Scampato all’orrore di Auschwitz: intervista a Piero Terracina

9 April 2014

Share Button

di Lucia Conti

Piero Terracina è un dirigente d’azienda italiano, ora in pensione. Nel 1944, dopo essere sfuggito all’arresto durante la prima retata nel Ghetto, venne deportato nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau.

Furono due delatori italiani in camicia nera a condurre le SS fin sulla soglia della casa dove la famiglia si trovava riunita per festeggiare la Pasqua ebraica. Degli otto componenti che la costituivano, Piero fu l’unico a tornare in Italia.

I genitori e il nonno furono avviati alle camere a gas appena arrivati. La sorella, i due fratelli e uno zio morirono prima della liberazione. Dopo aver superato otto selezioni (una cosa quasi impensabile per Auschwitz-Birkenau), Piero venne liberato dall’esercito sovietico nel gennaio del 1945.

Attualmente vive a Roma, dove si è spesso attivato, soprattutto nelle scuole, per raccontare il dramma storico di cui è testimone e superstite. Nel 2010 la lapide commemorativa posta sul marciapiede della sua casa di Roma e decorata con sette inserti di metallo dorato, in ricordo dei suoi familiari scomparsi, è stata imbrattata da vandali rimasti ignoti.

DarioJ Laganà | www.norte.it"

Piero Terracina e Erika Silvestri durante la lavorazione del libro Il commerciante di bottoni / Archivio DarioJ Laganà | www.norte.it

Signor Terracina, quanti anni aveva quando fu catturato dai nazisti e come accadde?

Quando sono stato catturato con la mia famiglia avevo da poco superato l’età di quindici anni. Fummo catturati non solo dai nazisti, ma con la collaborazione di fascisti italiani che accompagnarono le SS fino sulla porta della casa, dove parte della famiglia era rifugiata, e che ci trovò tutti riuniti perché avevamo deciso di celebrare insieme la prima sera della Pasqua ebraica. Quindi addossare tutte le colpe ai nazisti è riduttivo, se non ci fosse stata la collaborazione dei fascisti italiani, come nel caso mio e della mia famiglia, sarebbe stato possibile per molti evitare la cattura.
Perché gli italiani lo fecero sapendo che chi veniva catturato sarebbe stato ucciso? Lo sapevano perché avrebbero dovuto temere che se un giorno fossimo tornati avremmo potuto riconoscerli. Non hanno avuto questo timore e quindi sono certo che sapevano quale era la nostra sorte. Lo fecero per odio razziale verso gli ebrei, che pure tanto avevano contribuito alla civiltà e al progresso del nostro Paese. Lo fecero anche per il compenso di 5000 lire, un cifra notevole, allora, che le SS tedesche pagavano per ogni ebreo che veniva fatto catturare. Noi eravamo otto persone della mia famiglia e 40.000 lire erano davvero tante.

Quali sono le cose più terribili che ricorda del campo e che ricordo ha dei vostri aguzzini?

Il viaggio verso Auschwitz avvenne in più riprese: prima il carcere dei Regina Coeli, poi il trasferimento su camion al campo di transito italiano di Fossoli, vicino Carpi, in provincia di Modena, e da lì, su carri bestiame chiusi dall’esterno, il viaggio allucinante verso l’abisso di Auschwitz, compressi, in mezzo alle nostre lordure, con la sofferenza terribile della sete.
Soltanto due volte durante tutto il viaggio, durato sette giorni e sette notti, ci fu fatto rifornimento d’acqua: una prima volta dopo due giorni di viaggio nella stazione di Ora in provincia di Bolzano e la seconda volta al quarto giorno, nella stazione di Monaco di Baviera Est.

Quante persone ha visto morire, ad Auschwitz?

Nelle mie testimonianze ho sempre evitato di raccontare i particolari dell’orrore. Auschwitz-Birkenau era un “vernichtunglager”, ovvero, letteralmente, un campo di sterminio, dove oltre l’80% dei prigionieri di religione ebraica veniva subito avviato all’arrivo a morire nelle camere a gas e ridotto in fumo e cenere nei forni crematori.
E lo scarso 20% che superava la selezione dell’arrivo veniva sfruttato col lavoro da schiavi e la vita media non superava i quattro mesi. Arrivavano trasporti da tutta Europa e il posto per quelli che dovevano entrare nel lager doveva essere lasciato da chi era arrivato prima.
La quotidianità ad Auschwitz era soltanto violenza, abbrutimento delle persone e morte. Il ricordo dei miei aguzzini è quello della violenza, sempre pronti a seviziare e uccidere. E non soltanto le SS, ma anche i famigerati “capos”, prigionieri anche loro, in maggioranza detenuti nelle carceri per reati comuni, che erano stati mandati nei lager per mantenere l’ordine e la disciplina e che avevano potere di vita e di morte nei confronti dei prigionieri loro sottoposti. È impossibile fare un calcolo delle persone che ho visto morire o avviate a morire ad Auschwitz. Era una fila continua di uomini, donne, bambini, che ogni giorno venivano avviati verso quegli orrendi stabilimenti di morte dalle cui ciminiere uscivano fumo e fiamme. Entravano continuamente e non ne usciva mai nessuno.

Come si cercava di sopravvivere, in quell’incubo?

Sopravvivere era difficile, ogni momento poteva arrivare la fine: per le punizioni, per la fame, per le malattie, per le selezioni. Avevo quindici anni allora e a quell’età si ha un’agilità fisica e mentale che probabilmente mi ha consentito di superare i momenti più critici. A quindici anni non si vuole morire, si rimane aggrappati alla vita e per sopravvivere era necessario innanzitutto volerlo. A molti questa volontà veniva a mancare.

Come sono stati gli anni successivi alla liberazione?

Fui liberato dall’esercito sovietico il 27 gennaio 1945. Se i liberatori fossero arrivati una settimana dopo certamente non mi avrebbero trovato vivo e come me tanti altri. Sono stato curato prima sul posto, poi in un ospedale da campo dell’esercito sovietico, poi ancora in un ospedale di Lvov (Leopoli) e da lì trasferito in un sanatorio a Sochi, sul Mar Nero.
Dopo varie altre peripezie, sono tornato nel mese di dicembre 1945. In questo lungo periodo iniziò la mia seconda vita. Ritrovai la salute, nacquero delle amicizie, un rapporto affettivo con un’infermiera del sanatorio dove ero ricoverato, tutte cose che mi convinsero che la vita avrebbe potuto darmi ancora delle gioie. Quando sono tornato e non ho trovato nessuno della mia famiglia sono caduto nuovamente nella disperazione. Ma ho avuto parenti e amici che mi sono stati vicino, che non mi hanno mai lasciato solo, che mi hanno protetto, che mi hanno fatto entrare nelle loro case, che non mi hanno mai chiesto niente perché sapevano che parlandone si sarebbe rinnovato il dolore. Ci sono voluti molti anni prima che iniziassi a raccontare.
Mi fu offerto subito un lavoro, che accettai immediatamente, e il 2 gennaio 1946 iniziai a lavorare pur non sapendo fare niente, ma avendo una grande volontà di realizzarmi in qualche modo e sapendo che non avrei potuto farlo con lo studio come avrebbero voluto i miei genitori. L’impegno profuso dette i suoi frutti, che mi consentirono in poco tempo di potermi mantenere, e il successo ottenuto nel lavoro mi portò delle soddisfazioni che mi consentivano a volte di distogliermi dal ricordo doloroso. Ripeto che in questa fase hanno avuto una grande importanza le amicizie e gli affetti.

Nonostante l’orrore storico che lei e molti altri hanno vissuto, c’è ancora chi cerca di negare l’evidenza di milioni di morti. Cosa risponde ai revisionisti?

I revisionisti negano sapendo quello che è stato. Esiste una documentazione acquisita in tutti i Paesi d’Europa dove c’è la storia di ciascun deportato (in Italia “Il libro della Memoria” di Liliana Picciotto).
I revisionisti dovrebbero rispondere alla domanda  “dove è finita tutta la mia famiglia?”. Dove sono finiti tutti i deportati da Roma il 16 ottobre 1943? Di 1023 deportati quel giorno, arrivati ad Auschwitz il 23 ottobre, superarono la selezione dell’arrivo 149 uomini e 49 donne, quindi uno scarso 20%. Alla fine della guerra fecero ritorno alle loro case in 16: 15 uomini, una sola donna e nessun bambino.
Chi nega dovrebbe dire dove sono finiti gli altri. Quindi negano sapendo di mentire. Perché lo fanno? Perché sono rimasti legati a quelle idee di odio e di morte. Se fossero vissuti allora avrebbero collaborato con gli aguzzini o lo sarebbero stati essi stessi.

Recentemente è morto a Roma il capitano delle SS Erich Priebke, che scontava in Italia i domiciliari per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Come ha vissuto la presenza sul suolo italiano di uno dei carnefici del Reich?

Per quanto riguarda Priebke, non ha sbagliato lui a cercare delle scappatoie alla sua detenzione. Colpa grave è delle nostre autorità, che gli hanno consentito, malgrado la condanna per il tremendo delitto che aveva compiuto, di non scontare la pena che gli era stata inflitta. Quella vicenda l’ho vissuta con rabbia nei confronti di coloro che gli hanno consentito di vivere libero.

Lei e la sua famiglia siete stati catturati perché sostanzialmente venduti da due delatori. Non ha mai avuto voglia o modo di rintracciarli, dopo la guerra?

Non conoscevo i delatori e li vidi solo per pochi attimi al portone prima che ci facessero salire su un’autoambulanza che ci condusse al carcere. Non avevo nessuna possibilità di rintracciarli, ma forse è stato meglio così, perché nessuno dei colpevoli di aver collaborato con i nazisti scontò la sua pena. Non sarei stato capace di farmi giustizia da solo. I pochi che erano stati individuati e condannati furono subito liberi perché l’allora Ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, concesse a tutti l’amnistia nel 1947.

Concluda in piena libertà, rivolgendosi ai nostri lettori con le parole che ritiene più opportune

È importante fare memoria di cosa sia stato e a quali conseguenze abbia portato il nazifascismo. Non dobbiamo mai dimenticare che il fascismo è nato prima del nazismo e ha fatto proseliti in Germania e in altre parti d’Europa. E il rischio di un ritorno al passato esiste particolarmente in periodi di crisi come quello che stiamo attraversando adesso.
La nascita di movimenti politici dichiaratamente razzisti e xenofobi dovrebbe far riflettere ciascuna persona. Il nazismo e il fascismo hanno privato della libertà, prima, e della vita, poi, milioni di esseri umani. Non dobbiamo dimenticare che lo sterminio non fu realizzato da una squadra di assassini, ma da un’intera società, che coinvolse centinaia di migliaia di persone in tutta Europa, non escluso il nostro Paese, e tanta gente che pure sapeva rimase indifferente. Un apparato statale di militari, di ingegneri, di medici, di giuristi, di chimici, insomma di specialisti di ogni disciplina si mobilitò per condurre senza difficoltà la terribile campagna di morte.
Non dobbiamo dimenticare che gli esecutori dell’immane delitto erano persone del tutto normali, spesso colte e intelligenti. Non si costruisce Auschwitz con perfezione scientifica se non si è preparati e intelligenti. Non erano pazzi, non erano inferociti da mortificanti condizioni di vita. Appartenevano a popoli che erano stati all’avanguardia della civiltà e del progresso, amavano le arti, la musica, la letteratura, in una parola la cultura. Erano persone che rientrando nella propria casa baciavano i figli e probabilmente li addormentavano facendo loro recitare le preghiere. Se erano persone così normali perché tanto odio? Cosa rese possibili questi eventi incredibili, ma che sono accaduti?  Ed io ne sono testimone oculare e ne ho sofferto fino alle estreme conseguenze.
L’interrogativo non può avere risposta. Se non facciamo Memoria di questo passato per tramandarla alle generazioni future,  lo ha detto Primo Levi: “Siamo destinati a rivivere quel passato”.

Qui potete leggere anche l’intervista a Gilberto Salmoni, deportato a Buchenwald 

Share Button