Unconventional Berlin Diary: Bowie e Berlino, la storia della mia vita

15 January 2016

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Non so come iniziare. È morto David Bowie, che altro potrei dire? Nella mia vita Bowie e Berlino sono stati una sola cosa per anni.

La prima volta che mi arrivarono addosso insieme, l’uno e l’altra, fu quando vidi “Christiane F.-Wir Kinder vom Bahnhof Zoo”. Avevo tredici anni e la colonna sonora mi colpì più del film. Non dimenticherò mai quella sensazione, quasi non prestavo attenzione ai dialoghi. Annegavo nell’angoscia mortale di brani come “Warszawa”, “Neukölln” e “Sense of doubt”, mentre “V2 Schnider” si caricava delle euforiche aspettative notturne della piccola Christiane, lanciata dall’U-bahn verso il Sound, all’epoca la più moderna discoteca d’Europa.

“Heroes” mi esplose in faccia come una supernova. Non c’è molto altro da dire, era il brano perfetto.

E poi misi a fuoco questa rockstar con il giubbotto rosso che interpretava se stessa e cantava “Station to station”, che descrive così bene la mia vita quando sono a corto di parole. “It’s too late to be late again”. Avete mai sentito dirlo in modo altrettanto definitivo? Ben presto all’attrazione seguì un’improvvisa illuminazione: la rockstar era Jareth di “Labyrinth”. A undici anni mi ero innamorata del libro, pescato per caso da una rastrelliera dell’autogrill. Quando il film era uscito nelle sale della mia città mi ero precipitata al cinema con un’amica, allo spettacolo pomeridiano. Eravamo circa una decina e tutto mi era sembrato perfetto, soprattutto quel biondo re dei folletti che cantava “Magic dance”. Ho rivisto “Labyrinth” al Babylon, l’anno scorso, con Wolfie.

Qualche anno dopo comprai una chitarra. Mi incontravo con tre ragazze in una specie di garage e strimpellavamo tutte insieme “Space oddity” e altri brani che oggi non riesco a ricordare. Scoprivo che premendo le dita sulle corde potevo riprodurre le canzoni che avevo amato, una sensazione che inebria chiunque inzi a suonare. È un po’ come muovere i primi passi, ma ricordandoselo. Io l’ho fatto con David Bowie. Non ho mai dimenticato quei pomeriggi passati a cantare che le stelle sembravano diverse e che il pianeta terra si allontanava senza che potessimo farci niente.

Anche il ragazzo con cui stavo allora era un suo fan accanito. Da qualche parte dovrei ancora avere una foto in cui posa sdraiato a terra vicino al vinile di “Lodger”. Mi avvicinò a moltissimi artisti che non avevo mai ascoltato prima, dai Bauhaus alle L7, mi passò cose improbabili, come una cover di “Foxy Lady” cantata da Michael Dempsey, ma soprattutto è con lui che ho iniziato a conoscere Bowie con metodo e “scientificamente”. Comprai tutto quello che potevo comprare, ascoltai tutto quello che potevo ascoltare e mentre Wenders e Peter Handke mi trascinavano verso l’idea di una Berlino cupa e ossuta come un nudo di Schiele, Bowie si trasfigurava nelle sue mille maschere come un pantheon in cui era tutti gli dei.

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La mia icona contemporanea preferita e la città del Muro si avvicinarono ulteriormente quando mi procurai “Heroes”, “Low” e “Lodger”, la cosiddetta “trilogia berlinese”. Dire che la consumai con voracità bulimica rende poco l’idea.

Un paio di anni dopo visitai Berlino per la prima volta. Ero ospite di mio cugino, in Potsdamer Str., nello stesso palazzo in cui aveva abitato anche Joseph Roth. Vagavo da sola prendendo metro a caso e ascoltando “Hunky dory” e quando viaggiavo sull’S-bahn riuscivo ancora a percepire la trasformazione graduale della città nel passaggio dall’ovest all’est. Se avevo fame compravo un döner per strada, se avevo voglia di esplorare una zona o una strada non ci pensavo due volte. Feci anche la figuraccia della vita, nel senso che visitai il museo ebraico senza ricordarmi che subito prima ero stata in un pornoshop e durante la perquisizione di rito saltarono fuori degli oggetti imbarazzanti. Ma questa è un’altra storia e si dovrà raccontare un’altra volta, come direbbe Michael Ende in “Die unendliche Geschichte”.

Torniamo a Bowie, Bowie alieno, Bowie ermafrodito, Bowie “figlio del giovedì”, Bowie caduto sulla terra, Bowie e Berlino, che si trasformava come lui. E lì mi sono trasferita anch’io, nel 2013, ma non ero lì quando gli ultimi due album dell’esile duca hanno descritto e scandito la fine della sua vita.

“The next day” è uscito quando vivevo ancora a Colonia e oggi possiamo vederlo chiaramente come l’inizio di un viaggio che si è concluso l’undici gennaio del 2016. Allora non sapevo fino a che punto fosse vicina la fine, ma “Where are we now?” era il canto del cigno di qualcuno, su questo non ci sono dubbi. E questo fantomatico qualcuno da Berlino era partito e a Berlino era tornato, se non altro con la mente, per “portare a spasso il morto”, perdersi nel tempo vicino a KaDeWe, prendere il treno verso Potsdamer Platz, in barba a chi pensava non sarebbe più stato possibile. “You never knew that I could do that”.

L’otto gennaio, preceduto da due singoli commoventi, è uscito “Blackstar”. L’undici gennaio la notizia più irreale, quella che nessuno si aspettava. Solo David Bowie poteva lanciare il suo album-testamento nel giorno del suo compleanno e morire subito dopo. Solo lui poteva uscire di scena scomparendo davvero nell’armadio del video di “Lazarus”, perchè un’urna non basta a contenere le spoglie di un metamorfo interstellare.

In questo momento, a Berlino, moltissime persone stanno lasciando fiori, foto e candele davanti alla casa in cui abitò con Iggy Pop, a Schöneberg, al numero 155 di Hauptstrasse. Ancora una volta Bowie e la “sua” città intrecciano idealmente le dita. E ancora una volta io non sono lì, ma in Italia.

Sono chiusa in casa, a commuovermi mentre le campane di Utrecht suonano “Space oddity”.

Svuotata, autenticamente triste, schifata dal cosmo e dall’incomprensibile musica delle stelle.

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♠ Colonna sonora: “Lazarus”–David Bowie♠

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=y-JqH1M4Ya8]

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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