“Mafia? Nein Danke!”: intervista a Sandro Mattioli

9 May 2016

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di Pietro Romeo e Lucia Conti

“Mafia? Nein Danke!” nasce dopo la strage di Duisburg, nell’agosto 2007.  Sempre in prima linea nella difesa della legalità in Germania, il movimento antimafia è partner di organizzazioni internazionali come Libera. Ha parlato con noi di tutto questo Sandro Mattioli, giornalista freelance attivo all’interno del progetto ed esperto di questi temi.

Partiamo con la domanda più semplice, un po’ come nei quiz televisivi. Com’è nata Mafia Nein Danke? Raccontaci un po’ la genesi di quest’associazione.

L’associazione ha due radici. La prima è legata all’episodio della strage di Duisburg, quando due clan ´ndranghetisti si scontrarono di fronte ad un ristorante italiano provocando la morte di sei persone. Dopo questo episodio alcuni ristoratori berlinesi, volendo prendere posizione contro questi episodi mafiosi, decisero di creare una rete di commercianti schierati contro ogni tipo di criminalità organizzata. Contemporaneamente ci fu un tentativo di richiesta di pizzo e questi ristoratori si rivolsero alla polizia LKA di Berlino, nella persona di Bernd Finger. Da qui fu stabilito un accordo in base al quale la polizia avrebbe protetto le attività commerciali ed i ristoratori avrebbero collaborato con le forze dell’ordine. Grazie a questa interazione, nel capodanno del 2007 sono stati arrestati alcuni dei responsabili delle intimidazioni.

Quali sono i vostri scopi? Cosa si prefigge l’associazione?

L’intento è quello di sensibilizzare la società civile tedesca e l’ambiente della politica attraverso eventi culturali, dibattiti pubblici, contatti e scambio di informazioni con i giornalisti. Inoltre ogni mese pubblichiamo una newsletter bilingue con articoli sugli ultimi sviluppi nell’ambito della criminalità organizzata e dell’antimafia (per iscriversi). Partecipiamo anche a progetti europei riguardanti la lotta alle dinamiche mafiose e all’economia illegale.

Cosa vuol dire per un giornalista tedesco occuparsi di antimafia in Germania?

È un lavoro difficile, che non si fa certo per guadagnare. Mi dá grandi soddisfazioni per quanto riguarda i contenuti dei miei servizi, anche se risulta sempre molto difficile reperire informazioni riguardanti certi temi, a causa della chiusura delle autorità tedesche nei confronti di chi ricerca in determinati ambiti. Il lato interessante del mio lavoro è quello che mi fa conoscere un mondo totalmente diverso da quello che incontro nella vita quotidiana: l’universo mafioso ha le sue regole e le sue dinamiche, difficilmente penetrabili.

La mafia non è più un fenomeno italiano, da anni ormai. Ciononostante, non esiste qui in Germania un corpus di scritti adeguato ad indagare il fenomeno, una letteratura in merito. Come te lo spieghi? Pensi che sia dovuto a motivazioni economiche? Allo Stato fa comodo nascondere la presenza della criminalità organizzata?

Negli ultimi anni la situazione è migliorata, ci sono alcuni giornalisti che si occupano di questa tematica, ma della mafia italiana in Germania si parla comunque poco. Non credo sia dovuto a motivazioni economiche, quanto invece relativo al fatto che i mafiosi sanno ben nascondersi e confondersi nella società e la polizia stessa non riesce a individuare facilmente certe dinamiche. Inoltre la “nuova criminalità organizzata” non è allegorica ed “attraente” come quelle immagini legate a film come “Il Padrino”: al giorno d’oggi la criminalità si occupa di grandi affari economici e di alta finanza. Al momento credo che lo Stato non si focalizzi su questa tematica perché non ci sono stati altri episodi eclatanti come quello di Duisburg ed ha la tendenza a mantenere tranquilla l’opinione pubblica.

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Per esempio non esiste ancora un reato di associazione a delinquere di stampo mafioso né tantomeno una legge che consente le intercettazioni telefoniche (quest’ultima cosa, forse dovuta ai fantasmi del “fenomeno Stasi”). La storia tedesca non ha predisposto la Germania ad affrontare queste forme organizzate di criminalità o ci sono motivazioni più recondite? Quanto pensi che ciò favorisca la diffusione della mafia?

Il senso più profondo dell’assenza di una legge specifica sul reato di associazione a delinquere di stampo mafioso risale probabilmente all’epoca del nazifascismo: a quei tempi, l’essere riconosciuto come appartenente ad un gruppo di minoranza, causava isolamento e discriminazione. Negli anni ’70 furono promulgate delle leggi contro il terrorismo che hanno avuto il loro effetto: evidentemente, al momento, la criminalità organizzata non arriva a creare problemi evidenti ed incisivi come invece fece il terrorismo, tanto da causare la nascita di una legge ad hoc. Una regolamentazione sul contrasto alla criminalità organizzata sicuramente aiuterebbe le autorità in questa lotta, ma fino ad ora le indagini condotte dalla polizia sono state spesso la conseguenza di sollecitazioni esterne a completamento di altre indagini.

Nel 2007, a Duisburg, sei esponenti della ‘ndrangheta venivano uccisi per un regolamento di conti davanti ad un ristorante italiano. Pensi che questo evento sia da considerare uno spartiacque nella consapevolezza del popolo tedesco in merito al fenomeno mafioso? Cos’è cambiato dopo quell’evento di cronaca?

I tedeschi sapevano già da prima dell’esistenza della criminalità organizzata, con quell’episodio sono però diventati coscienti della sua crudeltà. Il problema è che in Germania ci si dimentica velocemente di certe cose e si tende a spostare subito l’attenzione su qualcos’altro. Non è cambiato molto dopo la strage di Duisburg. Credo che gran parte del merito dell’impatto che alcuni eventi hanno avuto sulle autorità tedesche vada dato all’opera dei giudici Falcone e Borsellino.

Come sono cambiate le infiltrazioni mafiose a Berlino dopo la caduta del muro?

Con la caduta del Muro sono crollate tutte le barriere fisiche che ostacolavano, in parte, le attività criminali: dal 1989 in poi ogni tipo di criminalità organizzata ha goduto di una grande facilità di comunicazione e spostamento verso la Germania. Sono quindi aumentati gli investimenti in attività chiaramente criminali e non, a Berlino e nel resto della Germania dell’est.

Avete portato qui personaggi molto interessanti nel corso degli anni, da Dalla Chiesa a Fava. Quali sono i vostri prossimi eventi in calendario?

A breve inizieremo una ricerca sulla percezione della corruzione nel settore privato, come parte di un progetto europeo in collaborazione con altre associazioni ed istituzioni in Europa. Presenteremo il progetto tra poco, nell’ambito di un dibattito pubblico.
Stiamo anche pensando di portare qui in Germania l’idea del progetto “Liberi di scegliere”, con la partecipazione di esperti tedeschi ed italiani.
Inoltre stiamo lavorando al prossimo ciclo di eventi, che si terra in autunno con la “Festa della Legalità”.

Un’ultima, inevitabile domanda sul caso Pino Maniaci, di cui molti stanno parlando e che ha lasciato altri senza parole…

Purtroppo ci sono stati un paio di casi di persone attive nell’antimafia che non si sono comportate correttamente. Noi, come associazione, abbiamo un approccio ovviamente schierato dalla parte della legalità e fa male vedere che le azioni di pochi mettono in cattiva luce l’onesto lavoro di molti altri.

Crediamo però che tutti siano in grado di differenziare e di capire che singoli elementi non rovinano il mondo e le attività dell’antimafia.

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