Una giovane a Berlino

25 May 2016

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di Letizia Chetta

Credo di essermi innamorata. Innamorata della città. Di Berlino.
È così grande e così diversa, mi fa sentire a mio agio. Città camaleontica in transizione. Città bambina. Mi fa sentire accettata, accolta. Mi fa sentire… nel pieno della mia giovinezza, come un’esplosione. Mi commuovo, mi sto commuovendo proprio ora, se ci penso.
È un connubio tra immaginazione e realtà, un compromesso tra bovarismo e vita vera. È così grande che i pensieri possono volare e diventare concreti, diventare gesti, parole, sguardi. Hanno il tempo per scendere dal loro iperuranio e rimbalzare sulla terra, scontrarsi con tutti questi altri esseri, questo grande “altro” che mi osserva ora in metropolitana, mentre poggio a terra il mio nuovo acquisto. Al Flohmarkt di Boxhagenerplatz, questa domenica, ho comprato una sedia per la mia nuova camera in affitto. È di legno usato, ha il sedile imbottito, a righe, e sembra stabile. Mi ci siedo, a dispetto della folla che non trova posto all’altezza di Warschauerstrasse. Sono come una piccola regina sul suo trono, tutta fiera. Sorrido. Mi piace farlo, non costa nulla.

Poi alzo lo sguardo, sono attirata da un respiro mozzato e pesante, come un pianto sottile e acuto, interiore.
C’è un ragazzo che piange. Da un lato stringe con una mano la sua Gazzelle, una bici da corsa francese, dall’altro si lascia mollemente sostenere contro una porta della S-bahn. Ha mani sporche ma un cuore pulito. Le dita gli tremano appena. Sono sporche di polvere e di sangue.  Chiude gli occhi, come se pregasse. Poi li riapre e lascia roteare docilmente la pupilla, come una pallina da biliardo che va da una direzione all’altra, senza sapere perché. Ha occhi azzurri e ciglia femminili. È un tipo molto magro, fa quasi tenerezza. Avrá venticinque anni, penso. Ha una giacca a vento nera che ispira sicurezza e uno zainetto da studente. Penso che mi ricorda Gianni, un caro amico di mio padre. Anche lui pratico di biciclette, anche lui cosí sottile, ma snello. Sul suo viso, il sipario si chiude di nuovo. Giusto una piccola fessura per le lacrime. È spaventato. Mi alzo, cerco un contatto con il suo sguardo un po’ errabondo e gli sussurro “Alles gut?”, tutto bene? Cerco di fargli arrivare la voce nel modo piú tranquillo e tranquillizzante possibile. Il suo apparente smarrimento cessa di esistere, si volta di scatto, mi sorride, un sorriso pieno e grande, è visibilmente contento che qualcuno lo abbia notato. “Sí”, mi risponde. Mi spiega che la bicicletta è reingefahren nelle rotaie del tram, è caduto, ha battuto la fronte e si è tagliato. Lo vedo. “Ma sei andato in ospedale? Vacci, devi stare attento a queste cose”. Lui mi tranquillizza facendomi il segno dell’”ok”, del “tutto a posto”, con il pollice. Bisbiglia qualcos’altro e io non stacco gli occhi, è importante comunicare fiducia e conforto in queste situazioni, mi dico. Ma non capisco cosa mi risponde. Ha un accento strano. Parla bene tedesco, ma dev’essere slavo, a giudicare dalla pronuncia. Questo mi fa ancora piú tenerezza. Chissá che cosa ci fa qui a Berlino, e chissá dove abita. Quando mi siedo di nuovo sulla mia sedia, lui è giá sceso. Hermannplatz era la sua fermata. Io devo aspettare Hermannstraße.

Quando infine prendo l’ultima S-Bahn che mi porta a Friedenau, incrocio un signore con un levriero di sette mesi. Un ragazzetto gli chiede se dia da mangiare al suo cane, dato che è cosí magro. Il signore gli spiega che si tratta di un Windhund e che ha per natura un corpo cosí scavato e longilineo. Il signore, che era entrato con un sorriso, vedendomi sulla mia sediolina, è rimasto evidentemente offeso da quel commento inadeguato. Accarezzo il suo cane, timido, un po’ scettico. Non ha il sorrisone della mia Irma. È quasi un felino. Lo accarezzo piú per distrarre il padrone, in realtá. Il signore ci chiede se io e il ragazzetto impertinente siamo parenti. “No”, rispondiamo insieme. Dopo cinque secondi si apre la porta e sfreccio via.

Oggi diverse persone. Incontri brevi e di poco valore, ma non smetteró mai di realizzare la bellezza di poter comunicare con loro. La parola dá un senso, fissa le mie giornate. E Berlino sembra prestarsi benissimo a questa mia natura.

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