Unconventional Berlin Diary: la vita a Berlino è debilitante e io ho anche l’asma

5 June 2015

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“Merda! Ma non ce l’hai la patente?”. L’ho urlato sull’autobus, all’indirizzo dell’autista, che aveva appena frenato a secco dopo una serie di manovre singhiozzanti.

“Merda” ha ripetuto divertito un bellissimo vecchio dagli occhi azzurri, poi si è alzato per scendere poco dopo Yorckstraße e passandomi davanti mi ha detto, sfoggiando una faccia e un’espressione che sarebbero piaciute sia a Tarantino che ai fratelli Coen, “è la vita che è una merda e alla fine muori!”. Io la conoscevo nella versione “la vita è una stronza e alla fine muori”, ma il concetto è comunque quello e resta saldo.

A riprova di questo in un mese il mio corpo si è improvvisamente ammutinato, costringendomi a reiterati pellegrinaggi da una serie di medici che mi hanno diagnosticato malanni già noti e nuove patologie. Questo certifica in via definitiva la mia appartenenza a una gloriosa stirpe di “pentole rotte”, come diceva mia nonna. Ho anche perso peso e ho le occhiaie di Marcel Proust sul letto di morte.

La mazzata finale è stato uno spaventoso attacco d’asma che mi ha quasi accoppata mentre guardavo una pièce teatrale con Johnny Dorelly e Paola Quattrini, una banale commedia degli equivoci ambientata in un albergo e animata da mariti fedifraghi, mogli più o meno cornute e colpi di scena prevedibilissimi. Mentre annaspavo cercando i miei farmaci salvavita ho pensato che in caso di crisi fatale il mio coinquilino e chitarrista mi avrebbe ritrovata davanti a una mediocre espressione della comicità, in una probabile pozza di piscio e vomito.

Alla fine, con l’aiuto di qualche pillola e del mio erogatore, sono riuscita a risucchiarmi in corpo qualche sorso d’aria, ma la situazione è ancora gravemente compromessa. Il vero problema, a parte essere diventata un’unica mucosa ipersensibile ai soffioni, alla polvere, ai gatti e praticamente a qualunque allergene, è che a breve ho una serata e dovrei cantare. Con la voce di Alvaro Vitali, probabilmente. Al momento suono più o meno così, sui toni alti. E come Amanda Lear, sui toni bassi. Potrei inserire “Tomorrow” in repertorio e buttarla sull’ironia, ma in questo momento, più che ironica, mi sento aggressiva e distruttiva. Per esempio ho voglia di salire dalla sudamericana che vive al piano di sopra e che al nostro ingresso nel nuovo appartamento venne a dirci “qui in Germania noi abbiamo delle regole” e comunicarle che i saltelli di sua figlia e i gorgheggi di suo marito tenore hanno rotto ogni possibile orpello dell’apparato genitale maschile.

Lo farei con un filo di voce, ma ampi gesti inequivocabili.

Che bello sarebbe. Magari mi attivo davvero. Per il momento lo immagino, mentre scivolo in un dormiveglia prodotto dalla chimica e da tanta stanchezza.

Colonna sonora: “A little late”– Skating Polly
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Lucia Conti

lucoLucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte” ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Con il nome d’arte di Lucia Rehab è frontwoman della band Betty Poison, di cui a volte ha documentato i tour negli USA, in Europa e in Giappone. Attualmente vive e resiste a Berlino.

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