Unconventional Berlin Diary: niente panico e buon Natale a tutti!

23 December 2015

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© Herman van Kradenburg

All’aeroporto di Schönefeld ho fatto la fila con un gruppo di studenti romani delle superiori accompagnati da due professoresse di mezza età. Ho temuto che la mia emicrania peggiorasse, ma la gestione delle formalità legate all’imbarco ha creato una piccola crisi collettiva che mi ha distratto, più che vessarmi.

Un’hostess arrivata per chiederci il permesso di imbarcare i nostri bagagli a mano ha snocciolato in inglese il solito pistolotto sugli inconvenienti dell’overbooking, rivolgendosi principalmente a una delle due insegnanti, la quale ha ascoltato il tutto senza capire e in preda all’angoscia. “Bottle of water!” ha infine replicato, sollevando colpevolmente quella che qualcuno doveva averle descritto come l’imputata numero uno dei controlli antiterrorismo. L’hostess ha scosso la testa, ripetendo la sua sequela di frasi standard. In preda al panico la professoressa ha spinto avanti un bel ragazzo sui sedici anni come avrebbe indotto l’uomo di casa a fronteggiare l’assedio di un branco di lupi. “Vedi che vuole!” ha mormorato a bocca chiusa, ma il povero adolescente non parlava l’inglese più di lei. Ho tradotto per tutti e a quel punto la professoressa ha cominciato a scuotere lentamente la testa tenendosi ben stretto il bagaglio, tanto per rendere più chiaro il concetto. Poi, girandosi verso di me, ha aggiunto circospetta “dille che sto male… che ho la febbre!”, buttandosi all’istante sulle scuse che probabilmente i suoi studenti le propinano appena possono.

Nel frattempo una ragazza, convinta a cedere la borsa, cercava comunque di recuperare al suo interno la macchina fotografica. “DE CAMERA INSAIDDD I WANT IT!” precisava. A scanso di equivoci chiarisco che non c’è snobismo o tanto meno malanimo in questi miei piccoli rilievi. Sul mio tedesco penoso, per inciso, si potrebbe ridere molto di più e magari qualcuno lo fa già. Diciamo che mi limito a fotografare serenamente la realtà con “de camera insaidd of me”. So just relax, please.

Intanto l’altra professoressa continuava a ripetermi “ma perché non vanno da quei giovani laggiù? Perché vengono da NOI e non vanno DAI GIOVANI?”. La cosa mi ha destabilizzato non poco. Per carità, sono consapevole di aver superato da un pezzo l’età del liceo, ma volendo fare una riflessione puramente matematica sono distante dai sedici anni come lo sono dai settanta, quindi diamoci una calmata, signora mia. Noi non siamo coetanee!

Ad ogni modo, nonostante il solito psicodramma legato all’imbarco forzato dei bagagli, siamo riusciti a salire a bordo. Ovviamente non sono sfuggita a una delle mie personalissime leggi di Murphy, nel senso che ogni volta che volo c’è qualche bambino “italo-qualcosa” che mi toglie con metodo la voglia di vivere. Diversi mesi fa mi è capitato un pargolo italo-tedesco che si premurava di lagnarsi sempre in due lingue, per non fare torto a nessuno, in quest’ultima circostanza è stato un bambino italo-inglese a ridurmi i nervi a brandelli. Se avessi un centesimo per ogni volta che ho sentito strillare “Mommy!” potrei smettere di lavorare. Urla e capricci si sono susseguiti dal decollo all’atterraggio, rendendo la mia lettura di “Everything’s eventual” di Stephen King un incubo ad occhi aperti non previsto dalla trama.

In compenso ho molto apprezzato l’educazione del decenne che si è fatto sentire solo alla fine, quando si è spaventato nel vedere sotto di noi il centro abitato e non l’aeroporto. “Oddio, atterriamo sulle case!” ha esclamato con disperata rassegnazione, ma il padre lo ha rassicurato, “non preoccuparti, c’è la pista”, e poi, filosofico “c’è SEMPRE una pista, ricordalo”. Poco prima di scendere dall’aereo ha aggiunto una frase sibillina, “adesso andiamo da Francesca, però ci portiamo due bottiglie di vino da casa perché loro hanno il vino TOSSICO. Ma non dirlo a nessuno, mi raccomando… deve restare una cosa tra noi!”.

Non ho capito e non saprò mai cosa intendesse con le sue allusioni quasi hitchockiane quel signore, che comunque rassicurava suo figlio e un po’ tutti noi sul fatto che ci sarà sempre una pista ad aspettarci, alla fine del nostro volo. Non è poco.

L’atterraggio ha prodotto, vista la presenza massiccia di italiani a bordo, un fragoroso applauso accompagnato da urla di giubilo. Incoraggiato, il comandante ha salutato i passeggeri con un calorosoBENUTI a Roma aeroporto. A tutti voi buona sera e BUON NATALA. “Pure a teeeeeee! Bravo!” hanno urlato i ragazzi in gita come un solo studente, facendo ripartire l’applauso. Un secondo dopo una ragazza chiosava in anglo-laziale con “Welcome in Italy: pizza, Coca Cola e pasta all’AMATRISCCCCCIANA”.

Insomma, buon NatalA a tutti, buon atterraggio sulle mille piste della vostra vita e soprattutto ricordate: la Coca Cola non è italiana.

♠ Colonna sonora: “American Society”–L7♠
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=9TvO623-fNg]

 

Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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