Unconventional Berlin Diary: Ho bisogno di Berlino

10 July 2017

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Ho servito al bar per un intero pomeriggio insieme al team del magazine su cui state leggendo queste mie simpatiche avventure urbane. La comunità internazionale di Berlino si snodava in una lunga fila mai sazia di bere e poi di bere ancora. Le persone presenti nello spazio outdoor del locale in cui eravamo hanno letteralmente finito tutti gli alcolici che avevamo a disposizione e a quel punto hanno vacillato psicologicamente, giusto il tempo di capire come riorganizzarsi per continuare a parlare senza tornare sobri, mentre la Sprea mormorava inascoltata sotto il tappeto sonoro dei dj-set.

Ho scoperto che posso essere un “barman in camicia” più che credibile, mentre il ragazzo venezuelano che mi affiancava è stato un validissimo barista-ballerino. Metti il ghiaccio, aggiungi uno spicchio d’arancia, scegli il tuo cocktail, porgilo al cliente, tira su le maniche della camicia o muovi i piedi a tempo. Divisione del lavoro, moltiplicazione della produttività. Fordismo cooperativo e senso del ritmo in un’unica soluzione.

A un certo punto mi è arrivato davanti un tipo che aveva un accenno di seno finto sotto la maglietta e una fascia da miss su cui si poteva leggere “Miss Cessa”. Mi ha indicato una donna, che era proprio vicino a lui e mi ha detto “È stata la mia amica a vestirmi così”. “E meno male che è tua amica” gli ho risposto porgendogli da bere.
Ha riso e se ne è andato via con lei. Erano una coppia magnifica.

La giornata era un tipico quadretto estivo berlinese, caldo, sole, nuvole in transito e verso sera, all’improvviso e per qualche minuto, una spruzzata di pioggia e una correzione colore virata al grigio, ma nessuno ci ha fatto caso.

Mi sono sentita non dico felice, in questo momento della mia vita non posso essere felice, ma almeno più serena.
Ho bisogno di Berlino, di non pensare troppo o di pensare a cose che mi tengano attiva e lontana dal mio bruciore al petto e dai cattivi pensieri.
Berlino è diventata una necessità silenziosa e disperata. Mi ha accolto dopo il mio ultimo viaggio in Italia come una moglie che non ti fa pesare niente, che non ti chiede dove sei stata ma si fa semplicemente si fa trovare in giro per le strade, tutta in ghingheri anche se sembra informale e pronta a sorriderti se appena gliene dai la possibilità. Una moglie che puoi raggiungere allungando la mano e che ti circonda, onnipresente, anche quando non la cerchi. Berlino è un gigantesco ricaptatore della serotonina e della noradrenalina.
Almeno per me, adesso, nell’estate in cui ho pensato che mi sarebbe crollato tutto addosso.

Quando sono arrivata alla stazione di Warschauer, sul ponte c’era il solito caleidoscopio di personaggi surreali. Sono quasi andata a sbattere contro un uomo vestito in modo molto simile al Pierrot di David Bowie in “Ashes to ashes”.
Proprio fuori dalla stazione, invece, era in corso una doppia operazione di polizia. Da un lato un gruppo di agenti stava interrogando degli artisti di strada, ragazze con le orecchie da gatto o vestite da pirata e musicisti seduti a terra. Spero non abbiano avuto problemi, mi piacevano.
Poco distante, invece, stavano arrestando alcuni probabili spacciatori. Un ragazzo ammanettato, seduto nel vano posteriore di una camionetta, continuava a piangere e a dire bitte, bitte, bitte“. Il poliziotto non rispondeva e non si muoveva e il ragazzo continuava la sua cantilena, senza fermarsi. Erano praticamente coetanei, uno biondo, l’altro scuro, mentre intorno, sciamava il sabato sera.

Sotto casa ho notato che hanno modificato la scritta “Fuck nazis” (vaffanculo ai nazisti) in “Don’t fuck with nazis” (non scherzate con i nazisti). Io avevo in testa tutte le canzoni del mondo.

If you live through this with me I swear that I will die for you“, “Take what you can of me, rip what you can off me“, “I’m a blackstar, I’m a blackstar, I’m not a gangstar“,”She put her fist through the window pane. It was such a funny feeling“, “I’m coming up man-sized, skinned alive“, “A new face, a new life, no memories of the past and slit his throat from ear to ear“.

Fino alla porta di casa.

lucoLucia Conti ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica.
Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski.
Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge.
Attualmente vive e resiste a Berlino. E ne è follemente innamorata.

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