Unconventional Berlin Diary: chi ha paura del Friedhofpark?

8 April 2016

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La prima volta che ho visto il Friedhofpark di Pappelallee mi ha messo a disagio, lo ammetto. È un cimitero, ma non ne ha l’aria, nel senso che è anche un parco in cui giocano i bambini, con tanto di Spielplatz annesso. Diverse tombe sono distribuite in modo casuale sul terreno erboso, cosparso di rametti spezzati, una tomba più illustre è vegliata da un angelo di pietra e circondata da fiori meno comuni, mentre un guardiano dai modi non proprio gentili vigila sulle aiuole e rimprovera i bambini che cercano di scavalcarle.

Che ci sia il sole, la neve o la pioggia, il Friedhofpark di Pappelallee è sempre bellissimo.

Per un italiano medio un colpo d’occhio del genere sarebbe abbastanza inaccettabile. Le nostre tombe non sono qualcosa da assimilare al paesaggio o alla città e secoli di arte funeraria imperniata sul memento mori non hanno aiutato.

I nostri cimiteri sono infatti silenziosi e isolati, destinati a indurre reazioni emotive che oscillano tra la malinconia, una sorta di rispettoso timore o forme di irritazione che a volte sconfinano nel terrore superstizioso. Recentemente mi è capitato di leggere un’intervista a Manuel Agnelli in cui il leader degli Afterhours diceva che siamo un popolo di “scaramantici grattapalle”, incapaci di guardare negli occhi le cose di cui non riusciamo a ridere.

In fondo, per molti aspetti, ha ragione.

Rifiutiamo le cose che fanno parte di noi ma non ci piacciono, forgiamo totem dalle nostre paure e ci prostriamo davanti ai simboli che abbiamo creato (ogni riferimento a Bergman e a “Il settimo sigillo” è fortemente voluto), ridiamo di tutto anche quando non abbiamo voglia di ridere e siamo spaventati da luoghi, esperienze ed emozioni definitive.

Per questo dovremmo visitare il Friedhofpark.

Bambini di tutte le età corrono tra le lapidi, le toccano, ci si arrampicano, uccelli di ogni dimensione beccano del cibo da sacchetti premurosamente appesi agli alberi e chi ha concluso la sua vita da tempo torna al cosmo ogni secondo in un luogo in cui le altalene dondolano, i palloni rimbalzano con lo schiocco sordo che producono da sempre e i bambini giocano felici, ignari della vita, della morte, del tempo e della storia.

Non è male.

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♠Can’t fool me now–Scout Niblett♠

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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