I consigli legali del Mitte: licenziato per un commento su Facebook

13 November 2016

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licenziamento

di Davide Cuocolo

Arriva dalla Germania la storia di un lavoratore licenziato per aver postato un commento razzista sulla bacheca del suo profilo personale di Facebook. Il tema è attualissimo e ci riguarda tutti, in un certo senso, atteso che oggi la comunicazione passa soprattutto attraverso i social network, il che, se da un lato produce strabilianti risultati in termini di scambi di idee e condivisione di contenuti, crea però anche tutta una serie di effetti collaterali da considerare.
Per esempio non è possibile circoscrivere la diffusione dei contenuti che carichiamo su internet. Ciò che postiamo, magari destinato nelle nostre intenzioni solo ai nostri amici, finisce infatti quasi inevitabilmente per raggiungere altri utenti, travalicando il confine della dimensione privata.
Con riferimento alla vicenda trattata, viene da chiedersi inoltre se un’azienda possa legittimamente utilizzare i contenuti postati sui social network dai propri dipendenti per motivare azioni disciplinari o comminare licenziamenti.
La questione è rilevante: se a causa di un commento su Facebook si può essere licenziati, allora si deve anche ammettere che, de facto, abbiamo perso il diritto di esprimere liberamente un’opinione tramite social network o che comunque la nostra libertá di espressione subisce un certo condizionamento.
Nel caso di specie l’autore del post razzista, un meccanico specializzato in miniere, aveva commentato un servizio della nt-v sull’incendio del centro di accoglienza per i migranti in Turinga con queste parole: “hoffe das alle verbrennen… die nicht gemeldet sind”, ovvero “spero che brucino tutti i migranti clandestini”.
A quel punto l’azienda, informata da una segnalazione, ha licenziato in tronco il lavoratore (außerordentliche Kündigung), il quale, a sua volta, si è rivolto al Tribunale del lavoro di Hern.

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Una madre e sua figlia dormono in un centro di registrazione per migranti, a Rosenheim

La questione si pone in questi termini: la condotta di chi pubblica un post razzista o violento sul proprio profilo Facebook è così grave e lesiva per l’azienda da giustificare il licenziamento?
Ebbene, secondo i giudici, che si sono espressi con la sentenza del 23.03.2016 – 5 Ca 2806/15, il licenziamento comminato è legittimo. Vediamo in che termini.
Innanzitutto, si è escluso che il commento in questione potesse essere tutelato quale libera manifestazione di pensiero. Un commento che incita all’odio è infatti lesivo dell’incolumità pubblica e pertanto esula dalla protezione della Costituzione tedesca, la quale (come quella italiana) riconosce e garantisce la libertà di esprimere la propria opinione.
Il Tribunale ha inoltre ritenuto che il meccanico, oltre ad aver leso la dignità e il sentimento pubblico, abbia danneggiato con il suo commento anche l’interesse e la reputazione dell’azienda per la quale lavorava, violando il contratto di lavoro.
Ma come può un commento razzista postato sul profilo personale di Facebook danneggiare un’azienda?
Tutto sta nel poter ricondurre il commento lesivo al soggetto leso. In altre parole, si ha la lesione dell’interesse e della reputazione dell’azienda se vi è un collegamento tra il commento razzista e il rapporto di lavoro.
Nel caso in esame, secondo i giudici, questo collegamento sussisteva: sul profilo Facebook del meccanico, infatti, l’azienda era esplicitamente indicata nella sezione “datore di lavoro”. Per di più era presente un link, a portata di mouse, attraverso il quale tutti i visitatori della pagina potevano facilmente risalire all’azienda (cosa che infatti si era giá verificata, tanto è vero che un utente, nei commenti, si era lasciato scappare un gioco di parole sui “carboni neri”).

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Ebbene, tirando le somme, il commento razzista postato sul profilo Facebook, sebbene scritto all’interno di una pagina personale, era comunque accessibile ad altri utenti e tramite un link permetteva di risalire direttamente all’azienda, comportando quindi una lesione dell’immagine dell’azienda stessa.
Il meccanico, in altre parole, non solo ha incitato all’odio contro i migranti, ma ha anche danneggiato l’interesse e la reputazione del datore di lavoro, sua controparte contrattuale, e tale condotta integra la giusta causa di licenziamento.
In definitiva, in Germania si può essere licenziati anche per un commento lasciato su Facebook.
Il nostro consiglio professionale, quindi, è quello di fare attenzione ai contenuti che si postano. Si tenga ben presente, infatti, che non sempre i nostri post restano confinati nella dimensione privata della ristretta cerchia di conoscenti e amici, che, a differenza di utenti estranei, sono a volte disposti a perdonarci anche le esternazioni più infelici.

Davide Cuocolo, ha studiato Giurisprudenza a Napoli (dove è nato) e a Tübingen. Si è specializzato in diritto privato internazionale, con particolare riferimento alle relazioni Italia-Germania e si occupa anche di diritto tedesco, offrendo assistenza legale agli italiani in Germania in tema di diritto del lavoro e costituzione di attività commerciali. Il suo ufficio si trova a Karlsruhe. Sul suo sito internet e su Facebook pubblica news legali in tema di diritto tedesco, italiano e diritto dell’Unione Europea.

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