REALITY BITES – Marion. Una donna in corriera


A volte penso che siamo tutti un po’ stanchi di certo accanimento terapeutico e vorremmo solo morire in un pomeriggio d’estate, sdraiati all’ombra, con un sottofondo di cicale. Questo è l’ultimo desiderio represso della mia generazione, anche se non avrà mai il coraggio di confessarlo e d’altronde come potrebbe? Vive in una società che deride ogni forma di malinconia (se non è dettata da puro genio artistico) e non fa sconti di pena a nessun disadattato. Forse tutto ciò è una delle ragioni per cui lo Xanax è entrato nella borsetta delle signorine per bene e gli psicofarmaci non sono più un’esclusiva delle casalinghe disperate. Tuttavia è anche vero che un nevrotico può scegliere liberamente la strada che preferisce per liberarsi del peso di se stesso. In fondo.
Isolde pare che abbia fatto carriera, l’ho rivista per caso l’altro giorno sul tram e quasi non la riconoscevo. La ricordavo al call center di Potsdam, anni fa. Era la mia compagna di gabbia e arrotolata su se stessa davanti al computer mangiava un sacco di merendine, tra le più oscene che neanche De Sade può immaginare. Diciamo pure che anche tutto il contesto in cui eravamo immerse io e Isolde è lontano da qualsiasi perverso volo pindarico con la mente. E c’è pure chi fa un concorso pubblico per entrarci. Non comprendo chi non rimpiange il Novecento. Le catene di montaggio hanno solo travestimenti diversi.
Ogni tanto Isolde vagava per l’ufficio sulla poltrona con le ruote, come una piccola Salgari da ufficio. Non viaggiava, non prendeva mai ferie, ma in compenso vagava per l’ufficio sulla sua poltrona e attraversava interi continenti e paesi. Entrava nel reparto dei team internazionali, arrivava in Svezia ma nessuno voleva comunicare con lei e la guardavano con sospetto, scendeva verso l’Olanda e neanche ci si accorgeva della sua presenza. Allora prendeva l’ascensore, sempre a bordo della sua poltrona, e saliva al terzo piano, dove c’erano i francesi e gli spagnoli. Stava lì, davanti a Julien, incantata dalla lingua, lo ascoltava mentre era al telefono e si immaginava scene da Ultimo tango a Potsdam. Non riusciva nemmeno a contemplarlo in silenzio, un po’ perché Julien non le dava spago, un po’ perché il momento catartico era disturbato dalla caciara spagnola. Gente che ripeteva cogno ogni tre secondi, un po’ come i nostri vecchi bestemmiano, ma senza allusioni sessuali. Per Isolde, cresciuta ad Alt Mariendorf, l’esuberanza umana era un fattore esotico a cui non era alfabetizzata, e quando gli spagnoli tentavano di coinvolgerla, molto carinamente, lei si sentiva impacciata. Sorrideva, abbassava lo sguardo e correva via, tornando verso di me.
- Marion, non mi vuole nessuno – frignava
- Ma no, Isolde, è una tua impressione, è la sostanza che conta non la forma o gli atteggiamenti esterni delle persone. Non ti aggrappare ai gesti -
- Marion, non si può dividere più la forma dalla sostanza da quando il cubismo le ha fatte coincidere -
- Il cubismo è solo un punto di vista, Isolde. Ora basta e rimettiti al telefono che sennò non posso andare in bagno: sono due ore che ti aspetto dalla gita fuori porta -
Anche Isolde ha impiegato un po’ per riconoscermi, anche se come sa bene il cavaliere Chevalley, tutto cambia affinché nulla cambi. Mi è venuta incontro sempre saltellando come era suo solito, ma con più garbo, quasi trattenuta. Stringeva per le mani un ombrello griffato ma lo sguardo era comunque impacciato come lo ricordavo. Pare che oggi lavori in un grande centro estetico a Mitte, lei che sfoggiava sempre le sue unghie da porco finte, e ora si occupa di ricostruirle. Inforca la mascherina, prende un mini martello pneumatico e curva sulle mani delle clienti, un po’ come era curva sulla tastiera, cesella mani e ci spennella sopra l’acrilico. È felice mentre lo racconta, o almeno pare, e io davvero non ho il coraggio di contraddirla o di indagare sul suo vero stato mentale.
- Marion, ti ricordi Potsdam? E quella mensa schifosa? Io oggi faccio la spesa solo al Bio Company, e tu? -
-No, io vado anche in posti normali. Comunque ora non c’è più niente a Postdam, hanno deportato tutto in Polonia. Certo, resta lo Schloss Sanssouci ma gli Hohenzollern sono eterni, d’altronde, come la Carrà -
- Che fai tu, Marion? -
Io? Io entro ed esco dal tram e cerco di sopportare quello che c’è in mezzo, prima e dopo, le due fasi. Lo sai Isolde, ieri ti pensavo ma così, di sfuggita. Quelle cose non sense che si pensano mentre si sta al supermercato. Chiacchiere celebrali. Pensavo a noi, ai nostri amici, ai conoscenti vivi e a quelli morti negli incidenti stradali sulle provinciali. E mi sono venute le lacrime agli occhi, così a cazzo. Proprio davanti ai surgelati. Il bello di vivere in un paese freddo è che, tendenzialmente, le persone fanno finta di niente, nessuno si avvicina a chiederti se stai male. Certo, poi se ti butti tra i sofficini e i merluzzi, allora si, potrebbe intervenire la sicurezza. Ma sarei sopravvissuta, perché non ci sarebbe stata differenza tra la temperatura in cui i surgelati nascono, crescono e muoiono, e la mia interiore. È la stessa. Ti ho pensato Isolde anche perché ho rivisto per l’ennesima volta Salò di Pasolini. Ed è vero che è un film crudo, con una regia forse anche discutibile, ma c’è una scena che mi perseguita da sempre, e mi insegue da Roma a Berlino, e sarà con me anche quando, cinquantenne, mi trasferirò sulle rive del Mekong con i miei gatti, lasciando la vecchia Europa a marcire per sempre. La scena in cui tutti i ragazzi e ragazze sono a novanta gradi, nudi, e il potere in cravatta esamina i loro ani e gli fa mangiare la merda. Ed è tutto così chiaro e illuminante Isolde, che fa paura, quello si, molto più dei culi esposti e delle tette al vento nella falsissima tolleranza di oggi.
Oh, Isolde. Se potessi comprendere bene la mia lingua e capire tutto quello che ti sto dicendo. Poi ci potremmo abbracciare, ballare un piccolo valzer, come Alice e il cerbiatto nel bosco, prima che l’animale scappi via ricordandosi di essere un altro mondo. Di tutto questo resterà solo il sorriso evanescente dello Stregatto, l’unica traccia tangibile del tempo.
Die Träume nicht sterben

SITO WEB: Reality Bites su Taxi Drivers



