Essere poveri a Neukölln: ecco i dati e cosa significano davvero

26 June 2014

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di Sara Lazzari

La Germania è un Paese ricco – ma non è così per tutti. In particolare la situazione berlinese non si presenta esattamente rosea: stando ai dati del rapporto sociale regionale, pubblicato dall’ufficio statistico di Berlino-Brandeburgo,  un berlinese su sette vive a rischio povertà.

Il problema si rivela particolarmente critico nell’area di Neukölln: qui la percentuale di “poveri” arriva fino al 24,1%, il che tradotto significa che quasi un abitante su quattro vive al di sotto della soglia di povertà relativa.

Si tratta di numeri ingombranti, ma non immediatamente interpretabili. Che cosa si intende con esattezza quando si parla di poveri? Quale parametro di riferimento di tale studio viene adottato il concetto di “povertà relativa”, introdotto dall’Unione Europea nel 2006 nell’ambito delle strategie del Mac (Metodo di coordinamento aperto), e da allora esteso a tutti gli Stati membri: “Una persona, una famiglia o un gruppo sono poveri quando dispongono di così scarsi mezzi (materiali, culturali, sociali), da risultare esclusi dal regime di vita considerato accettabile dagli standard vigenti nel paese in cui vive”.

Nella società odierna essere poveri non significa (più), dunque, lottare per la pura sopravvivenza biologica, bensì, per mancanza di soldi, non poter partecipare alla vita comune. Per il Land di Berlino-Brandeburgo il reddito minimo che marca la soglia di povertà relativa si aggira attorno ai 665 euro, pari al 60% di uno stipendio medio.

A fronte di questa precisazione risulta dunque più chiaro – e più preoccupante – il quadro che emerge da tali statistiche. Inoltre il fatto che Neukölln sia contemporaneamente il quartiere con il più alto numero di residenti con un passato da migranti e l’area in cui si condensa il più alto tasso di persone a rischio povertà, non è certamente casuale.

Come ben evidenziato dallo studio (che è consultabile qui), uno dei fattori di più forte incidenza sul livello di indigenza è proprio lo status di straniero: la percentuale di poveri tra gli immigrati è di oltre il 27% mentre quella dei cittadini tedeschi è notevolmente più bassa, attorno all’11%.

Non si tratta naturalmente dell’unico fattore che influenza i risultati del rapporto: in gioco sono anche età, sesso, status di disoccupazione da lungo periodo, numero di figli a carico, numero dei componenti del nucleo familiare.

Il sindaco Heinz Buschkowsky (SPD) commentando i dati si è rifiutato di assumersi per intero la responsabilità di una tale vittoria in negativo, lamentando le ristrette possibilità d’azione (in senso finanziario e legislativo) riservato al Consiglio Circoscrizionale e rimandando alla responsabilità del Senato.

Diversa la reazione di Thomas Licher (Die Linke), che propone di adeguare lo stipendio minimo e limitare il costo degli affitti per farli aderire a tali statistiche; anche per Gerrit Kringel (CDU) il semplice accettar le circostanze non costituisce una risposta al problema, e suggerisce di ripensare la questione sanità, non soltanto riguardo al dibattuto tema dell’assicurazione obbligatoria, ma anche nei termini di un efficace sistema di prevenzione.

Numerose sono già le contromisure in atto per arginare il fenomeno: corsi di lingua, programmi volti a favorire l’integrazione di donne e anziani, sussidi scolastici, scuole di arte e musica (eccone un bellissimo esempio). Ma molto rimane ancora da fare, se da come risulta dal confronto tra il rapporto 2006 e quello del 2013, i numeri degli abitanti a rischio povertà in questa zona della città sono costantemente aumentati.

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