Pierpaolo Capovilla: “Restare onesti in un mondo di lupi affamati è la sfida più grande”

11 February 2017

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di Lucia Conti

Moltissimi intervistano Pierpaolo Capovilla sulla musica e sui suoi progetti, presenti e futuri. Con “Il Mitte” abbiamo provato a fare un discorso un po’ diverso, facendogli una serie di domande di altro tipo e legate a temi che vanno dai populismi europei, ai social network, a Giovanni Lindo Ferretti e molto altro.
Il risultato è questa intervista. Ringraziamo Pierpaolo per la sua gentilezza e disponibilitá.

L’Europa sta sperimentando la crisi dei partiti di massa e la nascita di movimenti che fanno della cosiddetta “antipolitica” un valore. Che ne pensi e come giudichi questo disprezzo per la politica in generale?

Credo che non ci sia niente di più “politico” dell'”anti-politica”. Viviamo in un momento storico nel quale emerge un evidente disamore per le ideologie, e mi riferisco in particolar modo al socialismo e ai suoi valori, nei quali non sembra credere più nessuno.
Il populismo anti-politico è qualunquismo vero, anche quando sembra orientarsi a sinistra, e il qualunquismo ha sempre originato i fascismi.
Credo che la sinistra europea abbia delle grandi responsabilità nell’affermarsi dei populismi: non ha saputo rinnovarsi, perché non ha saputo o voluto contrastare il neoliberismo, né l’economicismo dominante nel discorso politico contemporaneo. Orfana dei valori socialisti, la sinistra europea, quella dei grandi partiti di massa, è diventata destra conservatrice, complice attiva dei gruppi d’interesse dominanti. Uno sfacelo.

Quando le masse agiscono “di pancia” il loro orientamento è a volte tutt’altro che progressista: temono i cambiamenti, hanno paura del diverso, discriminano, da poveri, altri poveri. A tuo avviso la sinistra ha mai riflettuto seriamente su questo dato?

Credo che dovremmo definire preliminarmente il concetto di “sinistra”. Se per sinistra intendiamo la “massa critica” presente e viva in Italia come in Germania e in Europa, credo che non soltanto ci abbia riflettuto, ma abbia anche agito nella giusta direzione, quella del contrasto attivo alla xenofobia e al razzismo economico. La realtà dell’antagonismo in Italia, è un bell’esempio.
Se per sinistra intendiamo i partiti di massa, siamo di fronte ad un disastro irreversibile. Ho grande fiducia nella massa critica e nella società civile. Nei partiti di massa non ci credo più. Come potrei.

Due mantra che si sentono spesso, da qualche anno a questa parte, sono “superiamo la distinzione tra destra e sinistra” e “non ha più senso dirsi antifascisti nel 2016”. Tu che ne pensi?

Appunto. La sinistra europea si è a tal punto allineata all’agenda politica della destra, da risultare indistinguibile da questa. Dell’antifascismo è forse ancora erede storica, ma l’antifascismo attivo, quello delle realtà urbane, quello quotidiano e fra la gente in carne ed ossa, lo fa la massa critica, non il PD.
Per come la vedo io, l’antifascismo è l’ABC dell’alfabeto politico di ogni persona per bene. È importante, perché è cruciale.

Bologna - 29/07/2015 - Teatro degli Orrori (Roberto Serra / Iguana Press)

Bologna – 29/07/2015 – Teatro degli Orrori. Foto di Roberto Serra/Iguana Press

Cosa sta distruggendo la cultura, e l’amore per la cultura, in Italia? Chi sono i nostri peggiori nemici?

Nella sua sinteticità, questa è una domanda la cui risposta richiederebbe una molteplicità di riflessioni sull’oggi davvero molto ampia. Sono molti i processi sociali che spingono la comunità italiana verso un evidente impoverimento della cultura. Innanzitutto un fattore politico si impone: da decenni in Italia vengono sottratte risorse all’istruzione pubblica e all’università. Quando ero studente universitario, negli anni novanta, facevamo battaglie politiche molto determinate per l’abolizione del numero chiuso e per il contenimento delle tasse d’iscrizione. Per noi giovani studenti di sinistra, erano battaglie ovvie e ineludibili: tutti abbiamo diritto ad una istruzione di alto livello, e nessuno deve esserne escluso. Oggi questa coscienza del diritto all’accesso all’istruzione è svanita nel nulla.
Nella scuola pubblica, riformata e controriformata di governo in governo, l’attenzione verso la cultura umanistica è drasticamente diminuita in favore della conoscenza tecnica, quella che indirizza i giovani verso il mondo del lavoro, anzi, verso un lavoro specifico. Niente di male, si direbbe. Ma il lato “umanistico” della cultura è cruciale nello sviluppo e nella formazione della coscienza civile e del sentimento di cittadinanza dei ragazzi. È un processo lungo e inesorabile di esclusione dell’umanesimo dalla formazione di base, che induce i più giovani a disinteressarsi degli aspetti della propria vita che esulano dal lavoro e che investono i diritti civili ed il loro accrescimento e valorizzazione.

Contemporaneamente, l’informazione politica si è fatta sempre più “propaganda” politica. In Italia discutere sul merito dei problemi del paese è diventato impossibile.
I media. Internet e i social network, che sembravano una straordinaria occasione di pluralità dell’informazione e di diffusione della cultura, si sono nel tempo rivelati l’esatto contrario di quella speranza. Inducono la gente verso un linguaggio povero e impoverito, un’interlocuzione superficiale, e addirittura spingono moltissimi fruitori nel circolo vizioso dell’autoreferenzialità e dell’alienazione individualistica. Insomma, i nemici sono ovunque. Perché è la società italiana nel suo insieme che si trasforma in una non-società del narcisismo. Qualche giorno fa è morto Baumann, che su questi argomenti ha pubblicato riflessioni profonde e stimolanti.

Un rarissimo scatto di Marianna Cogo

Molti esponenti “antisistema” della controcultura vedono nelle droghe uno strumento di ribellione anarchica. Eppure finanziare i narcos o le mafie significa supportare anche la peggiore politica. Perché questa contraddizione?

Gli stupefacenti hanno sempre rappresentato un’arma, subdola e straordinariamente efficace, un’arma in mano al potere politico e ai grandi gruppi d’interesse, per indurre al silenzio e all’emarginazione i cervelli migliori della società. Non è, purtroppo, una novità.
Il principio del “piacere” domina le nostre società contemporanee e la droga è divenuta un bene di consumo essenziale. Per strappare di mano alla criminalità organizzata il business degli stupefacenti, è urgente pensare alla legalizzazione degli stessi. Ma, come tutti sappiamo, la criminalità organizzata, in Italia, è dappertutto, anche negli spazi politici. Gli interessi da difendere sono enormi, e vorrei anche dire, sono geo-politici. Non è certo un caso che in Afghanistan, principale produttore d’oppio del mondo, ci siano i nostri soldati, così come in Kosovo, dove l’oppio afgano viene trasformato in eroina.
Vorrei fare una precisazione, o meglio, una riflessione. “Anti-sistemico” oggi viene confuso per “anti-politico”, e quindi anche per populistico. Alla fine del secolo scorso, anti-sistemico era sinonimo di anti-capitalistico. Mi viene in mente il bel saggio di Arrighi-Hopkins-Wallerstein “Anti-Systemic Movements”. Come cambiano i tempi!

Ci sono degli intellettuali italiani che stimi?

Certamente. Uno su tutti, Giorgio Agamben. Ma anche, pur se veteromarxisti, Alberto Asor Rosa e Domenico Losurdo. Ultimamente ho letto la trilogia anti-manicomiale di Piero Cipriano, uno psichiatra romano che si batte contro la contezione meccanica, l’abuso di psicofarmaci e il TSO, ed ho scoperto un mondo, quello della psichiatria democratica, che mi fa ben sperare.

Cosa pensi di Berlino e che opinione hai della Germania?

Visitai Berlino per la prima volta nell’84. Non avevo che sedici anni. Ne porto un ricordo indelebile. L’ultima volta ci venni con One Dimesional Man, per un concerto in un piccolo locale, si chiamava Wild At Heart, a metà degli anni novanta. Vidi una città profondamente diversa, ipermodernizzata, molto più disciplinata della precedente. Ma non fu che un’impressione. Non vengo in Germania da molti anni, e sono davvero ansioso di respirare nuovamente l’aria metropolitana e cosmopolita di Berlino.
La Germania è il cuore ed il cervello dell’Europa unita, ed è anche l’ispiratrice principale delle politiche economicistiche e neoliberiste dell’Unione. Sotto questo aspetto, non nutro una particolare affezione per essa. Ma il popolo tedesco, come tutti i popoli, è un’altra cosa. Ne ammiro la concretezza e la laboriosità, la coesione sociale e l’onestà fiscale, e quando centinaia di migliaia di siriani vennero accolti con doni e beni di prima necessità dalla gente comune, rimasi oltremodo sorpreso di quell’umanitarismo solidale ormai così raro in Europa e in Italia.

È difficile far passare gli anni senza inaridirsi e in fondo “invecchiare” bene è un atto  abbastanza eroico. Come possiamo fare per restare appassionati, vivi e soprattutto onesti?

Restare “onesti” in questo mondo di lupi affamati, è forse la sfida più grande. Tutto ci spinge verso l’individualismo economico, che sia stramaledetto. Per restare appassionati e vivi, penso che l’arte sia necessaria e cruciale.

Ti faccio un’ultima domanda, legata a una mia curiosità personale. Molti non riescono più a sentire niente dei CCCP/CSI da quando Ferretti ha incontrato i ragazzi di Atreju. Altri hanno trovato esagerata questa reazione. Tu che ne pensi e in particolare credi che si debba sempre distinguere l’artista dall’uomo, anche quando l’artista comincia a parlare di politica?

L’uomo e l’artista sono forse distinguibili, ma non scindibili. La svolta clericofascista di Ferretti mi ha fatto pensare: ecco, l’immarcescibile trasformismo italiano ha mietuto la sua nuova vittima. Personalmente provo un sentimento di pena e commiserazione nei confronti dell’uomo, proprio perché fu un artista vero. Ma le sue canzoni, quelle più significative, e mi riferisco in particolar modo ai CSI, le porto ancora nel cuore, e pazienza se il Ferretti si è lasciato affabulare dai neofascisti. Mi spiego meglio: io penso che le canzoni, così come le poesie e i romanzi, le grandi tele, gli affreschi e le sculture, le opere architettoniche e via dicendo, una volta pubblicati o esposti o edificati, vivano di vita propria: non appartengono più all’autore, ma a tutti quanti. Mando cordialmente a quel paese l’uomo Ferretti e tengo strette al cuore le sue canzoni, ché in fin dei conti sue non sono più: sono anche mie, tue, nostre.

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