Una testimonianza diretta dei tempi del Muro: quell’estate del 1967

20 September 2016

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cartina

di Mario Nardicchia

Suzanne Voigt, studentessa universitaria, il 13 agosto 1961 lavorava all’ovest per mantenersi negli studi, presso un elegante negozio di articoli di cristallo e di casalinghi, e lì decise di rimanere quando apprese dalla radio che i “vopos” quel giorno stavano erigendo il “Muro” dietro la porta di Brandeburgo. Avevamo conosciuto Suzanne a Parigi, in un corso alla Sorbona, e quell’estate del 1967, al termine del nostro primo anno d’insegnamento nelle scuole medie d’Abruzzo, Umberto Barone e io, su Fiat 850 nuova di zecca color celeste (targa PE 55175) decidemmo di andare a trovarla. L’itinerario fu Pescara-Nova Gorica, nell’attuale Slovenia, città cuscinetto tra Italia e Jugoslavia voluta dal Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947, Brno, Praga e, quindi, l’autostrada per Berlino via Dresda e Lipsia.
Sfoglio oggi il mio vecchio passaporto, trovo una serie di timbri rossi con vari checkpoint: Drewitz, Marienborn, Zinnwald… e la data di arrivo nella “città dell’orso”: 14 luglio 1967, proprio mezza dozzina d’anni dopo l’erezione del Muro, quattro anni appena dal fatidico 26 giugno 1963, allorché il mitico Presidente USA J.F.Kennedy gridò al mondo dal palchetto a ridosso del muro stesso: “Ich bin ein Berliner!”.
Nel suo minuscolo pied-à-terre in Friedbergerstrasse, al centro di Berlino, Suzanne ci legge a sera lo “Spleen de Paris” dell’ebbro Beaudelaire, al lume di candela, da un prezioso livre de poche. Fuori è venerdì notte: è vita, è birra forte, è estasi riversi ubriachi, sembra con beatitudine, in realtà per non pensare, sui marciapiedi affollati di passanti incuranti e distratti. Più in là, oltre i blocchi di cemento, la sabbia minata e la rete metallica percorsa da corrente ad alta tensione, oltre il filo spinato avvolto a matassa, le spranghe a croce di santandrea anticarro (i famigerati “cavalli di Frisia”) e le torrette di guardia ben vigili, c’è il silenzio assoluto, al pallido chiarore di luci sommesse.
“Domani”, ci dice Suzanne, “se volete potete andare all’est. Alle sette smonto” aggiunge “se sarete qui di ritorno per quell’ora faremo un giro per la Berlino di notte”.

Luglio 1967, Berlino ovest. Nella foto l'autore dell'articolo.

Luglio 1967, Berlino ovest. Nella foto l’autore dell’articolo.

L’indomani, di buonora, costeggiamo il Muro in macchina, arriviamo al fatidico checkpoint Charlie, uno yankee fa cenno di avanzare dalla cima di una torre di guardia, così attraversiamo zigzagando alte colate di cemento a labirinto fino alla baracca doganale sovietica. Qui scendiamo e, all’interno del box, timbri rossi sul passaporto e una marca raffigurante martello e compasso cinti di corona d’alloro con la scritta Deutsche Demokratische Republik: 5 dollari obbligatori in cambio di una manciata di deboli marchi orientali non commerciabili all’ovest. In più, controlli accurati alle macchine di ripresa di suono e di immagini. Fuori un “vopo” prende in consegna la Fiat 850 e la setaccia in ogni dove: niente bobine di magnetofono con incise canzoni italiane (celebre e freschissima, all’epoca, “A chi” di Fausto Leali), da lasciare in consegna agli yankee fino al ripasso, niente carta stradale di Berlino con tracciato del Muro, inesistente per i “vopos”, soprattutto niente cartoline della città con immagini del “Muro della vergogna”, trovate nella tasca dello sportello della vettura, scritte con quell’appellativo e indirizzate agli amici e alle famiglie in Italia e non ancora imbucate perché senza francobolli, inesorabilmente sequestrate e riposte in cassetto metallico, con tanti saluti.

Luglio 1967, Berlino est. Nella foto, l'autore dell'articolo.

Luglio 1967, Berlino est. Nella foto, l’autore dell’articolo.

Ottenuto l’OK per la circolazione all’est, guadagniamo il cospetto dei cavalli di bronzo issati sulla Porta famosa al centro di Unter den Linden e parcheggiamo tra le strisce autorizzate. Un “vopo” su una moto gigantesca e armato sino ai denti ci raggiunge e ci vieta di sostare, senza motivo, indicando altra soluzione più distante.
Senza pretendere spiegazioni, ubbidiamo e a gesti otteniamo assicurazione che è ammessa la ripresa in super 8. Quindi ci spostiamo al Mausoleo contro il Nazismo e impressioniamo il cambio della guardia con sferzante passo dell’oca. Ci inoltriamo per un po’ per le vie del centro nel traffico modesto e tra palazzi sonnolenti e grevi: moltissimi passanti, tantissimi soldati, i veri padroni della città. Appena uno sguardo alle scarne vetrine dei negozi e subito a pranzo, a gustarci una massiccia porzione di vitello alla Bismark, tenera e succulenta, la mente sempre ai saluti dal “Muro della vergogna” scritte su quelle cartoline sequestrate. Il “vopo” conoscerà l’italiano? Ci starà cercando per rinchiuderci nelle sue fredde galere? Immensa è la speranza che così non sia!
Saldato il conto, ci restano pochi pfenning orientali. Ancora una puntata verso il centro nel settore sovietico e poi di nuovo all’uscita. Mostriamo le poche monete rimaste, consegniamo la vettura per i controlli, stavolta ancora più minuziosi, con l’ausilio persino di specchi infilati sotto lo chassis a riflettere eventuali clandestini fuggitivi aggrappati lì sotto, un occhio rivolto a sbirciare con faticosa indifferenza il “vopo” dell’entrata. Finalmente l’invito a procedere, zigzagando, come all’ingresso. Una breve sosta dagli yankee a ritirare le bobine dei cantautori nostrani alla moda… e un profondo sospiro di sollievo, una volta fuori!
Ogni tanto, lungo le pareti invalicabili di cemento, una foto cerchiata di sottile ghirlanda a ricordo di una fuga finita male e qualche piattaforma in legno a mo’ di belvedere, con avviso ai curiosi di assumersi, salendo fino in cima, tutti i rischi del caso, comprese eventuali raffiche di kalashnikov. Più in là un modesto ma significativo “Museo delle fughe” ostenta ingegnose trovate di temerari riusciti a farla franca e un vecchietto con bici appoggiata sul fianco che scruta, binocolo in una mano, la finestra di un palazzo oltre il Muro e saluta agitando appena un fazzoletto con l’altra, gli occhi umidi ed arrossati.

Luglio 1967. Berlino, ingresso in cittá.

Luglio 1967. Berlino, ingresso in cittá.

Suzanne, puntuale, alle sette di sera è libera. Il giro della Berlino di notte è lungo e pieno di vita, di birra soprattutto, e di cori ondeggianti al suono di Lilì Marlene nei locali lungo la Kurfuestendamm. C’è un gran pullulare di gente, di luci, di canti, di grossi boccali di bionda bevanda spumeggiante intorno alla cattedrale ebraica ricostruita e alla stazione ferroviaria.
Di là, c’è calma e soffusa penombra. Ma anche, sicuramente, recondito desiderio di sorpasso, quello socio-economico, che s’inculca inesorabile negli animi dell’oltre Elba ma che, ahinoi, la storia registrerà fallimentare.
Così fino all’alba della perestrojka di Gorbaciov. Quindi, alla cultura dell’improbabile sorpasso, si sostituirà la certezza moscovita del revisionismo riformista del marxismo-leninismo. Fino al 9 novembre 1989, quando si scioglieranno nel nulla, in un sol caso con spargimento di sangue, l’anacronistico “Muro della vergogna”, simbolo della guerra fredda e del comunismo e, di lì a poco, l’intera “cortina di ferro”, locuzione inventata da sir W.Churchill nel 1946 e che nella sostanza ha tenuto separati due mondi per più di quaranta lunghi anni.

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