REALITY BITES – My own private Berlin

18 luglio 2013

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Era passato circa un mese dall’appassionata e struggente lettera di Domenico di Teramo ad Ulrike Meinhof ed anche senza risposta si era recato ugualmente all’appuntamento con il destino, alle tre di un pomeriggio improvvisamente caldo davanti al Kaiser’s di Kottbusser Tor. Non sono molte le persone a farci la spesa dentro, troppo caro, troppo dispersivo, ma è sempre un buon punto di incontro, incastrato tra semafori, lavori in corso e sensi unici.

Domenico stava appeso ad un gradino lercio con una copia di Ex Berliner in una mano e una bottiglia di Club Mate nell’altra, tanto per cristallizzare l’immagine in un luogo comune di quelli che piacciono tanto agli entusiasti incondizionati di questa città, per i quali Berlino ha lo stesso sfondo urbano di CentoVetrine. Qualche disperato si avvicinava per un po’ di spiccioli e una turca passava distrattamente sui piedi di Domenico con un passeggino nel quale sonnecchiava un bambino di quasi dieci anni. “Che senso ha trasportare un bambino già così grande”, pensava Domenico, ”se non nel vantaggio di considerare l’intero mezzo un pratico carrello per la spesa?”. Dopo diversi mesi dal suo arrivo in città ancora doveva comperarsi una bicicletta, ma non era colpa sua se la strada gli metteva ansia e se ai seppur placidi incroci berlinesi preferiva i tragitti di Hasenheide o le piste di Tempelhof.

Le tre e mezza e di Ulrike nemmeno l’ombra.

-Accidenti a me e a quando vado dietro alle dinamitarde attempate. Aveva ragione nonna quando ripeteva che le mogli e i buoi del proprio paese sono sempre la scelta migliore, ma che ne sapevo allora? Se solo avessi saputo ora non sarei qua ad aspettare una pazza. Una pazza senza cervello sensuale, però. Ahh Ulrike se non ti amassi così ti avrei già soffocata nel sonno-, imprecava a mezza bocca Domenico di Teramo.

-Domenicooo, Domenicooo- una voce stridula dal tunnel della U-bahn si disperdeva tra i kebab abbagliati dal sole.

-Ulrikeee Ulrikeee ma sei tu? Non ti vedo bene, aspetta che scendo. Oh Ulrikee non sai quant..-

- Domenico! Quanto tempo! Come stai caro?-.

Eppure era una bella mattina, tiepida come non capitava da tempo. Domenico si era alzato con il suo solito pessimismo della ragione ma ottimismo della volontà, l’unica disposizione d’animo possibile per sopportare anche una delusione d’amore e confidare nel cambiamento come atteggiamento morale più che come fine  ideologico. Tuttavia è sempre pericoloso sedare gli imprevisti: non c’era nessuna Ulrike nel pozzo della U-bahn di Kottbusser Tor e nemmeno la bonanima di Gramsci.  A piccoli claudicanti passi si faceva largo la Sig.ra Cinzia, la mamma di Marion.

Marion aveva detto a Domenico dell’arrivo della madre, ma lui forse era troppo immerso in altri pensieri per prestarle ascolto. Eppure Marion si era raccomandata con lui di confermare alla madre, qualora l’avesse incontrata, la seguente versione: Workshop ad Amburgo stop, torno domenica stop, ci vediamo presto. Nonostante l’assillo degli altri pensieri, Domenico sapeva benissimo la traduzione: sto a Gaeta con Beshir, spengo il telefono.

- Sig.ra Cinzia! Che piacere vederla.. le piace Berlino?-

- Ma sai caro qui attorno è tutto così sporco, e poi questi divani per la strada.. Ma io ho pensato che qualcuno prima o poi li porterà via o no? Sennò che Germania è? Giusto? Mi sbaglio o no? Poi domenica Marion arriva da questo uocsciop e spero mi porterà a vedere i laghi. Anche l’albergo è bello, bello veramente anche se c’è il bagno fuori. Senti ma tu hai mangiato? Che io c’ho una fame..-

Oramai le ore erano andate, tanto valeva cenare in anticipo e godere della compagnia della Sig.ra Cinzia per quanto l’umana pazienza lo permettesse. “E mo dove la porto?”, si chiedeva Domenico di Teramo, “escludendo vietnamiti, indiani e la pizza di cartone, rimane l’unico  turco a Oranienstrasse con la carne decente”.

Non mentiva la Sig.ra Cinzia sul suo appetito ordinando l’intera Anatolia dopo aver scoperto l’assenza della caprese e dell’insalata di riso.

- Senti Domenico ma come sta Marion? A me dice che si vuole rinchiudere in un monastero ortodosso e che non sopporta più gli intellettuali. Che peccato, tanta fatica per farla studiare, tutti i libri di favole che le compravo da bambina, e adesso perde solo tempo dietro a questo Begir, lì come si chiama, il rumeno..-

- Beshir,  è albanese. Stia tranquilla, magari è solo una fase..-

-E tu? Lavori? Stai ancora con quella ragazza, quella senza cervello?-

-Aspetto delle risposte in ogni senso. Non so, è un po’ strana, appare e scompare -

- Ahh, lasciala perdere e quando riappare: fuori dal letto nessuna pietà, Domenico-

-Si, seguirò il suo consiglio..-

-Ora ti saluto Domenico, mi vado a beare del fresco sul balcone, all’ombra dei gerani. Puoi pagare te? Io non c’ho n’euro. Grazie caro, ciao-.

Dalle tante promesse vissute come una adolescenza trascorsa in estate, si era giunti alla disillusione con la tragedia travestita da farsa. Ora Domenico rimbalzava su una poi sull’altra, non sapendo a chi dare retta o se ci fosse la possibilità di decidere la gittata. Poteva piangere, sommessamente, lì tra i piatti sporchi di dolma e ayran oppure ridere con il cameriere che lo conosceva e lo  chiamava bunga bunga e lui gli urlava erdogas e poi entrava un cliente tedesco, un bell’uomo, e tutti lo chiamavano culone chiavabile e così via, la fiera dell’est sui drammi del mondo non finiva più.

 Svuotato di ogni buon proposito, arrampicato e poi scivolato miseramente giù dal monopoli provvisorio della vita, Domenico doveva solo trovare quella benedetta motivazione, quell’ottimismo della volontà su cui rifletteva Gramsci mentre schiattava nelle carceri fasciste, come lui leggere, scrivere, studiare, pensare.

Trovare il tempo anche di distrarsi, senza sensi di colpa sulla scarsa produttività, come la Sig.ra Cinzia che vagava per Berlino senza parlare nessuna lingua in attesa della figlia scappata a Gaeta con un ragazzo che per fortuna non le ricordava che non leggeva abbastanza, che non si informava a sufficienza, che non le lanciava ogni tanto il biscotto della parità sessuale, dichiarando pubblicamente quanto fosse sveglia, come una concessione ai servi della gleba.

Nella tarda sera berlinese, sommerso dai turisti, Domenico non riusciva ad amputare il ricordo di Ulrike, le lettere, il passaggio in macchina, la frustrazione, l’incomprensione, tutte tessere di un mosaico ancora da strutturare, un gioco perverso che  lo accompagnava inabissato nel pozzo nero della U-bahn di Kotti mentre tornava a casa con la sensazione di una giornata comunque assurda ma per nulla noiosa.

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