questo è quello che penso quando mi guardo allo specchio.

Un’altra cosa che penso è che gli specchi mi fanno paura. Mi hanno sempre fatto questo effetto a partire dai miei diciotto anni, quando mi specchiai spensieratamente per l’ultima volta e la mia faccia smise definitivamente di piacermi. Successe a Rimini, in spiaggia, la stessa estate in cui definii pubblicamente il rapporto sessuale come l’incontro di un’introflessione e di un’estroflessione e per questo venni vista da due ragazze di Gorgonzola come una specie di malata di mente. Probabilmente lo ero.

Ad ogni modo quando assecondo il mio lato maschile, che convive più o meno pacificamente con quello femminile da quando sono nata, gli specchi mi spaventano meno. C’è qualcosa di terribilmente inquietante nella femminilità, perennemente torturata da una fragilità che ha a che fare con il tempo e con la chimica e sempre in procinto di franare sotto il suo stesso peso. Dovrei parlarne con uno psicoanalista, se ne avessi uno. Probabilmente mi sento meno vulnerabile pensando a me stessa come al maschio parziale che sono e questo mi rende la più retrograda tra le vittime della retorica di genere. Anni di avanguardia intellettuale e poi cado sui fondamentali, tipo che da donna ho paura della vita e da uomo no.

Ippolita, la regina delle amazzoni, non ne sarebbe affatto contenta.

 

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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