Lavoro a offerta libera: a Berlino e non solo, può essere la sfida del futuro

18 March 2017

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MGE

di Cinzia Colazzo

Libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber .
Libertà e partecipazione sono dimensioni elastiche, che possono essere modellate e allungate solo con un grande sforzo. Ognuno di noi è in fondo “incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà” e “passa la sua vita a delegare”, senza essere consapevole degli spazi che lascia scoperti al controllo partecipato.
Uno dei campi più difficili da influenzare attivamente è quello del denaro, che interessa la finanza, il commercio, il mercato del lavoro, la libertà individuale.
Visionari e persone comuni provano a modificarne le forme, sperimentano nuova moneta (bitcon, monero) e modi alternativi per attrarlo e convogliarlo, limano i tabù che attorno al denaro sono stati montati.

In questa settimana ho incontrato una blogger berlinese che ha scommesso sulla formula PWYW, una band toscana che ha finanziato le spese del nuovo CD con un’azione di crowdfunding e l’addetto stampa di Mein Grundeinkommen, progetto “miglioratore del mondo”, che raccoglie fondi e sorteggia redditi di 1000 euro al mese, paradigma sempre più solido, ora che la Finlandia sta sperimentando il reddito incondizionato.

Cosa significa PWYW?
Il sistema Pay What You Want per la compravendita di beni, sinonimo di prezzo libero, si riferisce alla percezione individuale del valore del bene e alla volontà di decidere quanto pagare per ottenerlo.
Il modello Pay what you can è invece una formula per i servizi di utilità sociale e promuove la libera stima della propria capacità di pagare.
Il sistema non è nuovo, ma nell’ultimo decennio si è diffuso in vari settori. Chi di noi ha ancora un qualche ricordo della messa della domenica, potrà riconoscere che la colletta delle offerte è un sistema PWYW. Oggi non lo adottano solo le chiese o gli artisti con il cappello: anche quotidiani, musei e ristoranti stanno sperimentando la modalità del “prezzo a scelta”.
Il sistema ha a che fare con aspetti motivazionali molto forti. Come si può convincere un acquirente a pagare un certo prezzo? La motivazione a partecipare alla stima di un bene può aumentarne il valore stesso? La percezione di aver pagato “il giusto prezzo” (un prezzo che corrisponde alla volontà e alla capacità di pagare) può essere una motivazione a ripetere l’acquisto?
Non è da sottovalutare l’aspetto della fascinazione per l’acquirente, nel momento in cui può diventare parte attiva del modello di business e addirittura guadagnarsi una reputazione da acquirente onesto nella strategia di pricing aggiornata detta Fair Pay What You Want.

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Questo è il quadro di riferimento e sembra avere senso. Ma è praticabile?
Incontro Gesine Herrmann nella Gräfestrasse. Giovane, esile, con una voce profonda.
Il suo servizio è utile e il formato che usa gradevole. Sul sito Gesines Jobtipps inserisce tre volte a settimana offerte di lavoro selezionatissime. “Lavori che hanno senso”, dice con decisione, posizioni remunerative nei campi di educazione, cultura, scienza, in istituzioni, fondazioni e ONG: il panorama del terzo settore ad impatto sociale con sedi da Francoforte sull’Oder a Potsdam, ma principalmente a Berlino.
Gesine trova e approva le offerte personalmente, scarta tutti i lavori non pagati, i lavori basati sullo sfruttamento e le posizioni da apprendista e da stagista. “Non devono solo essere lavori che considerano il bene comune, ma anche lavori con cui si possa vivere bene. Che senso ha un lavoro pagato così male da non poterci vivere? E che senso ha dedicarsi a un lavoro così totalizzante da non avere più né tempo né energia per il partner, per i figli e per se stessi? Un lavoro dovrebbe permetterti di andare in vacanza, di comprarti una lavatrice nuova, di avere tempo libero per altri aspetti della vita”. Sul suo portale non compaiono banner, annunci pubblicitari, link ad aziende esterne.
Il servizio è completamente gratuito. “I miei utenti sono istruiti e credono in un mondo migliore”, mi spiega Gesine, “sono disposti a pagare per un servizio che potrebbero utilizzare liberamente, pur di manterlo in vita, garantendo così ad altri l’accesso alle offerte di lavoro”. Gestori di servizi simili sono generalmente costosi, richiedono un abbonamento a pagamento per gli utenti in cerca di lavoro e un contributo di 100 euro ad inserzione per i datori di lavoro. “Io invece mi mantengo con i contributi volontari. Nessuno è obbligato a pagare, mi limito a dare un suggerimento. Ci sono utenti che fanno un bonifico mensile, altri che non pagano mai, altri che al momento dell’assunzione versano il 15% del primo stipendio”, mi spiega. “Un’utente versa 5 euro ogni volta che invia una candidatura. In genere dal fronte di chi cerca lavoro vengono le somme maggiori. Una grossa istituzione non aveva mai pagato per le inserzioni e poi prima di Natale ha inviato una somma consistente”.
Di Gesine ammiro l’assoluta mancanza di inibizione nel parlare di soldi. Il suo business, avviato lo scorso giugno, è open budget: ogni mese sulla sua pagina sono rese pubbliche in piena trasparenza le somme raccolte. E le cifre sono sorprendenti: ventimila visitatori al mese e duemilaecento abbonati. Prima di Natale i pagamenti mensili erano a quota 1500 euro, a febbraio di quest’anno 2400, il business è in crescita e Gesine è molto ottimista. Sull’altro piatto della bilancia c’è un lavoro di circa 30-35 ore settimanali per produrre venti annunci ogni due giorni, cui si aggiunge la gestione di sito, contabilità, contatti e pubbliche relazioni.

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Quali sono i presupposti di questo successo?
Innanzitutto bisogna precisare che per ottenere riscontro con forme alternative di pagamento c’è bisogno del raggiungimento di una certa massa critica. Gli utenti devono essere pronti ad assumersi la responsabilità della libera decisione di pagare per un bene o servizio. Il più grande valore di mediazione qui è la fiducia.
In secondo luogo bisogna sottolineare la determinazione di Gesine, classe 1982, nel crearsi un lavoro autonomo con avanzi sufficienti di tempo e serenità per il marito e i figli, di uno e tre anni.
“Per me è chiaro che non bisogna né farsi esaurire dalle richieste del datore di lavoro, né essere così dipendenti al lavoro da esaurisi da soli”.
Chiedo a Gesine come abbia cominciato. Laureata in scienze politiche con master in relazioni internazionali, ha lavorato nelle università come consulente, coordinatrice e organizzatrice di programmi di perfezionamento. “Da dodici anni sono nel mondo delle offerte di lavoro, da sempre ho la passione per curriculum e candidature. Me ne occupavo a tempo perso ma con continuità: passavo informazioni, inviavo link, trovavo annunci di lavoro e li smistavo ai vari amici, stavo sui nervi a tutti. Uno di questi, Martin, riceveva da me cinque mail al giorno. Sino al momento in cui ho pensato di raccogliere gli annunci su una pagina web”.
Gesine ha dunque cominciato a mettere in moto il suo portale mentre era coperta da un contratto. “Poi un giorno un mio utente, Ralph, che aveva trovato lavoro tramite un mio annuncio, mi ha invitato a cena in un ristorante italiano per ringraziarmi. Con lui c’era un suo amico, anche lui sessantenne, di una generazione e di un orientamento per cui il valore della comunità è prioritario. Mi ha parlato del TAZ, quotidiano di sinistra che si mantiene con le offerte libere, e mi ha suggerito di fare altrettanto”. Recatasi di fatto nella redazione del TAZ, Gesine ha appurato che il quotidiano incassa dalle offerte libere 60.000 euro al mese. “Questo è possibile solo perché i lettori del TAZ, per sensibilità politica, sono pronti a pagare un contributo per un mondo che desiderano migliore”.
La cosa più importante, mi dice, è avere fiducia nell’idea che con le “scienze dello spirito” si possa raggiungere la realizzazione professionale. “Io ho sempre pensato che potesse funzionare, anche se tutti scuotevano la testa”.

A Gesine chiedo ancora se possa rivelarmi trend osservabili nel mondo del lavoro. Mi dice che, come riflesso dell’emergenza rifugiati, negli scorsi mesi si erano aperte molte posizioni di coordinamento, mentre ora i posti si riferiscono a progetti specifici di istruzione e orientamento. Le istituzioni, osserva, reagiscono sempre con un certo ritardo rispetto all’attualità (a seconda dell’assegnazione di fondi).
Due temi che invece hanno avuto risonanza immediata nel mercato del lavoro sono le espressioni di odio nella rete e le fake news. Altri temi sono l’antisemitismo e la povertà infantile. Profili molto richiesti sono esperti di fundraising, marketing e gestione dell’immagine pubblica di organizzazioni e istituzioni.
La ascolto e penso che sarebbe di una certa utilità un portale gemello con una selezione pensata per gli stranieri a Berlino forniti di un buon livello di preparazione ma non di una padronanza assoluta della lingua tedesca. Lei mi conferma che sempre più posizioni si aprono, per la comunità internazionale berlinese. E mi vengono in mente le parole del mio coach: “Bisogna saper esaltare la propria personalissima internazionalità”.
Chiedo ancora a Gesine se dopo quell’invito a cena ci siano state altre dimostrazioni di gratitudine. Mi dice che oltre ai contributi liberi riceve moltissimi riscontri positivi, da cui ha compreso che il servizio più significativo del suo portale è ridare fiducia agli utenti, mostrare loro che esistono lavori pagati il giusto, lavori che fanno avanzare la società. “Der Arbeitsmarkt ist da” è il suo messaggio.

Cinzia Colazzo vive a Berlino. È laureata in Filosofia e diplomata in Pianoforte, ha un Master in International Cultural Management, un perfezionamento in E-Learning e una formazione in costellazioni familiari. Ha pubblicato articoli di ricerca pedagogica e un libro di poesie e racconti, “Risplendi forte”.

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