Unconventional Berlin Diary: come fate ad andare a correre?

24 June 2016

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jog photo

Avete mai visto “House of cards”? Avete presente quando Frank e Claire Underwood vanno a correre? Lei sembra Diabolik, sottile, felina, con quella tuta nera a pelle che la rende sensualmente androgina. Lui non è altrettanto flessuoso, ma fa il suo dovere, sfrecciando in silenzio, all’alba o di notte, sullo sfondo di Washington DC.

L’altra mattina sono andata a correre anch’io, insieme a Wolfie, intorno a Bersarinplatz. Ecco, dimenticatevi gli Underwood e “House of Cards” e recuperate Fantozzi, ragionier Ugo. Devastata da anni di fatiche anaerobiche e lavoro sedentario sono scesa in cortile indossando dei pantaloni informi e una maglia sbrindellata, ma soprattutto, già stanca. Wolfie, che va in palestra due volte a settimana e ha ventotto anni, ha dato il via alla nostra corsetta adottando un ritmo accettabile per un normodotato. Dopo cinque minuti scarsi il cuore mi è precipitato nelle scarpe e mi sono dovuta fermare. La fedifraga mi ha detto “vado un po’ avanti, ma poi torno a prenderti” e mi ha seminata ignobilmente. Il nostro intento era di raggiungere il Volkspark, ma abbiamo dovuto ridimensionare le nostre ambizioni. Ci siamo infilate in un cortile interno all’altezza di non so quale traversa a due passi da casa, mentre io alternavo camminata veloce a corsetta penosa e cercavo di ignorare il diffuso prurito del sangue di nuovo in circolo. Eppure una volta mi allenavo anch’io, taekwondo, kung fu e ai tempi della scuola facevo aerobica sfoggiando un discutibilissimo body color ciclamino. Poi, a un certo punto della mia storia, devo aver perso il controllo del meccanismo della volizione e mi sono trasformata in un Barbapapà. Più precisamente credo di soffrire di cattiva distribuzione della determinazione, un po’ come accade a chi ingrassa solo sul sedere o sulle guance. Nella vita, in relazione a cose che ritengo fondamentali, sono un Panzerfaust, una schiacciasassi, l’oltrestoico, insomma, nessuno riesce a fermarmi. Questo però mi lascia svuotata quando si tratta di conseguire obiettivi minori, come la riduzione del mio giro coscia. Da Diogene ad Aristippo. Che disdetta.

Il mio esperimento di pseudojogging è durato venti interminabili minuti (scarsi). A circa dieci metri da casa ho visto un vecchio curvo, con i capelli bianchi. Si trascinava con una busta di plastica in mano e mi ha fatto moltissima pena. “In fondo c’è chi sta peggio di me”, ho pensato intenerita, mentre lo superavo. A quel punto il vecchio ha alzato la testa e mi ha detto: “se vuoi andare alle Olimpiadi devi fare meglio di così!”.

Glossario

Wolfie: essere di genere indefinibile. Per metà Ziggy Stardust, per metà Kurt Cobain, per metà la mia metà.

Mio fratello: coinquilina e amica di lunghissima data. Ci chiamiamo reciprocamente “fratello” e parliamo di noi al maschile.

Il bambino: per il mondo è “Ein Arschloch”. Per me è semplicente “il bambino”.

♠Red Hot Chili Peppers-“Can’t stop”♠

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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