Subire ancora oggi gli effetti della DDR a Berlino

9 June 2015

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di Pseudonimo

Non solo certe volte è lunedì, ma come se non bastasse il giorno stesso arriva un tizio con una Golf che parcheggia di traverso sgommando e poi apre il cofano per far sentire a tutti il suo nuovo impianto di amplificazione.
Indossa una tuta da lavoro piuttosto standard, è pelato ed ha tutta l’aria di essere stato assunto da una ditta di impianti idraulici per coprire un turno di sessanta ore settimanali. Nonostante ciò, ha ancora l’energia spirituale per alzare a palla il volume dell’autoradio.
Dovrei essere felice per lui, visto che quanto pare conserva in qualche modo una certa vitalità e invece non riesco a percepire altro che un’implacabile tristezza.
Ci troviamo ad Ostbanhof, una rigogliosa stazione S-bahn dotata di tutti i comfort, esclusa la ormai debellata tubercolosi.

Sono appena uscito dal retro facendomi largo fra le rimanenti malattie infettive quando mi trovo davanti quest’atmosfera dall’alto tasso di squallore percepibile.
Dovrei essere ormai abituato al brutto, dal momento che ho vissuto i 36 anni della mia vita dentro la mia vita stessa e invece no, ogni volta sempre la stessa storia: mi stupisco e deprimo come se ne avessi trascorsi 35 e mezzo dentro la vita di Johnny Depp. Incredibile.

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Pseudonimo paparazzato in cucina mentre continua a vivere la sua vita all’interno della sua vita stessa.

In ogni caso: non sono sceso ad Ostbanhof per provare sentimenti. Piuttosto, devo raggiungere un luogo ben preciso ad un ben preciso orario.
Insomma, ho un appuntamento a casa di qualcuno. Una cena. Per cui controllo subito l’orologio e poi estraggo dalla borsa una preziosa rubrica dove ho disegnato malissimo la mappa della zona: uno schizzo che descrive la topografia del quartiere peggio di quanto un bigliettino trovato all’interno di un biscotto della fortuna riesca a descrivere la vita.
Ciononostante, smentendo l’oroscopo della settimana di Donna Moderna, riesco sorprendentemente a trovare la strada giusta in poco meno di cinque esaurimenti nervosi.
Stento a credere di aver raggiunto così velocemente questo importante traguardo e dunque esulto, ma l’entusiasmo si smorza presto; per la precisione non appena realizzo che il palazzo in questione è un Plattenbau.

Per chi ancora non sapesse di cosa si tratta: non è il caso di sentirsi ignoranti.
Io per esempio ho scoperto solo ieri che Belèn Rodriguez desidererebbe un altro figlio, per cui non è tragedia se voi apprendete solo oggi che un Plattenbau è un edificio la cui struttura è composta da pannelli molto grandi e facilmente assemblabili.
Edificati in numero massiccio dalla DDR durante la ricostruzione post-bellica, queste costruzioni hanno ospitato ed ospitano tutt’oggi migliaia di famiglie che ormai ci hanno fatto l’abitudine.
Questa almeno la menzogna socialmente diffusa dai media, perché in realtà trattasi di vere e proprie depravazioni architettoniche.
Tutti noi a dire che il cattolicesimo è la cosa peggiore in circolazione, eppure fino a prova contraria non è stato mica lui ad inventare questi fabbricati perversi. No, ci ha pensato il socialismo.
E qui mi tocca rispolverare un mio vecchio teorema.

Prendi una cosa positiva fatta da uno o più membri del genere umano, e vedrai che in breve tempo, da essa scaturirà sempre e comunque un campionario di conseguenze a differente gradazione di negativo: dal nefasto all’ultimo album di Max Pezzali.

Per fare un esempio concreto: un giorno imprecisato del 1817 i genitori di Karl-Marx trombano al fine di produrre un grande pensatore socialista e quasi due secoli dopo io mi ritrovo a dover affrontare un conflitto psichico con dei palazzi impermeabili ad ogni tipo di interpretazione.
Non è uno scherzo, questi edifici non sono solo a prova di intelligenza, ma anche di stupidità. Provate anche voi, portate qui il vostro cuginetto ritardato e vi accorgerete quanto anche a lui risulteranno difficili da usare.

“Vogliamo reintepretare  il concetto classico di edificio in modo da renderlo più simile al concetto di barriera architettonica”. Otto Grotewohl, Ministro DDR

“Vogliamo reintepretare il concetto classico di edificio in modo da renderlo più simile al concetto di barriera architettonica”.
Otto Grotewohl, Ministro DDR

E’ tutto un disorientamento, a partire dall’ascensore.
Di acciaio inox inossidabile e con una superficie interna di circa 40 metri quadri, è così ingiustificatamente spazioso che lo guardi e ti viene subito voglia di incasinarlo di mobili.
In grado di ospitare fino a 25 persone, già; sebbene resti da capire per quale motivo 25 esseri umani su questo pianeta dovrebbero sincronizzare la loro sfiga per ritrovarsi qui tutti insieme lo stesso giorno alla stessa ora.
Io vorrei andare al nono piano, la pulsantiera però non la pensa allo stesso modo, visto che mi propone solo le seguenti opzioni: 1°, 4°, 7°, 10°.
E’ una di quelle situazioni in cui quel residuo di attività logica che circola nel mio organismo, finisce nella condotta di scarico assieme alla capacità di fare una scelta rapida.
Non che sia lento a prendere decisioni, piuttosto è che sono velocissimo a prendere indecisioni.
Per risolvere un qualsiasi dilemma logico ho bisogno di almeno tre eternità, ecco perché in questi casi di emergenza mi affido alla più movimentata e sbrigativa amblimbletta.
Pigio il tasto 10 e poi trascorro l’intera durata del viaggio a fare i compiti per casa di matematica.

Problema:
L’inquilino di un Plattenbau torna a casa coi coglioni girati perché gli hanno rubato la bicicletta e perché ha dovuto di conseguenza percorrere la lunga strada di ritorno a piedi. Per via della stanchezza fisica, nonostante abiti al 2° piano, decide dunque di prendere l’ascensore.
Appena entratovi, si ricorda però che nella pulsantiera sono presenti solo i piani 1°, 4°, 7° e 10°. Considerando che egli pesa 78 kg e che, in quanto abitante della terra, è soggetto ad un’accelerazione di gravità pari a 9,8 m/s² e che dunque deve applicare una forza maggiore per percorrere un gradino in salita piuttosto che in discesa, quale tasto deve pigiare al fine di arrivare con il minor sforzo possibile a destinazione?

Soluzione:
Il tasto numero 10, di modo che giunto infine al 10° piano possa aprire la finestra del pianerottolo e lanciarsi giù per spappolarsi sul selciato e mettere fine a tutto questo consumo esagerato di infelicità.

Risposta errata, ovviamente.
Non avevo considerato infatti la possibilità che al 10° piano, non ci fosse ad aspettarmi un canonico pianerottolo finestrato, ma un androne cieco e per di più ulteriormente turbato da un numero invadente di porte anonime. Niente campanelli, niente cognomi.

“Inventeremo una nuova categoria di edifici pensati per soddisfare le esigenze di creature non ancora esistenti sul pianeta terra”. Walter Ulbricht, Segretario generale DDR

“Costruiremo una nuova categoria di edifici pensati per soddisfare le esigenze di creature non ancora esistenti sul pianeta terra”.
Walter Ulbricht, Segretario generale DDR

Cinque porte sulla sinistra, altrettante sulla destra. E alla fine manco vinco un soggiorno per due persone alle Canarie.
Stavolta chissà perché niente amblimbletta, vado diretto verso la terza porta a sinistra. Si apre. Ed è così che mi ritrovo in un nuovo ambiente da riempire con la mia ridicola angoscia: decisamente più asfittico, ma apparentemente più propenso a palesarmi una probabile risoluzione finale di questo turbamento edile.
Vedo campanelli, porte, zerbini, cognomi.
Felicità: non mi era mai capitato in tutta la vita di desiderare così ardentemente un pianerottolo condominiale.

Percorro in discesa la prima rampa di scale e ahimè rimango vittima di un nuovo, sfortunato inestetismo del destino. Una porta si apre: per un istante spero si possa trattare del mio ospite, ma, sapete com’è, quando metti a fuoco una coppia di sessantenni che cercano di trasportare un divano Ikea fuori dal proprio appartamento, fai fatica a convincerti che si tratti di un trentenne che fa gli onori di casa.
La moglie è una tipa piuttosto sorridente, il marito invece parla un tedesco così stretto che il suo eloquio sembra provenire non già dalla sua cavità orale, quanto piuttosto da orifizi corporei ben più impopolari.
Ecco perché il dialogo che segue resterà per sempre nella storia del cinema muto.

Mi limito infatti ad annuire ad ogni suo ultrasuono e così in meno di un minuto mi ritrovo con un pesantissimo divano sul groppone e una moglie non mia che si sbraccia in tutti i modi per ringraziarmi della fatica che le ho appena devoluto in beneficenza. Nove piani a piedi insieme ad un divano di nuova generazione e ad un essere umano di vecchia generazione che non solo finge palesemente di aiutarmi, ma per di più non sa nemmeno chi sono.
Vorrei possedere una bacchetta magica per saltare l’attimo che sto vivendo e atterrare nel preciso istante in cui alzo al cielo o la Coppa del Mondo o, alternativamente, il test di gravidanza con esito negativo della mia ragazza. E invece rimango dove sono nonostante i miei sforzi atletici, fatiche che mi consentono solo ed esclusivamente di consegnare chiavi in mano la mia colonna vertebrale al pronto soccorso.
La serata si evolve dunque in un presidio ospedaliero accogliente, dove mi viene somministrato del Voltaren e una puntata a caso di un reality tedesco.
Ma alla fine tutto è bene quel che finisce male: vengo a sapere che per cena il mio amico aveva preparato una sofisticata ricetta – Baccalà con prugne, uvetta e menta –
Una pietanza che a contatto col mio organismo, rischia di provocare reazioni indesiderate quali vomito, cirrosi biliare primitiva e la fine di un’amicizia.

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