Reynold Reynolds: da Berlino incanto il mondo con i miei video

30 luglio 2013

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di Vita Lo Russo

(pubblicato originariamente su Riprendere Berlino)

Reynold Reynolds è un ragazzo semplice. Magro, di poche parole, dal volto scavato, ma simpatico. Uno che ti fa sentire a tuo agio. E’ il videoartista più conosciuto al mondo.

Vive a Prenzlauer Berg, centro degli artisti della Berlino Est, quando c’era il muro. Ma sta per trasferirsi a Roma, dove ci rimarrà per circa un anno, allo scopo di realizzare il prossimo dei suoi City Film. Dedicato appunto alla città eterna. Alla città della prospettiva come l’ha definita lui.

Reynolds è il regista che ha saputo meglio raccontare New York con il video, producendo – correva l’anno 1985 e girare in elicottero tra i grattacieli di Manhattan era un lusso che potevano permettersi in pochi – la famosissima New York Symphony.

Poi ha puntato il suo obbiettivo (come preferite: obiettivo con una o con due “b”, es ist eigentlich egal!) su Berlino, realizzando nel 2004 lo Stadtplan (letteralmente, la mappa della città). Una dichiarazione d’amore a Berlino, dove ha messo su casa. Che ha preferito a New York.

Per capire la poetica di Reynolds bisogna andare indietro nel tempo. Lui nasce in Alaska, cresce in Colorado, studia in Colorado (due palle, parole sue). A 14 suo padre lo porta a visitare il Moma a New York, vede la Persistenza della memoria di Salvador Dalì. E’ un buco allo stomaco. E’ amore a prima vista.

E anziché studiare arte all’università, opta per la fisica. Vuole andare a indagare quegli orologi molli, la fluidità del tempo. L’essenza dello spazio. La relatività di queste due variabili in relazione con l’uomo. E in più diventa bravo a fare i video.

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“Il video è il mio unico strumento per produrre arte. So che oggi è una scelta in controtendenza. Gli artisti, soprattutto i cosiddetti artisti concettuali, preferiscono poter attingere a una moltitudine di medium per esprimere quel determinato concetto. Ed è un dato di fatto che more medium helping the change, più medium aiutano a rappresentare il cambiamento. Ma io – scherza – sono un sempliciotto. Voglio osservare il mondo e farlo osservare agli altri”.

Tra l’altro, ricorda, non c’è nulla più difficile dell’osservare lo spazio e il tempo. Soprattutto, aggiunge, in un’era in cui prima la televisione e poi Facebook, non fanno altro che distrarci.

E paradosso, neanche tanto paradosso, è che il maestro contemporaneo della video arte, una televisione a casa non ce l’ha. Non si vuole lasciare distrarre, né è interessato a farsi distrarre. E spera che anche i fruitori delle sue opere riflettano senza troppe distrazioni.

“Nella migliore delle ipotesi”, aggiunge ancora, “mi piacerebbe poter indurre attraverso i miei video una nuova riflessione del tempo e dello spazio”. E torniamo alla relatività.

La percezione dello spazio e del tempo è soggettiva. Se siamo super impegnati sembra che il tempo non ci basti mai, se siamo in panciolle, certe domeniche, durano un’eternità. Se corressimo alla velocità della luce una nostra ora equivarrebbe a mille anni di chi sta fermo.

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E partendo proprio da Einstein (oltre che da Picasso e da Dalì) che Reynolds ha costruito i suoi video più belli, più premiati, più poetici: la trilogia dei segreti composta da Secret Life (2008), Secret Machine (2009), e Six easy Pieces (2010). L’artista osserva i segreti della vita di vite semplici o di vite improbabili, donne acqua e sapone, donne che si truccano allo specchio, donne nude, Veneri di Botticielli del 2000, tutte bellissime.

Piante che crescono, rami che danzano, fiori che ondeggiano al muoversi della luce, berlinese. Pesci rossi vivi, che prima vengono ibernati nell’azoto liquido, e poi rimessi nella vasca originale, a temperature normali, riprendono a vivere, magari un po’ storpi.

Reynolds quando racconta la vita, soprattutto in questi ultimi lavori, riprende il senso ritmico di quella sinfonia suburbana newyorkese – sussulti, spasmi, clacson, singhiozzi, luci intermittenti, stridori metallici – e lo infila nelle vite private della gente.

Non c’è alcun artifizio. E’ la quotidianità dell’uomo contemporaneo (e non solo, immagino) ad essere un collage di frammenti, lancette di orologio che scorrono, sonni inquieti, pezzi di vetro. Forse il suo è un atto di accusa contro la frenesia della vita moderna (e la perdita di quella fluidità di fondo che permea la natura), o forse è la presa di coscienza che i nostri onnipresenti Io, Es e Superio, hanno sempre lavorato per frammentare lo spazio e il tempo. E ritmarlo.

Di certo un messaggio timidamente lo lancia: riflettere di più sul tempo e sullo spazio. Tutti. Quelli sono già dati, stanno là come l’ascissa e l’ordinata. Noi bisogna solo conviverci nel migliore dei modi possibile. E anche se non esprime giudizi su cosa è giusto e cosa no (La vita di corsa a Manhattan o quella meditativa sul Tibet) una posizione implicitamente la tradisce.

“Io ho scelto di vivere a Berlino perché qui tutto è più cheap, la gente ha il tempo di ascoltarti, e ha gli spazi. E’ logico che la magia di Berlino è destinata a finire. Noi artisti arriviamo qui spinti da questa gentrification, tutto diventa figo ma alla fine sono le società immobiliari a fare bottino.

La magia non durerà, ma io duro finché dura. Ancora non è invivibile come Londra, Parigi o New York. E ora siamo tutti un po’ maturi: noi artisti ci conosciamo, ci studiamo, ci mostriamo”. E scusate il narcisismo – non lo dice ma lo lascia intendere – ma senza confronto e senza pubblico, lo show non va avanti per niente.

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