Marit Östberg e Mad Kate: la zona grigia tra il Porno Queer e il Porno Mainstream

14 December 2015

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© Nadja Brendel

di Lucia Conti

Marit Östberg è una giornalista, una visual artist e una regista porno svedese che ha presentato il suo ultimo film al Porn Film Festival di Berlino, ad ottobre. Mad Kate, protagonista del film e figura particolarissima della scena berlinese, è una scrittrice, una space-shifter e una cantante e performer nell’ambito del duo Hyenaz, con cui sta per partire per un tour italiano che la vedrà esibirsi il 19-12-2015 al DEGENDER FEST di Rimini e in una serie di altre date nel centro e nel sud dell’Italia. Al momento sta lavorando al suo terzo album, “Foreign bodies”, ispirato al tema dei migranti. Le abbiamo incontrate per parlare dei loro progetti e di molto altro.

“When we are together we can be everywhere”, presentato al Porn Film Festival di Berlino il 22 ottobre del 2015, è un film sul sesso e sull’amicizia. Ce ne parli?

Marit: è stato girato quattro anni fa e in tutto questo tempo si è arricchito di moltissime sfumature. È un po’ come quando fai il pane e lievita. La protagonista è Liz Rosenfeld, è stata lei a chiedermi di girare un porno con lei e io ho accettato. Nel film Liz va in giro per la città e fa sesso con varie persone, tra cui Kate… nella scena più bella che abbia mai visto, tra l’altro! Ma il film è anche una specie di “making of”. Viene presentato nel modo in cui ha preso forma ed è sulla sensazione collettiva che si prova a realizzare un porno come il nostro.

Kate, come l’hai vissuta?

Kate: beh è stato tutto molto spontaneo… sorridevamo ridevamo, facevamo errori, ci godevamo l’ambiente. Nella mia scena eravamo allo Schwarzer Kanal, che è un Wagenplatz, circondati da persone dedite alle attività più varie. Mentre noi giravamo alcuni di loro cucinavano, altri ascoltavano musica…

Marit: era tutto mescolato, il sesso e l’ambiente. Anche gli errori che vengono mostrati sono parte del processo e quindi in fondo non sono errori. Come regista, poi, pur comparendo in continuazione, ho cercato di non disturbare la creatività degli attori, che di fatto davano vita alle scene in modo molto spontaneo.

Kate: non è come nel porno classico, non ci sono comandi come “cinque secondi alla scena anale, fatelo di nuovo, abbiamo bisogno di questo dettaglio…”, è molto più organico, spontaneo, una cosa come “che ne dite di un altro po’ di sesso?” “beh, non lo so…” oppure “effettivamente io potrei andare avanti per sempre!”

Marit: ci sono tre strati in questo film: il sesso,  ovviamente, quello che potremmo chiamare il “making of” e in più la mia voce narrante, che parla di quello che si vede come di un ricordo, anche perchè la lavorazione risale a quattro anni fa. È in fondo un film sulla nostalgia di una comunità, quella “queer”, che non c’è più o che forse non esiste proprio, perchè siamo tutti totalmente diversi, ma mi manca il senso di appartenenza che ho sperimentato in quei giorni. Ieri un mio amico ha visto il film e mi ha detto che si è sentito incredibilmente triste.

Kate: anche io mi sono sentita triste, ho pianto così tanto! Non che abbia solo pianto, ovviamente. Ho anche riso moltissimo, il film è divertente, ma alla fine l’emozione mi ha travolta. Per degli aspetti viene “catturata” l’immagine di una comunità queer che forse non c’è, come ha detto Marit, ma che è stata in qualche modo evocata durante le riprese. Per esempio nella mia scena io e Paula, una delle mie partner, eravamo allo Schwarzer Kanal e io sentivo che era tutto perfetto perchè ho effettivamente sempre desiderato vivere in un Wagenplatz e forse un giorno succederà. La scena era una sorta di vita parallela che avrei potuto o che potrei avere. E anche l’interazione con Paula è stata così realistica… è una persona che mi piace davvero e attraverso il film ho potuto sperimentare come sarebbe vivere con lei nella vita reale.

Marit: ed è stato molto naturale, unico. Mi sento triste anche io perchè tutto questo mi manca. Nei miei sogni siamo sempre tutti insieme nello stesso ambiente, a cucinare, a chiacchierare e a condividere bei momenti, ma purtroppo non posso essere parte di una comunità tutto il tempo, ho bisogno della mia solitudine, anche per quanto riguarda il mio lavoro.

foto by Alexa Vachon

© Alexa Vachon

Che si intende per porno queer e come si distingue dal porno mainstream?

Kate: non penso ci sia una barriera netta tra porno queer e porno mainstream, credo ci sia una zona grigia molto estesa. Quello che posso dire del porno queer è che tendo a vedere che le persone che ne fanno parte hanno un background intellettuale di matrice queer o femminista, sono scrittori o artisti, si somigliano fisicamente, spesso sono androgini, con capelli corti o rasati ed esprimono anche esteticamente il senso di appartenenza a quel tipo di scena.

E poi ovviamente nel circuito mainstream girano più soldi mentre nel circuito queer il profitto non è importante, anche se a molti di noi piacerebbe poter guadagnare qualcosa in più, ma semplicemente perchè amiamo i progetti a cui partecipiamo e vorremmo dedicarci solo a quello, senza dover fare altri lavori per sostenerci.

Marit, quando hai iniziato a girare film porno?

Marit: ho inziato nel 2009, quando ho partecipato con un mio contributo a una raccolta di corti porno femministi svedesi chiamata “Dirty Diaries”. La raccolta fu prodotta con l’aiuto dello Swedish Film Institute e attirò molta attenzione. Non avevo mai girato film, prima, ero una giornalista e scrivevo su un magazine lgbt svedese. In seguito ho deciso di continuare anche come regista e nel mio secondo porno ha lavorato anche Kate. Il film si chiama “Share”.

Com’è lavorare con Kate?

Marit: fantastico, meraviglioso e molto semplice. Kate è una persona veramente generosa, che dice spesso sì a tutto quello che le propongo… quasi mi preoccupa! Quello di cui mi vergogno è di non averla mai pagata per il suo lavoro. Avrei voluto, ma purtroppo non ce l’ho fatta e mi dispiace davvero tanto.

Kate: ma io non mi sono mai sentita sfruttata da te o dalle altre persone coinvolte nei nostri progetti!

Marit: sì, ma non può continuare così. Non credo diventerò mai ricca, ma ho bisogno di cambiare la mia strategia.

Facciamo una rapida panoramica dei tuoi film…

Marit: Il primo è stato “Authority”, il corto della raccolta di cui ti parlavo, il secondo “Share”, con Kate, che tra l’altro mi ha regalato il migliore orgasmo che potessi ottenere. Poi c’è stata una performance di due minuti chiamata “Ladybeard” e quindi altri lavori… su alcuni sto ancora lavorando. Ah, Kate è anche in “Sisterhood”!

Sisterhood, Photos Courtesy of WMW

© WMW / Goodyn Green

Cos’è il piacere per te?

Marit: Come regista direi che questo è l’argomento principale di “When we are together we can be everywhere”, che per degli aspetti mostra anche come ci si possa sentire distanti dal sesso in un contesto  porno. Per questo a un certo punto io dico alla mia attrice “sei un’estensione del mio corpo”. Lei godeva direttamente, io non potevo, ma in qualche modo, grazie a quello che vedevo e dirigevo, riuscivo ad arrivarci abbastanza vicino. Sono una persona particolare, con tante caratteristiche anche contraddittorie. Quando vedrai il film penserai che sono una che non osa avvicinarsi agli altri, ma in realtà non è così.

Kate: lei è fantastica nel film! E anche sexy! Voglio dire… affascinante, pensierosa, con questa sorta di “allure” intellettuale…

Marit, hai mai lavorato nei tuoi stessi film?

Marit: Sì, nel mio primo corto e in altri film. Come ti dicevo in me ci sono lati contrastanti

Altro da sottolineare?

Kate: ho lavorato nel porno queer e in ambiti legati al sesso di respiro più mainstream e secondo me non dovremmo considerare il porno queer come migliore o meno legato allo sfruttamento del porno mainstream. Penso sia semplicemente un particolare genere. Non ho una visione monolitica dei due ambiti, credo siano fatti di tante sfumature e che anche nel porno mainstream ci sia una grande varietà di corpi e stimoli diversi. Non ravviso carenze.

Marit: quando mi chiedono la differenza tra mainstream e queer io dico che quando predomina una logica capitalistica c’è un rischio maggiore che l’essere umano possa soffrirne. Questo capita in relazione a ogni contesto, è ovvio che quando i soldi e il profitto vengono prima, le persone vengono necessariamente dopo. Così nel porno. Questo non significa che il mainstream sia qualcosa di negativo in assoluto, chiaramente, nè che il porno queer sia esente da problemi. Ho un’amica che lavora nei due ambiti e mi ha detto che a volte è più dura lavorare nei circuiti queer perchè le aspettative sono molto più alte e la delusione è maggiore se il risultato non è considerato “perfetto”… traguardo che ovviamente non si raggiunge mai.

Kate: alcuni comunque riescono a guadagnare discretamente, con il porno queer…

Marit: Jiz (Lee) (Il Mitte ne abbiamo parlato qui) per esempio ci riesce, con la Pink and White production. Ci sanno fare…

Hyenaz

© Jule Roehr

Kate, tu fai parte di un duo, Hyenaz. Vi esprimete a molti livelli. A Berlino ti sei esibita anche nella sala principale del Berghain, ma poco prima eravate stati in Sicilia a fare delle ricerche sui migranti. Di che si tratta?

Kate: Il nostro terzo album si chiama “Foreign bodies”, ci stiamo ancora lavorando e abbiamo approfondito l’argomento con una ricerca sui diritti dei rifugiati e sulla migrazione. Abbiamo passato dieci giorni davvero intensi a Palermo e parlato con diversi rifugiati africani, soprattutto provenienti dal Gambia. È dai tempi del college che mi sento particolarmente legata a questo tema.

Come sex worker e operatrice nel circuito porno penso inoltre che i corpi che migrano e quelli di chi lavora in ambito sessuale possano avere molto in comune e mi piacerebbe aprire una discussione al riguardo e anche, ovviamente, creare solidarietà tra i due gruppi. Io penso che il sesso sia divertente, ma anche politico, e che l’energia liberata da chi fa porno nel modo in cui lo intendo io sia la stessa che esprimono i migranti che cercano la liberazione da qualcosa. Questa idea mi ha colpito molto, così come quella del confine e dell’attraversamento del confine, così ho cominciato a lavorarci su.

 

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