Lavori forzati e internati militari italiani nella Berlino nazista: Michele Sacco e la sua testimonianza

3 May 2017

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di Sara Bolognini

È il 20 Aprile, un debole sole sta per tramontare e io mi dirigo verso il centro di documentazione sui lavoratori forzati a Schöneweide. Passa quasi inosservato, nascosto nella zona residenziale. Nel campo di ghiaia sorgono delle casette bianche, al cui interno viene raccontata la storia dei destini di milioni di persone imprigionate a Berlino. Il pensiero che il luogo dove ora sorge il centro fosse sede di un campo di lavoro forzato fa venire la pelle d’oca.
Sono a quel punto pronta ad ascoltare la testimonianza di Michele Sacco, ex prigioniero di guerra detenuto a Berlino, che ha raccolto le proprie memorie nel diario “Il Diavolo e la Cicala”.

Michele fissa il tavolo, si liscia i baffi, ogni tanto sbatte le palpebre, non molla la presa sul suo bastone. Mi chiedo che effetto gli faccia ritornare, dopo tanti anni, in quello che per lui è stato un luogo di tortura.
La sua storia si rispecchia in quella di molti altri militari italiani, che sono stati internati come prigionieri di guerra. A Berlino erano esattamente 650.000. Costretti a lavorare soprattutto per sgombrare le macerie o per l’industria bellica tedesca, si sono trovati ad affrontare condizioni terribili, fame, brutalità e nostalgia di casa. Michele, che ora ha ben 96 anni, è stato mandato in Germania nel 1943. Era un bracciante agricolo, cresciuto nei campi pugliesi, la guerra non gli apparteneva e ha pagato caro il prezzo della propria ribellione. A Berlino ha scoperto che gli italiani venivano trattati dagli ex “amici” come animali. Mi descrive le condizioni in cui lui e gli altri internati erano costretti a vivere: turni di 12 ore, 2 km di strada da percorrere a piedi per arrivare al lavoro, un boccone di pane per pranzo. In quegli anni era arrivato a pesare 38 kg. Chi pesava più di 35 kg era considerato adatto al lavoro, tutti gli altri venivano mandati ai forni crematori. E, in più, i lavoratori forzati dovevano anche preoccuparsi di salvarsi dai bombardamenti degli alleati.

La fame è la cosa che sembra ricordarsi vividamente. Quando andavano a pulire le patate, cercavano di nascondersi le bucce in tasca e cercare cibo nella spazzatura era una pratica all’ordine del giorno, per cercare di sopravvivere qualche giorno in più. Michele confessa che ancora oggi, quando vede una persona rovistare nell’immondizia, si ricorda di quando era costretto a farlo anche lui. La sofferenza è continuata anche dopo la guerra. Il suo destino, come quello degli altri lavoratori forzati, è stato ignorato dalla gente, che non se ne interessava miinimamente.
Sentire queste parole pronunciate da un testimone e non lette sui libri di storia fa tutto un altro effetto. Ma, nonostante ciò che ha passato, Michele è un uomo molto spiritoso e parla principalmente in dialetto pugliese. Dichiara di aver preso l’aereo per la prima volta per recarsi a Berlino e non capisce come la gente possa fidarsi e rischiare la propria vita volando.
Qualcuno gli chiede che effetto gli fa tornare per la prima volta nella capitale tedesca e Michele parla di un’emozione fortissima. La definisce una gioia, la gioia di vedere una città cambiata, da guerra a pace.
E questo è il messaggio che vuole lasciare con la propria testimonianza: la pace come unica verità, la vita come unico diritto.

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