Le colpe della Germania. Un lavoro sulla memoria

29 April 2015

Share Button

di Mattia Grigolo

Circa una settimana fa, il Presidente della Repubblica federale di Germania Joachim Gauck, ha utilizzato il termine genocidio durante una cerimonia religiosa, riferendosi al massacro armeno da parte dei Turchi Ottomani. E’ la prima volta che la Germania ammette la propria responsabilità in questo crimine.

Il Presidente Gauck ha preso la parola durante le commemorazioni ufficiali per il genocidio che ha coinvolto quasi un milione e mezzo di morti negli anni compresi tra il 1915 e il 1917.

Questo mi fa tornare indietro nel tempo, mi fa pensare alla prima volta che venni a Berlino e a come mi guardai intorno. Ricordo che mi accorsi di non essere per nulla spaesato di trovarmi in un posto nuovo, come invece mi è capitato in diverse altre occasioni, a dir la verità quasi sempre. Osservavo tutto come se avessi davanti al volto una pellicola, attraverso la quale osservavo ogni cosa come da una distanza non quantificabile. Mi aggiravo per la città con una sensazione nuova che mai più ho provato: un piccolo peso nello stomaco, del piombo che se ne sta lì, in fondo, accucciato ad aspettare. Forse un’ancora che tiene una barca salda ad un fondale indefinito, non segnalato dalle carte marittime.

Mi sono innamorato di questa città anche grazie a quella sensazione di smarrimento continuo unita all’idea di trovarmi sempre e comunque in un posto che avrei dovuto rispettare in modo particolare. In quel momento, molti anni fa, decisi che un giorno Berlino sarebbe stata la mia casa. Fu allora che mi strappai la pellicola dal volto e cominciai a guardare la città con occhi diversi. Ma quel peso non se ne andò mai, è qui anche adesso mentre scrivo e credo che ci rimarrà per tutto il tempo che deciderò di vivere a Berlino.

Allora credevo che non sarei mai riuscito a dare un nome a questa sensazione, dunque non lo farò adesso. Probabilmente, per rispetto nei confronti di quello che sono stato e che sono ora, oppure forse, solo perché i pesi che ci portiamo dentro sono anche quelli che ci costringono a lottare per staccarci dai luoghi, dalle emozioni, dalle persone. Quindi a vivere.

Torno alla notizia a cui ho accennato all’inizio e al motivo che mi ha fatto viaggiare a quando ero più giovane. Ho letto che il Presidente Gauck ha dichiarato che c’è stata una complicità e una corresponsabilità nel genocidio armeno.

II popolo tedesco ha l’obbligo di fare un lavoro sulla memoria.” ha detto.

Un lavoro sulla memoria, eccolo il germoglio di quel peso che mi porto nello stomaco. Ecco che trovo la strada giusta per entrare dentro di me ed uscirne con qualcosa in mano. Quantomeno un pensiero da concretizzare.

Armenian_woman_kneeling_beside_dead_child_in_field

public domain

 Le colpe della Germania.

Diverso tempo fa, chiacchierando con un amico tedesco, siamo finiti sull’argomento.

“I Tedeschi si sentono in colpa per ciò che è successo durante la Seconda Guerra Mondiale? Sentono la colpa di ciò che è accaduto negli anni del Muro?” gli ho domandato.

“E’ chiaro che occorre fare una distinzione fra le generazioni.” risponde lui.

E’ una cosa che mi aspettavo, un pensiero che avevo già fatto.

“Credo che le ultime generazioni, quelle attuali, sentano molto meno il peso di una colpa che, fondamentalmente, non hanno. Quantomeno a livello di singoli individui.” ha continuato.

Gli ho chiesto cosa intendesse con ‘ultime generazioni’ e mi ha risposto che intendeva i giovani tedeschi, gli adolescenti e i non ancora trentenni.

“La cosa cambia con gli over trenta? Pensi che loro sentano la colpa di ciò che è stato fatto decine di anni prima della loro nascita? Mi riferisco al Terzo Reich.” chiedo io.

“Beh, è chiaro che occorre fare un’altra distinzione, ovvero tra gli anni del Nazismo e quelli della divisione del Muro. Occorrerebbe farne una tra i Tedeschi e i Berlinesi e forse, addirittura una, ancora più generica, tra la Germania e Berlino. Ovviamente, i ragazzi dai trenta ai quarant’anni, non dovrebbero sentire nessun tipo di peso per quanto riguarda l’inferno della dittatura nazista, né per gli anni drammatici di una Germania e di una Berlino divise. Però io credo che un sottile senso di colpa qualcuno di loro lo percepisca. E’ una colpa collettiva, di cui tutti si sono fatti carico in qualche modo. Talvolta inconsciamente. Questo penso.”

Allora mi viene in mente un altro aneddoto, di pochi mesi fa, quando mi trovavo a prendere la U-Bahn in una notte d’inverno, insieme ad alcuni amici italiani. Alle nostre spalle un uomo di mezza età, visibilmente ubriaco, comincia a imitare il nostro modo di parlare italiano. Noi non ci badiamo ed evidentemente questo gli dà fastidio, perché si avvicina a noi provocandoci e facendoci di nuovo il verso. Un altro ragazzo tedesco allora si alza dal suo posto e, con fare deciso, gli intima di concludere il suo orribile spettacolino e di scendere dal mezzo alla fermata successiva. Poi una coppia e altre persone che viaggiano con noi invitano l’ubriaco ad allontanarsi.

In quel momento, la prima cosa a cui ho pensato è stata che in Italia difficilmente avrei assistito ad una scena del genere. Chiaramente non posso esserne sicuro, ma l’esperienza di anni in una delle più grandi città della Penisola, mi ha insegnato molte cose.

In seguito ho pensato che, forse, quello che può sembrare un eccesso di umanità da parte dei Berlinesi – anche se ogni uomo e ogni donna su questa terra dovrebbe sentirsi tenuto a farlo – è dovuto al fatto che non vogliono avere “altri problemi”. In realtà non è propriamente una cosa che ho realizzato io, ma è un pensiero che ho colto in alcune conversazioni, anche con Tedeschi .

Allora mi chiedo se il non volere ulteriori complicazioni implichi un sentimento di colpa inconscia da parte dei Tedeschi. A tutto questo associo il fatto che,  solo Berlino e non per la Germania intera, negli ultimi anni la capitale è diventata la placenta di parecchia “immigrazione ragionata”. Immagino, di conseguenza, che non debba essere semplice vivere in una società in così rapida trasformazione. Lo hanno fatto Londra e Parigi. Nel tempo, queste metropoli si sono adattate ai mutamenti, ma con quali conseguenze economico-sociali?

Berlino resta ancora adesso sogno americano del nuovo Millennio; il sogno racconta che è una città dove è ancora relativamente economico vivere, che promette lavoro e spazi, che si lascia annusare e, mentre lo fa, sprigiona feromoni. Il problema è che non è vero. Il lavoro non c’è, quantomeno non come si immagina fuori dai suoi confini e la situazione economica sfiora la crisi, seppure vi sia ancora una distanza di sicurezza dall’allarme rosso.

La forza di Berlino resta solo una: se può darti una possibilità, non ha paura a donartela. Difficilmente ne regala una seconda e difficilmente torna sui suoi passi.

A proposito quindi delle colpe imputabili o no, mi chiedo quanto possano essere veri questi sentimenti, quando si sfiorano i vari livelli di indifferenza generazionale. Mi chiedo quanto si riesca ad ammettere una colpa e quanto, invece, si tenda a tenerla nascosta nelle tasche, pronta ad essere sfoderata nel momento in cui emerge il rovescio della medaglia. Quello più complicato.

Per moltissimo tempo mi sono sentito un turista, nonostante abitassi e lavorassi a Berlino, nonostante avessi l’Anmeldung e un conto in una banca tedesca. Mi sono sentito turista, perché non conoscevo e non riuscivo ad imparare, una lingua indubbiamente faticosa, perché le mie frequentazioni si riducevano a connazionali expat e stranieri, ma sempre expat.

Oggi penso che c’è un altro motivo per il quale ho avuto così tanta difficoltà ad integrarmi: la storia della Germania, quella di un secolo fa e quella dell’altro ieri, è una storia complicata, intoccabile, ma allo stesso tempo macchiata da un po’ di pregiudizio. Ora quella finestra su di un mondo ambiguo e affascinante deve essere pulita. Dalle colpe di chi ne ha, fuori e dentro la Storia, fuori e dentro una nazione. Fuori e dentro Berlino.

Share Button