Stiamo davvero distruggendo Berlino?

8 July 2015

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di Mattia Grigolo

Non ho mai conosciuto mio nonno paterno, è morto prima che io nascessi. Se n’è andato quando mio padre aveva diciotto anni, nella notte. Un infarto mentre sognava.

Il fatto di non aver mai visto mio nonno, non avergli mai parlato, non sapere fondamentalmente nemmeno che sguardo reale possa avere avuto, mi disturba un poco, devo ammetterlo. Insomma, è una persona della quale in casa si è parlato molto in tutti gli anni che ho passato sotto la tutela dei miei genitori. Se ne parla ancora, nei rari momenti che passo con la famiglia.

Molti anni fa, invece, ho conosciuto i prozii d’Australia, li ho visti per un giorno soltanto. Sono gli stessi prozii ai quali mio padre ha cercato di affidarmi per una vacanza studio che sarebbe dovuta durare “qualche anno”. Dopo venti minuti che questi prozii esotici hanno avuto a che fare con me, hanno deciso che non era cosa da farsi. Troppo lontana Sidney, troppe ore di volo, troppo piccolo io. Tutte scuse, ma credo che mio padre abbia capito e il suo essere estremamente riservato e gentile, l’abbia portato a decidere che la vacanza studio potevo benissimo farla a Dublino. Quantomeno era in Europa. E poi i prozii d’Australia erano anziani.

Una delle cose che mi ha colpito di più della loro visita, a parte il fatto che parlassero l’italiano meglio di quanto lo parlasse mia nonna, era che il mio prozio – di cui ora non ricordo nemmeno più il nome – era la fotografia della fotografia di mio nonno. Quello che non ho mai conosciuto. Insomma, vedevo questa stampa in bianconero ingiallito e piegato sugli angoli, colorarsi e farsi carne ossa, muoversi, parlare, sorridere, con quegli stessi occhi e quelle stesse labbra del nonno Lino. Ero ammirato e spiazzato. Probabilmente avrei potuto convincerli a prendermi con loro a Sidney, ma non ci sono riuscito perché persi tutte le parole possibili.

Insomma, non sono andato in Australia, ma sono andato a Dublino per tre mesi invece che per qualche anno. Avevo diciotto anni compiuti da due mesi. Ho baciato tante ragazze carine, ho bevuto molta Guinness, mi sono svegliato accerchiato da vietnamiti indispettiti sul pavimento di un soggiorno di un’appartamento sconosciuto, ho imparato molto e sono cresciuto di una briciola. Ma non ho studiato un cazzo.

Questo per arrivare a dove volevo, con tutta la storia di mio nonno e prozii d’Australia e la vacanza studio a Dublino: cosa vuol dire emigrare e cosa comporta?

Lo so che può sembrare un domanda retorica, ma non credo lo sia – quantomeno non è così banale quanto la si possa immaginare. Se io facessi a voi questa stessa domanda, come rispondereste?

Quanto ha inciso su Berlino il vostro esservi emigrati?

Oppure potrei allargare il campo: quanto ha inciso su Berlino l’immigrazione italiana? Quanto quella inglese, americana, spagnola. Turca, africana, asiatica. Quanto ha inciso l’immigrazione sull’Australia? E su Dublino? Sull’Italia?

Quanto ha inciso l’immigrazione sul mondo intero?

Qualche giorno fa mi è capitato di tirare fuori un vecchio discorso con un caro amico che ha un piede a Berlino e uno a Milano. Con questo voglio dire che gli piacerebbe molto metterceli entrambi a Berlino, ma per una serie di motivi gli risulta difficile, almeno per ora. Comunque questi sono fatti suoi, in fin dei conti.

Allora, il succo del discorso si riassume in qualche parola: Noi stiamo distruggendo Berlino. Con noi s’intenda, in questo caso specifico, gli immigrati italiani, ma non solo, anche i turisti italiani. Con l’espressione “stiamo distruggendo” s’intenda che stiamo cancellando, modificando, plasmando, bruciando, sciogliendo, macchiando, sporcando (sono sicuro che ne avete molti altri) l’integrità berlinese, la sua storia, il suo modo di essere. Il suo carattere.

Per farvi capire meglio, lui dice che se deve fare shopping non lo fa a Milano, ma prende un aereo e viene a farlo a Berlino. Se ha voglia di ballare, di fare nottata, non s’infila in un qualche club milanese, ma prende un aereo il venerdì e torna il lunedì mattina, pronto per entrare in ufficio.

Questo è emblematico, converrete.

Dunque lui mi ha detto proprio così, qualche giorno fa, seduto ad un tavolino di legno in riva alla Spree, una Bionade fresca in mano e il sole nascosto da un enorme ombrellone.

“Stiamo distruggendo Berlino.”

“Stiamo chi?” ho domandato.

“Io, voi, noi che siamo venuti qui a rompere il suo ritmo.”

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© Cocoparisien

Le perplessità che ha il mio amico ce l’hanno in molti e, non lo so, forse ha ragione lui. Sicuramente sotto determinati aspetti quel Noi di cui parla è arrivato quaggiù allo stesso modo di un viso pallido in mezzo ai pellerossa. Abbiamo spezzato in parte un equilibrio. Però è quello stesso equilibrio che qualcuno aveva inizialmente spezzato tirando su un muro e poi spezzato nuovamente abbattendolo. Questo mio caro amico parla di gentrificazione, parla di abitudini, di culture che vanno ad intrecciarsi forgiando armature di distanza e problemi.

Io metto sul piatto città come Londra, come Parigi. Ne metto altre come New York. Come Sidney. Cosa determina che una città è stata stuprata? Cosa invece determina che un’altra città è stata salvata?

Non può essere altrettanto vero che abbiamo salvato Berlino, in realtà? E’ una domanda, non un’osservazione, sia chiaro.

Voglio tornare nuovamente ai miei prozii d’Australia, mentre mi guardano, poi si voltano tipo pubblico di una partita a Wimbledon, verso gli occhi di mio padre, poi di nuovo su di me e dicono: “E’ un po’ difficile.” Solo queste quattro parole, tanto per cominciare, ma che sono esplicative, limpide. E che ora ritornano.

Perché risulta un po’ difficile? Perché ho diciassette anni e vado a rompere i vostri equilibri da nozze d’argento con figli ormai grandi e sposati? Perché non volete prendervi la responsabilità? Oppure perché non volete che la vostra amata Australia, alla quale tanto vi siete abituati ed integrati, sia macchiata da questo ragazzino spocchioso con più immaturità che brufoli?

Non è così facile, l’ho detto. Quantomeno non lo è per me. Io sono uno che ci mette la testa in queste cose, che se le studia, per quanto possano essere studiate. Le interpreto oppure tento di farlo. Definire una città come Berlino, ma vi pare possibile? Come puoi metterti a definire una città che ha una storia tanto complicata, come puoi costruire labirinti di spiegazioni o supposizioni attorno ad una capitale che prima di avere tette grosse nelle quali sparire, è stata anoressica e rasa al suolo dalle nevrosi di chi ci è nato e solo dopo da chi è arrivato? Come possiamo permetterci di dire che oggi siamo noi quelli che la stanno distruggendo?

Forse siamo quelli che la stanno salvando. Forse.

Forse siamo solo un tassello, un ciottolo tra altri miliardi di ciottoli di una strada a cui non è stato ancora dato un arrivo.

Alcuni di noi sono quelli che stanno mettendo i soldi, per esempio. Questo può apparire un tantino arrogante, lo ammetto, però è anche vero. Dove va a finire il denaro che noi stiamo distribuendo? Guardatevi intorno. Però, dall’altra parte spariscono i luoghi vergine della capitale, quei punti che da nevralgici e sintomatici di una realtà pura, sono divenuti nervosi e ancora si sono sfilacciati allontanandosi dalle giunture. Isolandosi e poi scomparendo.

Ho contato le domande che mi sono fatto in questo articolo, sono sedici, unendone un paio simili. Perché secondo voi? (diciassette)

Nonostante il mestiere del giornalista sia quello di farsi chiaramente delle domande per poi rispondersi, io non ci sono riuscito. Perché questa è Berlino, una città mammona e distante, accogliente e restia, gentile e maleducata. Questa è Berlino, che noi stiamo distruggendo, ma che forse stiamo salvando, oppure stiamo facendo diventare grande, e con questo non intendo adulta, bensì grande, immensa. Potente. Questa è Berlino e tutti gli interrogativi che possiamo farci, sono ancora lontani dall’avere risposte. Abbiamo delle supposizioni, ammettiamocelo. Perché l’unica verità plausibile, ad ora, è che Berlino non vuole rispondere a nessuno. E’ la sua forza e la sua dannazione.

La libertà sta nel sapere e volere decidere. Senza decisione non c’è libertà alcuna e, talvolta, abbiamo anche la libertà di decidere di non rispondere.

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