Perché la prostituzione ci mette a disagio? Una recensione sul Poetry Brothel Berlin

12 May 2017

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Poetry Brothel Berlin

Photo credit: (c) Philipp Bögle

di Angela Fiore

Perché la prostituzione ci mette a disagio? Dando per scontato un mondo ideale in cui non esista la coercizione, perché molti trovano comunque controversa l’idea di vendere o comprare un rapporto sessuale? La mia teoria – e non ho alcuna prova per suffragarla – è che a creare qualche difficoltà non sia tanto l’aspetto “sessuale”, quanto il “rapporto”. Ci disturba l’idea di pagare per un’interazione, con i conseguenti effetti fisici e psicologici, che dovrebbe accadere in modo naturale e spontaneo. Se paghiamo, è meno reale?
La domanda vale per diversi tipi di rapporto: il ricevere attenzione, l’intimità, perfino l’arte. Io me lo chiedo da fin troppo tempo e sono arrivata alla conclusione che non lo sia. Quando una ragazza molto attraente, al Poetry Brothel di Berlino, mi ha chiesto se fosse la mia prima volta, ho detto di sì, ma ho mentito. Ero già stata due volte in un bordello simile, a Roma, anche se in quell’occasione il focus era sulla prosa e i “servizi” venivano offerti a piccoli gruppi di persone, piuttosto che a individui. Fin da allora mi sono chiesta come sarebbe stato pagare qualcuno per esibirsi solo per me. L’apertura del Poetry Brothel a Berlino, nella splendida e decadente cornice del TangoLoft, ha soddisfatto la mia curiosità.

Alcune recensioni si esprimono a suon di “stelle” o di voti. Questa non è una di quelle recensioni, ma ci tengo comunque a esprimere un’opinione chiara prima di entrare nel dettaglio: è stata una di quelle serate che di tanto in tanto mi fanno considerare l’idea di credere in una qualche divinità, solo per poterla ringraziare del fatto di vivere a Berlino e poter godere di questo tipo di piaceri. Poi però mi ricordo che l’idea di venire a Berlino l’ho avuta io e allora ringrazio me stessa.

Che cosa vedrete, quando vi metterete in fila per entrare al Poetry Brothel? Perché vi ci metterete, vi ci manderò io personalmente. Posso raccontarvi quello che ho visto io. Ho visto svolgersi una di quelle serate che capitano solo nel passato e, qualche volta, nei video art-rock. Il locale si presta alla perfezione, con i suoi morbidi divani e le sue chaise-long, e gli interni che hanno qualcosa di grandeur weimariana. Se potete, siate più saggi di me e fate lo sforzo di indossare qualcosa di adatto. Un semplice completo nero non è all’altezza. E non perché qualcuno lo faccia notare, sia chiaro, semplicemente perché vi ritrovereste circondati da splendide creature di ogni genere e forma in splendide creazioni steampunk, corsetti vittoriani e sottogonne, cappelli a cilindro e pizzo, e proverete un forte desiderio di avere addosso qualcosa di più interessante, solo per non rovinare l’atmosfera.

Torniamo a noi. Una volta che i primi ospiti si sono messi a proprio agio, ci sono state date tre fiches da poker, sufficienti per pagare un poeta. O una prostituta, a seconda di come si sceglie di vedere la cosa. Era possibile comprare altre fiches al ragionevolissimo prezzo di un euro l’una. E siccome siamo a Berlino, anche in questo non fate come me e portatevi dei contanti, non la carta di credito. Altrimenti finirete a non poter bere neppure un bicchiere di vino e a morire di sete per tutta la serata perché avete speso tutto il vostro denaro con delle prostitute. O dei poeti.
Il mio primo incontro l’ho avuto ancora prima della cerimonia di apertura, perché non ho potuto fare a meno di rispondere al sorriso della splendida signora di cui sopra e di chiederle come funzionasse la serata. Senza neanche capire come, due minuti dopo ero seduta a un tavolino in un angolo appartato, tenevo in mano a occhi chiusi un tarocco dall’aria esotica (la carta, non l’arancio), mentre la mia accompagnatrice mi scriveva la fortuna in forma di poesia e poi me la leggeva.

Photo credit: (c) Carmen De Vos Photography

La cerimonia di apertura aveva il doppio scopo di presentare i poeti uno per uno (per metà residenti del bordello di Berlino e per metà ospiti da quello di Amsterdam) e di spiegare le regole.
Per qualche minuto, subito dopo, sembrava di essere a quei buffet dove nessuno vuole essere il primo ad agguantare una tartina, ma tutti hanno l’acquolina in bocca. E poi, all’improvviso, tutti hanno iniziato a mescolarsi e a sparire in angoli e alcove con i poeti che avevano scelto. Quello su cui avevo messo gli occhi era stato agguantato da una coppia di ragazze vestite molto meglio di me, quindi mi sono seduta ad aspettare. L’intrattenimento in sala non è mai mancato, per tutta la sera. Fra le altre cose c’erano un pianista muto, che si esprimeva a gesti e suonava meravigliosamente il piano a coda al centro della sala, una violoncellista nuda di bellezza abbagliante con un copricapo anni ’20, e una talentuosa arpista con una propensione per il jazz e una splendida voce.
Mi viene da pensare che anche in un bordello vero, come al Poetry Brothel, ci sia da ricavare un piacere particolare nell’osservazione dei clienti, soprattutto quelli che arrivano da soli. In questo caso non è stato difficile: eravamo in tre. Eravamo anche gli unici non vestiti per l’occasione. Io morivo dalla curiosità di chiedere agli altri due quali fossero le ragioni della smania di poesia che li aveva portati in quel posto senza neanche un compagno, una compagna o un amico con cui condividere l’esperienza. Ma non l’ho fatto, perché mi è sembrato indelicato. Il bisogno di poesia è una faccenda privata.

Chi erano i poeti con cui mi sono accompagnata, cosa ho fatto con loro, dove sono stata? Sarebbe poco galante raccontarvi i dettagli, però mi sono trovata a tracciare qualche parallelo fra l’ingaggiare un poeta e quell’altra cosa alla quale tutti state pensando. Prima di tutto, ho imparato che quelli che ti saltano all’occhio in un primo momento non sono necessariamente gli stessi con cui ti verrà voglia di passare del tempo più avanti. La poesia, più ancora del sesso, ha assai poco a che fare con l’abbigliamento e anche con il genere: è una questione di abilità, nello specifico l’abilità di trasmettere emozioni in forma di parola e farle sembrare reali.
Poi, ho imparato che le alcove con le tende di velluto rosso sono una bellissima invenzione, e che se si vede al loro interno una poetessa sola, è bene entrare, sorridere e sdraiarsi sul letto. Ho imparato che, se si perde di vista il poeta che si desidera, lo si troverà probabilmente nella sala fumatori. Ho imparato che si paga prima e che il miglior professionista è quello o quella che convince il cliente di averlo aspettato per tutta la vita, anche se entrambi sanno che non è vero. Infine, ho imparato che quelli sfacciati col senso dell’umorismo possono far venire la pelle d’oca, quando si mettono a fare sul serio. Se si giocano bene le proprie carte, si rischia di finire a ridere o a commuoversi quasi fino alle lacrime, o a provare quei brividi piacevoli dietro la testa, mentre qualcuno vi sussurra nell’orecchio. E poi, naturalmente, ci sono le poesie. Alcune sono assurde e divertenti, altre intense e rabbiose. Alcune sono dolenti e altre potentemente sensuali.

Una volta spesa la mia ultima fiche e dopo essermi inutilmente rivoltata le tasche in cerca di altri contanti, sono uscita dalla sala fumatori – i cui occupanti erano impegnati a fare un sacco di altre cose interessanti, oltre a fumare – e ho notato che l’atmosfera era cambiata sensibilmente. Alcune delle coppie, che all’inizio della serata avevano l’aria di divertirsi educatamente, ballavano attaccate, baciandosi appassionatamente. Un certo numero di clienti si stava avvalendo dei servizi dei massaggiatori e delle massaggiatrici presenti (non del genere al quale state pensando). Suonava un tango, che due ragazze scalze ballavano al centro della stanza. Alcuni impiegati del bordello indossavano meno abiti di quanti ne ricordassi a inizio serata. Ho cercato con gli occhi il cliente solitario che mi aveva portato via per un soffio una poetessa con la quale volevo appartarmi, per chiedergli come fosse andata, ma non sono riuscita a trovarlo. Ho la sensazione che lo rivedrò, perché aveva l’aria di uno che ha intenzione di tornare.
E io tornerò di sicuro.

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